Ardhanarishvara è una delle rappresentazioni del Divino più diffuse nell’arte indiana, a partire dall’inizio dell’era cristiana. Le più antiche immagini di Ardhanarishvara risalgono al periodo Kushana (36-60 DC), rinvenute su alcune monete, non molto riconoscibili, e su una stele della metà del primo secolo, che è il primo esempio certo dell’immagine di Ardhanarishvara nell’arte.
Nel RgVeda e nei testi successivi del pensiero indiano, si trovano molte allusioni all’unione dell’elemento maschile e femminile, quale strumento della creazione. Ma nessuna di queste allusioni fa riferimento diretto alla forma androgina di Ardhanarishvara. Perciò alcuni studiosi dichiarano che Ardhanarishvara sia una costruzione strettamente artistica, prodotto dell’immaginazione umana, come una sorta di riconciliazione anatomica del conflitto tra il maschile e il femminile attraverso una forma divina.
L’unità biologica e ontologica della dualità esteriore
E’ vero che la letteratura canonica intorno alla figura di Ardhanarishvara, compare in epoche molto posteriori alle fonti iconografiche, ma il concetto degli elementi maschile e femminile fusi l’uno nell’altro per operare la creazione è dei più antichi. La forma di Ardhanarishvara rappresenta l’unità essenziale della dualità esteriore, che la cultura indiana ha sempre riconosciuto in tutti i fenomeni e nell’intero processo creativo. I Veda hanno riconosciuto questa unità biologica in un certo insieme di oggetti esistenti in coppie: Agni e Soma, Stri e Punam, Kumara e Kumari, Pita e Mata, Linga e Yoni, Mahagna e Mahagni, Prana e Aprana, Nara e Nari, Cielo e Terra e così via. La concezione Rigvedica di ‘Prana’ e ‘Bhuta’ – vita e materia che il RgVeda chiama Hiranyagarbha ne è il concetto più esplicito e meglio definito. Il RgVeda osserva che esso (il cosmo, o l’esistente) era un solo uovo che si divise in due- il ‘Prana’ e il ‘Bhuta’. Il RgVeda non elabora questa tesi ulteriormente, ma il suo simbolismo si sviluppa in due direzioni apparenti. L’uovo contiene entrambi, materia e vita. Quando si divide, le due parti si separano. Il RgVeda li chiama 'aprana' e 'saprana' [1]. La parte maschile e femminile dell'Uno simboleggiano rispettivamente l'aspetto statico e dinamico della “Realtà ultima”.
L’ambivalenza che contraddistingue il sacro rimanda, secondo Mircea Eliade (Méphistophélès et l'androgyne, 1962), al concetto di unione degli opposti: lo spirito indù, con sforzo poderoso, avrebbe tentato di pervenire ad un unico principio di spiegazione del mondo da una prospettiva in cui i contrari si uniscono e le opposizioni si annullano. Per Eliade l'unione dei contrari rappresenta la struttura più profonda della divinità (e dunque non é un concetto estraneo alla cultura occidentale), la quale può mostrarsi, alternativamente o simultaneamente, benefica o terrifica, creatrice o distruttrice, maschile e femminile. In India il problema della Realtà Ultima era oggetto di profonda riflessione già in seno all'ortodossia brahmanica. Poiché l'Essere primordiale, il principio che ha dato origine all'universo, consiste in una unità-totalità, la coincidentia oppositorum si manifesta a tutti i livelli e in ogni contesto, anche sotto forma di bisessualità divina. La presenza di elementi androgini nelle religioni è considerevole. Secondo Eliade la maggior parte delle divinità della vegetazione sono bisessuate (Adone, Dioniso, Atti), mentre gli dei della fertilità cosmica presentano tracce di androginia o sono maschi un anno e femmine l'anno dopo. Al mito dell'androginia divina corrisponde tutta una serie di miti relativi all'androginia umana. Spesso anche l'Antenato mitico dell'umanità è concepito come androgino. Accanto all'Adamo bisessuato presente in alcuni Midrashim, e a Tuisto, l'uomo primordiale della mitologia germanica che ha caratteristiche simili, in India il mitico Antenato androgino è presente come coppia di gemelli, Yama e sua sorella Yami, omologhi alla coppia divina. Le coppie divine o umane sono spesso invenzioni tardive o formulazioni imperfette dell'androginia primordiale, dice Eliade, caratteristica di ogni divinità. La coppia Siva-Sakti è spesso rappresentata come essere unico, nella forma di Siva Ardhanarisvara (Signore che è metà donna). [2] Il nome 'Ardhanarishvara' è la combinazione di tre parole: ‘ardha’, ‘nari’ e ‘ishvara’, che rispettivamente significano ‘metà’, ‘donna’ e ‘dio’; perciò Ardhanarishvara è il Dio la cui metà è donna, o che è per metà donna.
Shiva come Ardhanarishvara
La maggior parte dei miti su Ardhanarishvara, come delle opere d’arte, tranne in poche eccezioni come la menzione di Vallabhavardham nel Bhavishya Purana e alcune miniature del nord dell’India, sono dedicati a Shiva. Vallabhavardham, un termine vaishnava sinonimo di Ardhanarishvara (Vallabh: Vishnu; vardham: donna), sembra essere stato concepito da alcuni devoti di Vishnu e che sia stato la fonte di ispirazione delle miniature che ritraggono Vishnu nelle fattezze di Ardhanarishvara. Queste miniature provengono principalmente dal Kashmir, ma la mitologia del Vishnu in forma di Ardhanarishvara sembra molto rara e poco penetrante.
La tradizione percepisce Ardhanarishvara prevalentemente nella forma di Shiva, che si indica anche come Sadashiva, Adishiva e Adipurusha. Come detto in precedenza, Ardhanarishvara è l’eterno seme cosmico, il processo senza fine della creazione e l’esistenza nel suo aspetto composto; aspetti che appartengono a Shiva, il Linga senza tempo, il Prana che tutto vivifica e l’inesauribile Bhuta. Come afferma il RgVeda, Rudra, lo Shiva è Agni, il Prana che energizza tutto l’esistente. E’ senza inizio e perciò senza fine. Bhuta, la Prakriti o materia, è soltanto un suo aspetto, Egli è l’intera esisistenza. Egli crea da se stesso ed è egli stesso la creazione. E’ perciò maschio e anche femmina. Il mito Vaishnava è differente. Esprime la dualità – il dvaita, poiché Vishnu non è la creazione ma il suo sostegno. La creazione e il suo sostegno sono due entità differenti. Egli è perciò soltanto il maschio. Ha la sua consorte, che sebbene unita inseparabilmente, non si fonde nel suo essere. Lakshmi, piuttosto che Sita o Radha, si trovano preso di Lui o con Rama o Krishna, ma non sono in loro inseparabilmente, come la shakti è in Shiva. Ciascuno dei nati è il singolo uovo scaturito dalla separazione – il maschio o la femmina, così sono Brahma e Vishnu. Shiva, il Maheshvara, è tutto: Sakala e Nishkala, Linga e Alinga, Rupa e Arupa, Atman e Maya, Sansara e Nirvana, tutto ciò che è sottoposto al tempo e ciò che è al di fuori del tempo, ciò che nasce e ciò che non nasce, il manifesto e l’immanifesto, lo spirito e la materia, l’effimero e il trascendentale, il maschile e il femminile. Shiva è ritenuto il primo essere, l’origine di tutti gli elementi. E’ sempre stato ed è il solo. Essendo il primo, è Adishiva, essendo sempre è Sadashiva. Sia in quanto Adishiva che come Sadashiva, sono inscindibili in Shiva il maschio e la femmina, il positivo e il negativo e quindi la forma di Ardhanarishvara.
La presenza della Dea nel mito
La presenza della Dea nei miti è complementare alla divinità maschile. Ella, nonostante le vengano attribuite le caratteristiche più diverse (è rappresentata come vergine, sposa, madre, sorella, guerriera, asceta), è essenzialmente l'aspetto femminile del Purusa supremo, la cosiddetta “realtà ultima”. La Dea difende l'ordine socio-cosmisco come gli dei maschili, a volte prende il posto di Visnu nella lotta contro i demoni, a volte provvede a procurare a Visnu una vittima sacrificale necessaria per la sua missione. Nei culti locali è la Dea ad interessarsi maggiormente alle faccende del mondo, poiché spesso è collegata con un territorio determinato, villaggio o regno, mentre il dio estende la sua protezione eminente all'intero universo; dalla Dea gli uomini attendono la soddisfazione dei loro bisogni; è a lei infatti che i fedeli si rivolgono per chiedere le grazie più tangibili. Quando si presenta come sposa (paredra) di Shiva, la Dea assume essenzialmente la veste di guerriera, diventando complementare alla figura dello stesso dio, l'asceta perfetto; ma ella, poiché nei miti più antichi è sorella di Visnu, si pone anche come ipostasi tra le due divinità maschili, tra Visnu, dio del sacrificio, e Shiva, dio della rinuncia e dell'ascesi. Nello Harivamsa, Visnu la chiama Kali e la descrive come una feroce guerriera che indossa una ghirlanda di crani per collana, nera e nuda, ebbra di alcolici e di sangue e con la lingua rossa penzolante, che ha respinto le profferte dei demoni e si è messa al servizio della causa degli dei, s'innamora di Shiva e arriva a darsi all'ascetismo per attirare la sua attenzione, rinunziando ai compiti sanguinari per i quali è nata e rivaleggiando con Siva per austerità e purezza. Nelle sue varie forme - pura, vergine, guerriera, terrifica - ella è la compagna di Brahma, Visnu e Siva o delle loro incarnazioni terrene, ma tra tutte queste figure femminili è la sposa di Siva che diventa Devi, cioè la Dea per eccellenza, Signora suprema (Parameshvari) dell'universo. Come sposa di Shiva è celebrata con molti nomi che ne sottolineano i paradossali attributi: è anzitutto Sati, Sposa, ma è anche Uma, Amba o Ambika, Madre, Lalita, Affascinante, Gauri, Splendente e, nel suo aspetto terrifico, Durga, Inaccessibile, Candi, Furiosa, Bhairavi, Terribile, e Kali, Nera. Nello shaktismo l'importanza della parte femminile del divino è addirittura superiore a quella maschile: la Dea diviene così il principio supremo, danza sul cadavere bianco e supino di Shiva, con la sua lingua penzolante grondante sangue, nuda, i denti a forma di zanne, la collana di teschi al collo, le quattro braccia che reggono un cappio, una tibia sormontata da un teschio, una spada e una testa recisa. È la Kali di Ramakrishna, il mistico bengali della fine del XIX secolo. L'immagine rimanda alla cosmogonia tantrica, secondo la quale la realtà ultima è costituita dalla coppia divina Siva-Sakti unita in un perenne amplesso a formare l'Uno, il Grande yogin. La nascita del cosmo e il divenire provengono dallo scioglimento di questa unità perfetta. Assorta nella propria beatitudine, con gli occhi chiusi, Sakti non sa di essere altra da Shiva; quando ne assume coscienza la coppia divina si separa e la Dea, danzando sul cadavere immobile del dio, produce l'illusione della molteplicità. [2]
Origine dell’immagine di Ardhanarishvara
L’immagine di Shiva, sia nell’aspetto antropomorfo che in quello simbolico del Linga, emergono dall’epoca pre-vedica. Scavi nel territorio dell’Indo hanno portato alla luce immagini di Shiva Mahayogi [grande asceta] e Pashupati [signore degli animali] e oggetti simili a lingam, che farebbero supporre la manifestazione di Shiva come Linga e l’adorazione religiosa del Linga. La successiva rappresentazione di Shiva Urdhalinga ne è lo sviluppo. In due versi, il RgVeda si esprime criticamente verso il culto fallico, che suggerisce fosse prevalente tra le tribù non ariane. Inoltre, il culto del fallo era diffusa anche in altre parti del mondo. Anche tra i resti della civiltà ellenistica si trovano tracce del culto falllico. L’antico Egitto rappresentava Osiride nella forma del Linga e così lo venerava. Le immagini arcaiche di Shiva non ne rivelano tanto la percezione iconografica, quanto la grandezza divina, da cui derivarono Sadashiva e Maheshvara e, di conseguenza, Ardhanarishvara. Nelle prime rappresentazioni egli è il Linga, Il Seme Cosmico, l’origine della procreazione ed egli stesso la creazione; come Pashupati, il capo delle mandrie, è il sostegno delle creature e anche dei campi che danno loro il nutrimento, perciò il sostegno del ‘jiva’ e dell’’ajiva’, il Prana e l’Aprana; e come Mahayogi è il Sé Cosmico e anche la via della trascendenza, quindi in Lui è il Samsara e Lui è il Nirvana. La tipica iconografia shivaita, però, si sviluppa nell’era post-vedica. Le prime figure rappresentate sono Sadashiva e Maheshvara. La figura elegante e poderosa, con quattro braccia, caratterizza queste forme. Un toro maestoso è il suo veicolo. Aggiunto all’iconografia, il toro donò ad essa una nuova dimensione. Il Maheshvara con il suo toro è Vrashavaha Shiva. Solitamente a due braccia, con una mano appoggiata sul toro. Parashiva, Sadashiva, Maheshvara e Vrashavaha Shiva sono Saumya Shiva. Stranamente, la consorte Parvati non emerge in questa prima fase delle immagini shivaite, ma la forma di Ardhanarishvara è già rappresentata. Ovviamente, anche nell’arte, l’Ardhanarishvara non era visto come l’amalgama di due forme, ma una raffigurazione indipendente di Shiva, che lo rappresentava nella sua totalità.
Iconografia di Ardhanarishvara
A parte poche eccezioni, la metà destra di Ardhanarishvara è maschile, la sinistra femminile. Poche immagini, influenzate dal culto Shakta, hanno invertito tra i due i lati la posizione del maschile e del femminile.
Per quanto riguarda l’altezza, la dimensione dei volti e delle altre parti, l’anatomia maschile è predominante nella scultura, mentre nella pittura l’anatomia femminile sembra prevalere sull’intera figura. Anche dove vi sia una sostanziale similarità tra le due parti, il lato femminile esprime sentimenti di eleganza e di dolcezza. L’immagine di Ardhanarishvara può essere dotata di due, tre, quattro, sei o otto braccia. Un numero di braccia superiore a otto è dato solo alle rappresentazioni di Radura Shiva, il terrifico, che è ritenuto avere migliaia di braccia. L’immagine a due braccia è solitamente nella posizione lalita, Ardhanarishvara in assoluta pace. La metà femminile regge nella mano uno specchio oppure un loto blu. La mano maschile è posata sul toro o appoggiata sui fianchi. Può anche compiere l’abhaya-mudra, il gesto dell’assenza di paura. Quando si hanno tre braccia, una è al lato femminile, due in quello maschile. In questo caso le due braccia maschili sono poste una in abhaya o varada mentre l’altra regge un tridente o un bastone. Nella figura a quattro braccia la parte maschile è simile alla precedente, ma la seconda mano femminile reca uno specchio, un loto o una brocca. Il maschile nelle figure a sei o otto braccia reca inoltre un tamburo e il lato femminile un pappagallo. I gesti delle mani più diffusi nelle immagini di Ardhanarishvara sono: abhaya, varada, vyakhyana e katyavalambita. In abhaya, la mano destra superiore è posta nel gesto dell’assenza di timore, la mano aperta. In varada, la mano destra inferiore è abbandonata con il pollice leggermente flesso. In vyakhyana le dita della mano destra e quelle della mano sinistra sono unite nel gesto detto dell’argomentazione. Infine nel gesto chiamato katyavalambita, il braccio destro è appoggiato o talvolta sospeso ad una cintura. Altre differenze e particolari connotativi del maschile e del femminile sono espressi attraverso la descrizione degli abiti e dei monili caratteristici, simili a quelli delle rappresentazioni convenzionali delle divinità maschili e femminili.
[1] da "Ardhanarishvara in Art and Philosophy" http://www.exoticindia.com/article/ardhanarishvara [2] in "Androginia e ambivalenza divina in India" http://www.studioantropologico.it/public/new/articoli.asp?id=1
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Libri per approfondire:  Shiva e Dioniso Daniélou Alain, Astrolabio Ubaldini La danza delle pietre. Studi sulla scena sacrificale nell'India antica Malamoud Charles, Adelphi Il gemello solare Malamoud Charles, Adelphi I quattro sensi della vita e la struttura dell'India tradizionale Daniélou Alain, Neri Pozza Miti e dèi dell'India Daniélou Alain, BUR Upanisad antiche e medie a cura di P. Filippani Ronconi Bollati Boringhieri Hinduismo Della Casa Carlo; Piano Stefano; Piantelli Mario, Laterza Il mondo spezzato del sacrificio. Studio sul rituale nell'India antica Heesterman Jan C., Adelphi | A.K. Coomaraswamy:  La filosofia dell'arte cristiana ed orientale Coomaraswamy Ananda K., Abscondita Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte Coomaraswamy Ananda K., Adelphi La trasfigurazione della natura nell'arte Coomaraswamy Ananda K., Abscondita Induismo e buddhismo Coomaraswamy Ananda K., SE Miti dell'India e del Buddhismo Coomaraswamy Ananda K.; Nivedita (suor), Laterza La dottrina del sacrificio Coomaraswamy Ananda K., Luni Sapienza orientale e cultura occidentale Coomaraswamy Ananda K., Rusconi Libri |
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