Confusione e opinioni discordanti sono diffuse tra le gente a proposito del Guru. I Purana e i Tantra abbondano di apparenti contraddizioni sulla teoria del Guru. Al fine di fare chiarezza è necessario soffermare la mente su alcuni principi fondamentali.
Il principio fondamentale è che Guru e Ishta [Divinità prescelta] sono uno solo e sono identici, l'Ishta è in Essenza lo stesso Parameshwara (Supremo Principio): Guruh Vishveshvarah sâkshât târakam Brahma nischitam (Gurugita, 14). Non importa in quale forma accettiamo il nostro Ishta, tra le tante differenti, ma tutte sono forme del Parameshwara. Il Parameshwara, Supremo Principio, non può essere che uno. Le Upanisad affermano questa verità inequivocabilmente. Nella Brihadaranyaka Upanishad è stata posta la domanda: “Quanti sono gli Dei?” Cui risponde (3.9.1): Trayashcha tri cha shatâ, trayashcha tri sahasrâ "Trecentotre e tremila e tre", che significa che gli Dei sono innumerevoli. Tutti questi Dei non sono che manifestazioni dell'Unico Dio.
Anche se innumerevoli, non possono che essere Uno solo in essenza. Dunque nel corso del dialogo, gradualmente il numero degli dei è ridotto a Uno: Eko deva iti, prâna iti, sa Brahma tyadityâchakshate (3.9.9). Tutte le forme che vediamo intorno e che conosciamo, quelle che non conosciamo, e quelle che si manifesteranno in futuro - tutte sono forme dell'Unico Parameshwara. Rupam rupam pratirupo babhuva (Brihadaranyaka Upanishad, 2.5.19 & Katha Upanishad, 2.2.9). Quando ce lo dimentichiamo, prendiamo a considerarle differenti. E questo è l'esatto motivo per cui sorge in noi il conflitto. Alcuni dei ci sembrano più potenti, altri meno. Ma se restiamo saldi nella convinzione che tutti gli dei sono uno solo, che sono forme differenti del Parameshwara, ogni conflitto si placa. A questo proposito dobbiamo richiamare un altro principio. Abbiamo iniziato col dire che il Guru e l'Ishta sono uno. Ishta è la forma che accettiamo per svolgere la nostra sadhana. Quell'Ishta è solo manifestazione differente dell'Unico e senza-secondo Parameshwara. Ne consegue che il Guru e l'Ishta sono identici, che il Guru, ogni Guru, è il Parameshwara. Ma normalmente noi identifichiamo un individuo umano come nostro Guru. Pensiamo, il mio Guru è uno, il tuo Guru è un altro. Perciò, immaginando un Guru individuale per ciascuno di noi, il numero dei Guru diventa esponenziale. Ma la verità è che il solo Parameshwara si manifesta in tutti i Guru, come l'Uno è manifestato in tutti gli dei. [...]
Noi assumiamo una forma corporea in relazione ai nostri samskara [semi karmici]. Lasciamo questo corpo e ne assumiamo uno nuovo seguendo i samskara e i frutti del nostro karma. Cosa diciamo realmente affermando di assumere un corpo? Significa che si identifica l’essere fisico determinato con uno specifico insieme di samskara, quale "io". Identifico talvolta il mio essere associandolo con il corpo, talvolta con la mente e persino a volte con il “Sé” al di là del corpo-mente. Se lo vedo in associazione al corpo, lo definisco come Atman che non sopravvivrà al dissolversi del corpo. Quando lo identifico con la mente, sentirò di essere felice o triste. Dunque sento l’Atman sottoposto a dei cambiamenti a seconda delle modifiche della mia mente. Nondimeno quell’”io” esiste in tutti gli stati. Se quell’”io” è vissuto in maniera così cangiante, chi sta osservando i suoi cambiamenti? Se il conoscitore stesso subisse tanti cambiamenti, non potrebbe restare stabile nella propria natura. Perciò deve esserci un conoscitore che osserva tutti i cambiamenti, un testimone dei cambiamenti. E’ questo il vero Atman. 'Sâkshi cheta kevalo nirgunashcha’. Come il filo che passa tra i fiori di una ghirlanda, l’Atman rimane immutato attraverso tutti i cambiamenti. Mayi sarvamidam protam sutre maniganâ iva, “Tutto in Me si unisce, come perle su un filo” (Gita, 7.7). L’Atma è vyapaka. Vyapaka significa che è pervaso di sé soltanto, immutabile, attraverso tutti i cambiamenti. E’ uno stato lontano dalla comprensione ordinaria. Solo mediante la Conoscenza diretta, il Jnani (Conoscitore illuminato) Lo realizza. “Gli illusi non Lo vedono uscire (dal corpo) o risiedere (in esso) o esperire (gli oggetti), essendo coinvolti nei sensi; ma coloro che hanno aperto l’occhio della Conoscenza Lo vedono” (Gita 15.10). Se analizziamo l’Atman, escludendo le variabili mutevoli che non appartengono alla Sua natura, osserviamo che Esso è il testimone dei cambiamenti e perciò che l’Atman è senza nascita e senza morte. Yatanto yoginashchainam pashyantyâtmanyavasthitam – “Lo Yogi che ricerca la perfezione riesce a vederlo che abita in essi” (Gita 15.11).
L’Atman associato al corpo è soggetto alla nascita e alla morte. Quindi quello che intendiamo con Prârabdha bhoga (fruizione del Karma accumulato) non ha una relazione fisica con il corpo della precedente incarnazione. Il corpo attuale non ha neppure memoria del Diksha (iniziazione spirituale) o delle impressioni fisiche acquisite durante la vita precedente. Come si mantiene quindi la relazione con il Guru? Dobbiamo perciò comprendere che il Guru non è un individuo incarnato. Poiché ogni individuo incarnato è soggetto alla nascita e alla morte. Nelle nostre Scritture è detto che il Guru è eterno. Nityam shuddham nirâbhâsam nirâkâram niranjanam (Gurugita, 50). Mediante questa comprensione possiamo affermare che il Guru è Nityam (eterno) e che la sua relazione con il Jivatma (ente individuale) non è mai interrotta. Il Nityaguru è onnipresente allo stesso modo per cui Dio è onnipresente. Dunque il Nityaguru è uno con Dio. Le Scritture raccomandano di porgere obbedienza al Guru: Gururbrahmâ Gururvishnuh Gururdevo Maheshvarah, Gurureva param Brahma tasmai Sri Gurave namah. (Gurugita, 26) E si dice poi: Mannâthah Sri Jagannâtho madguruh Srijagatguruh, Mamâtmâ sarvabhutâtmâ tasmai Sri Gurave namah (Gurugita, 37) il Guru è Brahma, Vishnu, Maheshvara; in verità è il Param-brahma. Questo Guru è il mio Guru e quello di chiunque altro, poiché non ve ne sono altri – è Uno solo. Se non si comprende ciò, si cade nel ritenere un corpo individuato quale Guru. Non è possibile una relazione eterna con un individuo incarnato. Perciò le scritture non nominano un ente corporeo come Guru, affinché la nostra relazione con esso non debba mai spezzarsi. La domanda che ne consegue è perciò, come dobbiamo vedere il Guru? Dobbiamo vederlo come il simbolo del Nityaguru. Non potendo vedere gli dei e le dee, li invochiamo mediante delle immagini. Sebbene immersi nelle immagini, non abbandoniamo veramente i nostri dei e dee dopo avergli offerto la nostra adorazione. Allo stesso modo la nostra relazione con il Guru si interrompe quando lui muore o noi moriamo, ma questa separazione non accade rispetto al Nityaguru.
I Purana immaginano che, dopo la morte, il Guru ci guiderà entro un piano esistenziale appropriato (Loka). Seguendo la logica delle Scritture, troviamo che quando l’Atman abbandona la sua identificazione con un corpo, immagina di trasformarsi in un altro. Questo corpo mutato non ha la minima relazione con il corpo precedente. Il vecchio corpo è ridotto in cenere, e il nuovo prende forma in base ai samskara residui, che controllano la nuova nascita e rendono al nuovo nato i frutti del Karma accumulato nelle nascite precedenti, aggiungendovi i nuovi. E’ detto perciò nella Brihadaranyaka Upanishad (4.4.2) “… Quando fuoriesce dal corpo, con lui dipartono le forze vitali, e con esse tutti gli organi di senso. Quindi, secondo la consapevolezza che è in lui, egli va verso il corpo che ad essa è collegato. In questo lo seguono le sue passate conoscenze, le sue opere e la sua maturata esperienza”. Dunque, quando un individuo abbandona il corpo le forze vitali e gli organi di senso lo seguono. Quindi i samskara relativi alla predente incarnazione acquistano il potere di determinare la natura della nascita successiva. La conoscenza acquisita, i frutti karmici accumulati e i samskara si incanalano nella nuova nascita e si sistemano nel corpo appropriato. E’ detto inoltre nella Gita (15.8-9): “Come l'aria trasporta gli odori, l'essere vivente porta con sé, da un corpo all'altro, le sue diverse concezioni di vita. Ogni volta che si riveste di un nuovo corpo grossolano, l'essere vivente ottiene un particolare senso dell'udito, della vista, del tatto, del gusto e dell'olfatto, che gravitano intorno alla mente. Egli gode così degli oggetti dei sensi”. Come il nato gode dei frutti del Karma, ritrova così anche il frutti della sadhana, come gli fu impartita dal Guru nella vita precedente. Perciò possiamo dire che realmente il Guru conduce il discepolo per il giusto cammino. Sebbene la relazione fisica tra Guru e discepolo non possa essere mantenuta ininterrottamente. Osservando però dal punto di vista sottile, il discepolo non è mai separato dal suo Guru.
Che l’Onnipotente ci benedica con la limpida visione, che possiamo liberarci dalla meschinità e dalle impurità della mente e realizzare il Supremo Principio.
di Swami Bhuteshananda, dal 6° numero del 98° anno della rivista Udbodhan—Asada. L'articolo è tratto e adattato da: http://www.sriramakrishnamath.org/magazine/vk/2004/4-4-1.asp
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