Una passione d'amore alle radici del sufismo : Henri Corbin «L'immaginazione creatrice», Laterza

Pubblicato di recente per Laterza il saggio di Henri Corbin «L'immaginazione creatrice» del 1958

Nel saggio del 1958 L'immaginazione creatrice. Le radici del sufismo, recentemente tradotto da Laterza (pp. X-352, 4 tavole f.t., euro 19), Henri Corbin non viene limitato - a differenza di quanto accade nella precedente (1954) e ben nota Storia della filosofia islamica - dall'impegno a un'esposizione oggettiva e mostra appieno quello che costituisce il suo fascino e insieme il suo limite, rivelando la propria natura: che non è quella di uno storico, pur innamorato del suo oggetto, o di un ricercatore teoretico le cui argomentazioni siano in qualche modo controllabili, bensì del detentore di una gnosi superiore, di un sapere esclusivo cui è stato iniziato. Punto di partenza di questo studio sul mistico andaluso Ibn `Arabî (Córdoba 1164-Damasco 1240) è il resoconto allegorico dei suoi tre incontri con Ibn Rushd (Averroè). Nel primo il vecchio maestro interroga l'adolescente sull'illuminazione divina e ne registra quasi con terrore l'inafferrabile superiorità; il secondo è una visione estatica in cui il giovane registra la propria divergenza rispetto al percorso dell'aristotelico razionalista; nel terzo Ibn 'Arabî ormai maturo assiste ai funerali di Averroè (1198), constatando come il peso del cadavere trasportato su una bestia da soma sia controbilanciato da quello dei libri da lui scritti, e interrogandosi se le sue speranze saranno mai esaudite.

Qui si dividono le strade della ricerca speculativa ed è chiaro in quale direzione propenda anche il commentatore moderno. Mentre in Occidente trionfa l'averroismo, si avvia il decadimento metafisico del sacro e la Chiesa inibisce lo sviluppo dei sodalizi iniziatici, in Oriente (dove Ibn `Arabî emigra) si diffonde la gnosi illuminazionista di Sohravardî (Ishrâq), che trova fertile terreno nella pratica sufica, nell'insegnamento di Avicenna e nell'imamismo sciita e ismailita.


I punti essenziali dell'analisi di Corbin sono l'individuazione nell'immaginazione attiva dell'organo dell'esperienza teofanica (cioè della visione simbolica di Dio) e dell'ermeneutica profetica, nonché la complementare denuncia del dogma anti-docetista (riconoscente cioè la doppia natura umana e divina di Cristo) dell'Incarnazione come iscrizione definitiva di Dio nella storia, quindi avvio di ogni successiva secolarizzazione. Emanazione ininterrotta contro creazione dal nulla, gnostici contro Paolo, dogmatica teologico-ecclesiale (sunniti compresi) contro esperienza sufica e mistica: da Hallâj e Ibn `Arabî a Eckhart e Silesius.

La visione teofanica, che consente l'accesso al mondo immaginale mediante una vera e propria fisiologia degli organi sottili, trasforma il dato sensibile in simbolo, l'evento esteriore in storia simbolica, fa apparire il nascosto consentendo un'intima comunione fra Dio e il fedele. Un rapporto d'amore, come fedeli d'amore sono i mistici nel loro spregiudicato utilizzo di una terminologia erotica per la conoscenza del divino -lo stesso approccio che ritroviamo nel Cantico dei Cantici e che si sviluppa in tutto l'arco della poesia provenzale e stilnovistica, di notoria derivazione arabo-andalusa.

L'unione simpatetica proposta da questo indirizzo mistico parte dalla natura «patetica» di Dio, la cui compassione per il Creato si realizza mediante gli uomini, dunque si attualizza negli oranti che si rivolgono di volta in volta a uno dei suoi Nomi (vale a dire, attributi), come il vassallo al suo Signore. La preghiera, in questa singolare ed elevata prospettiva, implica una reciprocità di bisogni fra la contingenza assoluta dell'uomo e l'espansività del Dio - anch'egli partecipe, come in Platone, del lato carente dell'amore. Non a caso l'antecedente diretto di tale impostazione è la dottrina dell'eliotropismo, coniata dal neoplatonico Proclo, assai popolare presso i falâsifa arabi, che vedeva nel movimento del girasole l'inno di ringraziamento e reciproca attrazione fra il creato e il creatore (un creatore continuativo e alquanto femminilizzato).

Altri temi significativi del lavoro sono l'affermazione del carattere teofanico (spiritualmente esperienziale) non freddamente allegorico delle figure di mediazione con la saggezza divina (siano gli angeli o la Beatrice dantesca) e il tema del puer aeternus (depositario del tempo psichico vissuto, protagonista della teosofia alchemica e alla junghiana figurazione del sé).

La suggestione del testo e il corretto rilievo di alcuni spartiacque nella storia delle idee e delle istituzioni possiedono l'equivoco alone della philosophia perennis, cui in ultima istanza si richiede un'adesione più che una discussione documentata e una verifica discorsiva. La verità, che si fa sensibilmente percepire come la luce in una vetrata, ha quel fulgore, come la Lichtung heideggeriana, che seduce ma non persuade.
 
Articolo di Augusto Illuminati su:
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Aprile-2005/art94.html
Henry Corbin, L'immaginazione creatrice. Le radici del sufismo.
Laterza, 2005


L’altro Islam. Uno squarcio di luce mistica ed emotiva sul volto eterodosso, teosofico e gnostico del pensiero arabo che l’Occidente ignora quasi del tutto. Così si presenta al lettore lo studio di Henry Corbin, di cui viene proposta per la prima volta la traduzione italiana. Il libro, che raccoglie due ampi saggi sulla figura di Ibn Arabî (1165-1240), ha in realtà come primo intento quello di complicare la nostra visione dell’Islam. Chiunque si occupi di Medioevo sa che c’è stata una filosofia “araba” e una scienza “araba”, senza sospettare che c’è stato molto di più e che proprio in quel “molto di più” “c’è una somma di esperienze umane, la cui ignoranza non è estranea alle angoscianti difficoltà del nostro tempo” (p. 34). Infatti, se la cultura filosofica latina ha decretato il trionfo dell’averroismo sull’avicennismo, in accordo a quanto già avveniva nell’Islam arabo, l’Oriente iranico ha invece seguito un cammino inverso. L’angelologia di Avicenna, combinata con un forte revival del platonismo, ha dato luogo ad una corrente eccezionale per fecondità, che secondo Corbin sfugge ogniqualvolta si tenti di comprenderla con le categorie con le quali siamo abituati a lavorare: il sufismo. Per non perdersi in questo universo è opportuno, si suggerisce, lasciar cadere la separazione tra storia della filosofia e storia della spiritualità. La mistica più che pensiero è vita vissuta, com-passione, dialettica d’amore in cui Dio e la creatura si conferiscono reciproca esistenza. È questo l’argomento della prima parte, intitolata Simpatia e teopatia. L’opera di Ibn Arabî viene colta nel suo nucleo più originale, il rapporto di interdipendenza tra Creatore e creatura. Nell’essenza di Dio sono collocati i Nomi, che costituiscono le esistenze in forma archetipica di tutto il possibile. Ebbene, questi Nomi soffrono per la loro condizione di latenza ed aspirano ad essere rivelati e conosciuti. Siamo di fronte alla drammaturgia divina più emozionante del mistico sufi. Il suo Dio non è il Dio della tradizione occidentale, l’Infinito e l’Onnipotente; al contrario, è un Dio patetico, che si strugge per la condizione di occultamento cui soggiace: per Ibn Arabî può chiamarsi Nostalgia e Tristezza. Questa Passione è il principio dell’esistenza, il dolore che spinge Dio a rivelarsi e a dar luogo alla molteplicità attraverso la quale Egli stesso si conosce. Il compito dell’uomo è dunque quello di dialogare in un colloquio essenziante con Dio, riconoscendo l’originarietà assoluta del rapporto io-tu. È soltanto grazie alla conoscenza che l’uomo ha di sé, come creatura ed immagine divina, che anche Dio giunge a sapere qualcosa di sé. La Passione divina deve essere colta e recuperata dall’uomo affinché diventi Com-passione, la sola condizione autentica del mistico. Corbin ricorda in proposito Il pellegrino cherubico di Angelo Silesio, precisando però che per Ibn Arabî nessuna hybris è possibile. Infatti, se è vero che Dio giunge a compimento solo per mezzo dell’uomo, è altrettanto vero che quest’ultimo non può non accorgersi che il tutto non parte da lui, che egli in realtà è un verbo pronunciato al passivo, un cogitor e non un cogito. L’identità tra unio mystica e unio simpathetica deve perciò culminare in una devotio, simile a quella cavalleresca.
La seconda parte del libro, Immaginazione creatrice e preghiera creatrice si occupa invece del ruolo peculiare della facoltà dell’Immaginazione. Essa, ancora una volta, non ha nulla a che vedere con il modo in cui è concepita dalla nostra cultura. L’Immaginazione attiva è ciò attraverso cui l’uomo coglie le Teofanie, le vere manifestazioni del divino. Lungi dall’essere visione di ciò che non esiste – per Corbin questo intendiamo oggi con “immaginario” – detta facoltà è il canale attraverso cui ogni individuo può incontrare Dio nella forma specifica, angelica, antropomorfica, nella quale gli si rivela. Il mundus imaginalis è il luogo intermedio tra sensibile e intelligibile, nel quale si consumano incontri incomprensibili e incomunicabili, in cui il dramma di Dio si congiunge al dramma dell’uomo nella duplicità della preghiera. Ne scaturisce una religiosità lirica, irripetibile, che sfugge ad ogni inquadramento e ad ogni legalismo. Per questo i sufi e Ibn Arabî sono stati sempre osteggiati e attaccati dai “dottori”, dall’Islam ufficiale e più noto. Che però non è solo e Corbin in questo studio ha il merito impareggiabile di farcelo sapere.
 
Recensione di Pietro Secchi su Giornale di Filosofia
 


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