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La complessa trama della religione vedica è intessuta di varie sfumature di credenze e di forme di devozione. Ciò ha dato vita a una vastità di concetti sulla suprema Realtà, che vanno dall'esuberanza del panteismo e del politeismo alle forme più astratte di monismo non-duale.
E' quasi impossibile definire i Veda senza riferirsi ai concetti di dharma e brahman. Due celebri sinonimi di Veda, shruti e amnaya, chiriscono questi aspetti. Il termine shruti si definisce come ‘shruyete dharmadharmau anaya iti shrutih': [le scritture] attraverso cui si apprende il significato di dharma e adharma sono la shruti; e amnaya come ‘amnayate upadishyate dharma ityanena': ciò che istruisce sul dharma. La definizione di Shankaracharya è più filosofica, scientifica ed essenzialmente monistica: 'Il Rig Veda e gli altri Veda dissertano di Quello (Brahman) e di una visione del Suo raggiungimento; oppure ne stabiliscono l'esistenza (di Brahman); o guidano alla conoscenza del Paramatman situato nel Brahman e quindi si chiamano veda'
1 In altre parole, i Veda sono quelle scritture con il cui studio si ottiene la conoscenza del Brahman. Poichè la radice sanscrita vid significa 'sapere', 'esperire', 'scoprire' o 'imparare', la definizione di Shankaracharya diventa particolatemente significativa esaminando l'evoluzione del concetto di Dio nella letteratura Vedica. Il concetto vedico di Dio.
La letteratura vedica ci mostra l'origine, il percorso e il culmine della concezione umana di Dio o della Realtà suprema: dal politeismo al monoteismo e dal monoteismo al monismo; dal molteplice con molti nomi e molte forme, alla Realtà impersonale al di là dei nomi e delle forme.
Il concetto di Realtà suprema contenuto nel rig Veda è unico. Presenta elementi sia monistici che dualistici. L'intero processo della creazione e dell'evoluzione naturale (dallo stato originario) è espresso attraverso il linguaggio mitologico del Rig Veda. Parallelamente all'evoluzione del concetto di Realtà, vediamo l'evolversi del concetto di Dio. Si osserva progredire la mentalità vedica dalla semplice preghiera per una lunga vita e per il benessere (pashyema sharadah shatam jivema sharadah shatam) fino al più elevato idealismo. Vi sono versi in cui il devoto chiede alle varie divinità ricchhezza, intelligenza e prosperità. Per esempio ‘Dhiyam pusha jinvatu …': Che il Purusha, benefattore di tutti, sia propizio. Dall'altra parte, in alcuni versi i Rishi [poeti-veggenti che composero i Veda - ndr] affermano che lo stesso dio, Agni [il fuoco], appare nelle varie forme come Indra, il dispensatore delle piogge, o Vishnu che abita nel cuore di ciascuno e protegge il mondo, e così via. Alcuni mantra delle Upanisad e alcuni sukta dei Veda descrivono l'evoluzione della mentalità vedica. La Kena Upanisad, ad esempio, chiede ‘Keneshitam patati preshitam manah?': per volontà di chi la mente si muove in relazione agli oggetti?
Sebbene si possa individuare il tema centrale del Rig Veda Samhita nella propiziazione degli dei e delle dee (deva e devi), dietro al piano multiforme degli inni e di rituali, scorre il filo dell'evoluzione graduale del concetto di vita spirituale. Nella maggior parte dei sukta vedici gli dei sono dipinti quali potenze ordinatrici e governatrici dei fenomeni naturali, come la pioggia, la tempesta e il tuono. Molto spesso le medesime caratteristiche sono attribuite a vari dei. I veggenti vedici osservavano la luna, le stelle, il mare, il cielo, l'alba e il tramonto come fenomeni divini e non come parti di una natura inanimata. [...] Talvolta, vi si afferma che la Realtà alla base del principio del fuoco è una soltanto; la stessa Verità è nel sole che illumina l'universo; la stessa Realtà è in Ushas [l'alba] che dona splendore ad ogni cosa, e così via. Nel decimo mandala si trova un mantra che esprime questa domanda: 'Quanti sono i fuochi, quanti i soli, quante le albe e quante sono le acque? Lo chiedo a voi, o pitris [antenati], non per mera disputazione; lo chiedo a voi, saggi, al fine di conoscere (la verità)' (10.88.18) In risposta al quesito, il mantra nell'ottavo mandala definisce l'unità del principio divino: 'Agni è uno, che si esprime in varie forme, l'unico sole in tutti i mondi, l'unica alba che illumina tutto questo; l'Uno soltanto diviene tutto questo'. (8.58.2) Nel Nirukta, Yaskacharya definisce la parola 'deva' [dei - ndt] così: 'Un deva è quello che dona (devo danat), che risplende (devo dipanat), che illumina (devo dyotanat), e che abita in cielo o nel mondo celeste (dyusthane bhavati iti).’3 La parola isha è definita da Yaska come ‘ishte iti ishah': poiche regna e regola l'intera creazione, è detto isha. Secondo la prima definizione data per 'deva', la parola isha è indicata per colui che possiede gli otto poteri, quali anima (la capacità di farsi infinitamente piccolo), garima (diventare di enorme statura), e simili. Secondo il Brahmavaivartaka Purana, Ishvara è colui che regna, controlla e possiede tali poteri.
Per l'uomo comune i fenomeni esterni, percepiti dai sensi, costituiscono l'unica realtà. Per quanto possa preoccuparsi di Dio, per colui che non può né vederlo né udirlo, è soltanto una parola. Ma progredendo nel pensiero razionale e nell'evoluzione spirituale, egli realizza che il mondo fenomenico che osserva intorno a sé è in continuo divenire, e per questa impermanenza, non può costituire la Realtà ultima. Quindi potrà vedere questo mondo come qualcosa di inesplicabile o indefinibile. Ma raggiungendo i più elevati livelli di contemplazione filosofica e di evoluzione spirituale, realizza che il mondo fenomenico è reale solo in senso relativo. Dio è la sola Realtà vera; tutto il resto è effimero.
I Mimamsaka [seguaci della scuola Mimamsa - ndr] considerano gli dei come la reale personificazione dei rispettivi mantra. Questa idea ha un significato particolare dal punto di vista della pratica spirituale. All'inizio l'aspirante considera la divinità come saguna (con attributi) e sakara (forma), cioè la effettiva personificazione del significato del mantra specifico. [...] Il Nirkuta di Yaska discute se gli dei abbiano o no una forma (umana). La discussione dei tre punti di vista (il possesso di forma, il non possesso di forma, la combinazione dei due) porta il nikuta a concludere che, in realtà, vi è un solo dio che può essere appellato in differenti modalità, a seconda del temperamento dell'aspirante. Infatti, il nostro concetto di dio è largamente determinato dal milieu culturale, dall'attitudine intellettuale e della levatura spirituale. Per questo i Mimamsaka conclusero che gli dei sono della forma del mantra corrispondente.
La maggior parte degli inni del Rig Veda, rivolti ai vai dei e dee per chiedere aiuto e protezione, sono preghiere collegate a differenti momenti dell'evoluzione. Nel quinto mandala, ad esempio, troviamo una preghiera in cui il saggio invoca Indra, Varuna, Mitra e Agni per ottenere una vita felice, con queste parole: 'Che Indra, Varuna, Mitra, Agni, le acque, le erbe e gli alberi gradiscano la nostra preghiera; che noi[...] possiamo godere della felicità; accordaci sempre la tua benedizione'. 5 Qui vediamo un'eco dell'ideale monoteista. Lo stesso Dio appare nelle forme di Indra, Varuna e gli altri. E l'officiante si apetta che gli dei gradiscano la sua preghiera.
Evoluzione del concetto di Dio.
Nella maggior parte degli inni relativi ai vari dei, quali Surya, Agni, ecc, possiamo trovare che il principio divino implicito è il medesimo Paramatman. La gloria degli dei e delle dee, infatti, è la gloria della stessa divina Realtà. Questa idea viene espressa in forma di storia nella Kena Upanisad (appartenente alla tradizione del Sama Veda). L'Upanisad racconta di quando gli dei Agni e Vayu, dimentichi che solo il potere di Brahman conferiva loro la forza per le diverse azioni, si inorgoglirono della loro malintesa grandezza e Brahman comparve dinanzi a loro nella forma di uno yaksha [spirito della natura, esseri semi-divini che sottopongono vari protagonisti di saghe mitologiche a diverse prove - ndr] per insegnargli l'umiltà. Il Rig Veda afferma anche che tutti gli dei e le dee sono sottoposti al Brahman: 'Tutti gli dei hanno il loro posto nello Spazio Supremo (nella forma) degli imperituri Veda' 6. I Veda enumerano trentatrè divinità. Il principio fondamentale dietro al concetto di dei e dee vedici è che essi sono tutti riflessi e manifestazioni del solo Dio. [...]
Nella Brihadaranyaka Upanishad, il saggio Yajnavalkya dice a Shakalya: 'In realtà vi sono solo trentatrè dei; gli altri sono loro manifestazioni'. Alla richiesta di Shakalya, 'Quali sono questi trentatrè dei?' Yajnavalkya risponde: 'Gli otti Vasu, gli undici rudra, i dodici Aditya, Indra e Prajapati sono i trentatrè dei'7. All'inizio Yajnavalkya calcola che gli dei sono trecentotre, e tremilatre, ma al ripetersi della domanda, in fine scala il loro numero fino al solo Uno-Prana, identificato con Brahman.
Un sukta del terzo mandala si riferisce ad Agni dicendo: 'Tremilatrecentotrentatre divinità adorano Agni; lo aspergono di burro fuso, cospargono per lui l'erba sacra e lo posano sopra di essa come suoi sacerdoti'8. Agni è il simbolo del Paramatman e tutti gli dei sono vari aspetti o manifestazioni di Agni. Secondo molti studiosi, il simbolo vedico più appropriato per rappresentare la posizione suprema tra tutti gli dei, è Agni. Agni è il principio del fuoco che splende nel sole e anche colui che trasporta le nostre offerte presso gli altri dei. E' l'amico degli uomini e intercede per loro. E' il simbolo della saggezza, della conoscenza, della compassione e della maestà. Per queste ragioni è venerato da tremilatrecentotrentatre divinità.
I sukta come 'Tvamagne prathamo anggira': Tu, Agni, sei stato il primo rishi'(1.31.1) e ‘Tvamagne dyubhistam': Tu, Agni, puro e radioso (2.1.1), ritraggono Agni come la personificazione dell'onnipotenza e dell'onniscienza. Il dio Pavamana Soma è lo stesso Agni. Soma è il simbolo di Brahman e realizzare il Soma è l'equivalente di realizzare il Brahman. Nella tradizione vedica e vedanta, la Suprema Realtà è designata (sebbene al di là del descrivibile e delle definizioni) come sat-cit-ananda [essere-coscienza-beatitudine, ndr]. Secondo i saggi del Rig Veda - Agni, Surya e Soma sono simboli di Sat, Cit e Ananda, rispettivamente. In altre parole Agni, Surya e Soma insieme costituiscono Satchidananda. Talvolta sat e cit sono descritti come aspetti dell'ananda, specialmente nelle Upanisad (ad esempio, ‘Anando brahmeti vyajanat': [egli] conosce la beatitudine come Brahman. 9). Probabilmente, questo è il motivo per cui è dedicato un intero mandala esclusivamente al Soma. Il Rig Veda Samhita dice: 'Il Soma fluisce, generando le lodi, generando il Cielo, generando la Terra, generando Agni, generando il Sole, generando Indra, generando Vishnu' 10. [...]
Riferimenti: 1. Shankaracharya’s commentary on Sanatsujatiya, 3.37 2. Rig Veda, 2.40.6. 3. Nirukta, 7.15.1. 4. Isha Upanishad, 15. 5. Rig Veda, 7.34.25. 6. Ibid., 1.164.39. 7. Brihadaranyaka Upanishad, 3.9.3. 8. Rig Veda, 3.9.9. 9. Taittiriya Upanishad, 3.6.1. 10. Rig Veda, 9.96.
tratto da: http://www.advaitaonline.com/magazine/2005-05/05-06.htm
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