Visioni di Shiva nel Mahabharatha
Sauptika Parva, Sections VI/ VII

Aswatthaman, figlio di Drona, disse: è tempo che io cerchi la protezione del potente Mahadeva! Riceverò protezione da quel Dio, fonte di ogni cosa benefica, signore di Uma, chiamato anche Kapardin,  adornato di una ghirlanda di teschi umani, che strappò l’occhio di Bhaga, colui che viene anche chiamato Rudra e Hara. Egli ha superato tutti gli dei in penitenze e prove. Cercherò perciò la protezione di Girisha (Shiva) armato del tridente.

Io cerco la protezione di colui che è chiamato il Feroce, Stanu, Siva, Rudra, Sarva, Isana, Iswara, Girisha; del benefattore munifico che è il Creatore e il Signore dell’universo; di Colui che ha la gola blu, che non  ha nascita, chiamato Sakra, che distrusse il sacrificio di Daksha, colui che è chiamato Hara; di quello la cui forma è l’universo, che ha tre occhi, che possiede miriadi di forme, che è il signore di Uma; di colui che abita nei campi di cremazione, che è colmo di energia, che domina le diverse specie di esseri sottili, Colui che possiede immortale potere e prosperità; di Colui che brandisce il bastone coronato dal teschio; che è chiamato Rudra, che porta le ciocche di capelli impastate sul capo e che è un Brahmacharin (celibe, puro).
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Ardhanarishvara o l’Androgino Cosmico nell’arte e nella filosofia
Ardhanarishvara è una delle rappresentazioni del Divino più diffuse nell’arte indiana, a partire dall’inizio dell’era cristiana. Le più antiche immagini di Ardhanarishvara risalgono al periodo Kushana (36-60 DC), rinvenute su alcune monete, non molto riconoscibili, e su una stele della metà del primo secolo, che è il primo esempio certo dell’immagine di Ardhanarishvara nell’arte.

Nel RgVeda e nei testi successivi del pensiero indiano, si trovano molte allusioni all’unione dell’elemento maschile e femminile, quale strumento della creazione.    Ma nessuna di queste allusioni fa riferimento diretto alla forma androgina di Ardhanarishvara. Perciò alcuni studiosi dichiarano che Ardhanarishvara sia una costruzione strettamente artistica, prodotto dell’immaginazione umana, come una sorta di riconciliazione anatomica del conflitto tra il maschile e il femminile attraverso una forma divina.
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Trasmigrazione e Atman nel pensiero vedico e nelle Upanisad

I libri III e IV della Brhadaranyaka Upanisad [BU], tradizionalmente designati come “Yajnavalkya Kanda”, formano un racconto a sé stante, divenuto quasi leggenda intorno a questo celebre personaggio di sapiente. Il loro contenuto è strettamente collegato ai testi del Śatapatha-Brahma [SB] (X e XI libro) e al secondo libro dell’Upanisad.

Il tema dominante dei due dialoghi tra Yajnavalkya e Janaka (IV 1–2 e 3–4) è il timore dello stato cui si perviene dopo la morte. Questo tema è esposto chiaramente nella domanda dai toni quasi ironici che Yajnavalkya pone al centro del primo dialogo, come introduzione al suo insegnamento:
[Yajnavalkya disse:] “E dunque, o grande re, così come chi si appresti a un lungo viaggio si procura un carro o una barca, così il tuo essere [atman] si è preparato in queste profonde teorie [upanisad]. Ma tu che regni sugli altri uomini e che sei ricco, dove andrai lasciando questo mondo, ora che sei stato istruito nei Veda e nelle Upanisad?” [Janaka rispose: ] “Non lo so, signore, dove andrò”. [Yajnavalkya disse:] “Ora ti dirò veramente dove andrai” [Janaka:] “Dunque parla, ti prego”.

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La figura di Ashtavakra nel Mahabharatha
Il nome del ragazzo afflitto dalla ottuplice distorsione delle membra, Ashtavakra, è noto per il dialogo che prende il suo nome, l’Ashtavakra Samhita, o Ashtavakra Gita. E’ ricordato però anche in un passo del Mahabharatha, che qui traduciamo, nella veste di figlio devoto e dottissimo bramino, episodio che, si dice, fu all’origine del dialogo di istruzione a lui intitolato. Durante gli eventi narrati in questo brano dell’epopea, avvenne infatti l’incontro con Janaka, il re che divenne suo discepolo, folgorato dalla sapienza del ragazzo.

Questo racconto ci introduce brevemente nella complessa narrazione del Mahabharatha, con uno scorcio particolare sulla vita e i valori dei bramini dei tempi mitici, delle dispute filosofiche giocate al prezzo della vita e del profondo legame con la tradizione dei Veda e dei padri.

Oltre all’interesse storico e mitico del brano, oltre alla raffinatezza letteraria che ci costringe a ricorrere ad abbondanti note per comprendere le argomentazioni, abbiamo qui la prova che l’insegnamento di Ashtavakra non è il prodotto di un riformatore o di un iconoclasta, ma il culmine della conoscenza prescritta dai Veda.
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La Natura del Guru
Confusione e opinioni discordanti sono diffuse tra le gente a proposito del Guru. I Purana e i Tantra abbondano di apparenti contraddizioni sulla teoria del Guru. Al fine di fare chiarezza è necessario soffermare la mente su alcuni principi fondamentali.

Il principio fondamentale è che Guru e Ishta [Divinità prescelta] sono uno solo e sono identici, l'Ishta è in Essenza lo stesso Parameshwara (Supremo Principio): Guruh Vishveshvarah sâkshât târakam Brahma nischitam (Gurugita, 14). Non importa in quale forma accettiamo il nostro Ishta, tra le tante differenti, ma tutte sono forme del Parameshwara. Il Parameshwara, Supremo Principio, non può essere che uno. Le Upanisad affermano questa verità inequivocabilmente.
Nella Brihadaranyaka Upanishad è stata posta la domanda: “Quanti sono gli Dei?” Cui risponde (3.9.1): Trayashcha tri cha shatâ, trayashcha tri sahasrâ "Trecentotre e tremila e tre", che significa che gli Dei sono innumerevoli. Tutti questi Dei non sono che manifestazioni dell'Unico Dio.
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Il concetto di Dio nei Veda

La complessa trama della religione vedica è intessuta di varie sfumature di credenze e di forme di devozione. Ciò ha dato vita a una vastità di concetti sulla suprema Realtà, che vanno dall'esuberanza del panteismo e del politeismo alle forme più astratte di monismo non-duale.

E' quasi impossibile definire i Veda senza riferirsi ai concetti di dharma e brahman. Due celebri sinonimi di Veda, shruti e amnaya, chiriscono questi aspetti. Il termine shruti si definisce come ‘shruyete dharmadharmau anaya iti shrutih': [le scritture] attraverso cui si apprende il significato di dharma e adharma sono la shruti; e amnaya come ‘amnayate upadishyate dharma ityanena': ciò che istruisce sul dharma.
La definizione di Shankaracharya è più filosofica, scientifica ed essenzialmente monistica:
'Il Rig Veda e gli altri Veda dissertano di Quello (Brahman) e di una visione del Suo raggiungimento; oppure ne stabiliscono l'esistenza (di Brahman); o guidano alla conoscenza del Paramatman situato nel Brahman e quindi si chiamano veda'

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Libri per approfondire:

Shiva e Dioniso Daniélou Alain, Astrolabio Ubaldini

La danza delle pietre. Studi sulla scena sacrificale nell'India antica Malamoud Charles, Adelphi

Il gemello solare Malamoud Charles, Adelphi

I quattro sensi della vita e la struttura dell'India tradizionale Daniélou Alain, Neri Pozza

Miti e dèi dell'India Daniélou Alain, BUR

Upanisad antiche e medie a cura di P. Filippani Ronconi Bollati Boringhieri

Hinduismo Della Casa Carlo; Piano Stefano; Piantelli Mario, Laterza

Il mondo spezzato del sacrificio. Studio sul rituale nell'India antica Heesterman Jan C., Adelphi

A.K. Coomaraswamy:

La filosofia dell'arte cristiana ed orientale Coomaraswamy Ananda K., Abscondita

Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte Coomaraswamy Ananda K., Adelphi

La trasfigurazione della natura nell'arte Coomaraswamy Ananda K., Abscondita

Induismo e buddhismo Coomaraswamy Ananda K., SE

Miti dell'India e del Buddhismo Coomaraswamy Ananda K.; Nivedita (suor), Laterza

La dottrina del sacrificio Coomaraswamy Ananda K., Luni

Sapienza orientale e cultura occidentale Coomaraswamy Ananda K., Rusconi Libri