La Grande Marcia del Sale. Gandhi, Neru e la battaglia per la giustizia sociale.
All'inizio Nehru pensò che il piano di azione di Gandhi, calmo e riflessivo, non avesse nessuna possibilità di riuscita.
"Voglio la rivoluzione" si lamentava Nehru "questo è riformismo".
"Ho fatto la rivoluzione mentre gli altri ne hanno soltanto parlato" rispose Gandhi "Quando la tua esuberanza si sarà placata e avrai esaurito il fiato, se sarai seriamente intenzionato a fare la rivoluzione, verrai da me".
E questo è ciò che Nehru effettivamente fece.
Ancora tre decenni dopo, quando era primo ministro dell'India, Jawaharlal Nehru non poteva dire esattamente perché avesse seguito Gandhi. "Noi che lo abbiamo conosciuto per molti anni, nei suoi sentimenti e nelle sue attività, se cerchiamo di capire cosa ci fosse dietro di esse, quali distanti orizzonti coprissero i suoi occhi, siamo ancora lontani dalla meta della nostra ricerca" scrisse.

Quale misterioso legame unì il giovane sofisticato - educato a Cambridge e frequentatore di bar in Inghilterra - al Mahatma Gandhi, così radicato nei valori tradizionali da sembrare anacronistico? Come poterono operare insieme ed efficacemente nel movimento per la liberazione?
Per tutta la durata della battaglia per la libertà, Nehru fu combattuto tra l'amorevole soggezione per i successi di Gandhi, da una parte, e la sua personale frustrazione verso l'antiquata filosofia del Mahatma, dall'altra.
Gandhi sosteneva che i suoi fondamenti spirituali erano la sorgente del suo potere di promuovere il cambiamento, dunque non avrebbe intrapreso alcuna azione politica se non ne avesse sentito l'armonia spirituale. Allo stesso tempo, comunque, Nehru credeva che una politica forte avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella lotta di liberazione dell'India dall'Impero Britannico. Era perplesso dagli onori che Gandhi riservava ai suoi oppositori, dal fatto che non traesse vantaggio dalle loro sconfitte o non ne sfruttasse le debolezze.
Nehru era anche confuso e irritato dal vocabolario spirituale che Gandhi aveva importato nel mondo politico. Si lamentava dell'insistenza di Gandhi nel seguire la "voce interiore" (Nehru avrebbe preferito chiamarla "istinto"). I digiuni fino alla morte per l'unità Indù-Mussulmana, avevano portato Nehru alla disperazione, ed era anche infastidito dai discorsi del Mahatma sul ritorno di Rama Raj, l'età felice di Rama, il Signore. "Mi consolavo pensando che Gandhi usava quelle parole perchè erano conosciute e comprensibili alle masse" disse "Ma non le apprezzavo affatto".
Per Nehru, le attività quotidiane di Gandhi sembravano poco più che distrazioni dalla lotta. Non poteva capire l'attenzione di Gandhi per questioni come l'igiene del villaggio o la filatura del cotone. Gli esperimenti dietetici del Mahatma, gli parvero al massimo eccentrici. Un giorno Gandhi poteva decidere di mangiare solo cibi crudi, il giorno dopo di cenare con brutte foglie bollite, che avevano l'aspetto di alghe e puzzavano anche peggio. Il piacere di Gandhi nel perseguire il dominio dei sensi era per Nehru un mistero che mai risolse. Era sbigottito dai voti che Gandhi richiedeva a coloro che volevano stabilirsi nell'ashram - voti che includevano la proibizione di sesso e alcolici - per non parlare del suo smarrimento all'idea di abbandonare i frutti, o i risultati, delle azioni. Non è da irresponsabili, chiedeva, non cercare di dirigere i risultati dei nostri sforzi? Come poteva Gandhi, così semplice e diretto in superficie, essere tanto difficile da comprendere - e ancora di più da seguire?

"Gandhi dice: 'Un passo mi basta'" sbottò un giorno Nehru "e non prova mai a gettare uno sguardo verso il futuro o ad avere un progetto finale davanti a sé. 'Occupati dei mezzi e il fine si occuperà di sé stesso' ripete sempre.
'Siate virtuosi nella vostra vita privata e tutto il resto verrà da sé' Questo non è un atteggiamento politico o scientifico, e forse neppure un atteggiamento etico. Non corrisponde in nulla all'esperienza e al metodo psicologico dei nostri giorni." Eppure Nehru non poteva mettere in discussione il fatto che Gandhi ottenesse dei risultati dove gli altri avevano fallito. La marcia verso il mare del 1930 ne fu un caso esemplare.

La Grande Marcia del Sale.

Gandhi si trovò coinvolto nel movimento per la liberazione dell'Indian National Congress, per intensificare la battaglia non-violenta contro il governo britannico, ma non era ben sicuro di dove questo avrebbe portato. "Giorno e notte penso furiosamente, ma non vedo alcuna luce emergere dalle tenebre circostanti" disse all'amico Rabindranath Tagore.

Nel frattempo, i giovani combattenti per la libertà, ansiosi di dimostrare la propria forza, aspettavano impazienti che Gandhi trovasse l'ispirazione dal profondo. Per settimane la grande domanda restò sospesa nell'aria: Che forma dovrebbe prendere la disobbedienza civile? Si dovrebbe paralizzare il paese con uno sciopero di massa? In fine, a Marzo, Gandhi comunicò la risposta: Avrebbero sconfitto il governo britannico producendo il sale [la produzione del sale era monopolio riservato del governo britannico - ndt].
"Tutto qui?" chiesero i giovani rivoluzionari. Scuotevano la testa. "Eravamo esterrefatti" racconta Nehru "Stavamo parlando di indipendenza. Ma Gandhi intendeva la stessa cosa che dicevamo noi, usando lo stesso termine, o parlavamo linguaggi differenti?". Non di meno, fecero ciò che Gandhi voleva.
Giunse poi la sorpresa. La modesta protesta di Gandhi divenne il cardine della rivoluzione non-violenta. Il sale è necessario per la vita in un paese tropicale e, sebbene la tassa sul sale non era esosa, danneggiava fortemente i più poveri. Le masse impoverite rifiutarono di pagare la tassa e si unirono a Gandhi nella richiesta di restituire alla nazione la lavorazione del sale. Furono una sola voce. E produssero il loro sale.
"Sembrava fosse scattata improvvisamente una molla in tutto il paese, nelle città e nei villaggi, la manifattura del sale era l'argomento del giorno" racconta ancora Nehru "Come si vide l'entusiasmo della gente, e che la questione della produzione del sale si stava diffondendo come fuoco nella prateria, ci vergognammo di avere messo in discussione l'efficacia di questo metodo quando Gandhi lo aveva proposto. E ci inchinammo alla straordinaria abilità dell'uomo che aveva impressionato la moltitudine e l'aveva fatta agire in maniera organizzata."

Spiritualità in azione.

Nehru vide nella Marcia del Sale un esempio dell'inspiegabile controllo che Gandhi esercitava sulle masse, ma gli osservatori spirituali lo chiamarono Karma Yoga, o spiritualità in azione. Così la spiegava Gandhi: "Gli scienziati ci dicono che senza una forza coesiva tra gli atomi che compongono il nostro mondo, esso andrebbe a pezzi e noi cesseremmo di esistere" Diceva "Così come vi è una forza coesiva nella materia incosciente, così deve esserci nelle cose animate, e il nome di questa forza è amore.. Dobbiamo imparare a usare questa forza in tutto ciò che vive... Dove c'è amore c'è vita. Il conflitto porta la distruzione."
La meditazione, la ripetizione del suo mantra, e la preghiera comune nell'ashram erano la ricetta di Gandhi per connettersi con il potere interiore dello spirito. E attraverso tale potere trovò il modo di sostenere la dignità dei suoi avversari nel pieno della lotta, senza abbandonare i suoi principi. Vide come impiegare la forza della verità - non per accaparrarsi e mantenere il potere politico, ma per correggere una situazione sbagliata. Era questa la lama di rasoio su cui si muoveva la riforma opposta al potere politico; era una riforma in cui i mezzi sono più importanti dei fini, e nessuno deve essere umiliato o lasciato nel risentimento o nel rancore.

Eppure dal punto di vista di Nehru questa era solo religione, e la religione era in conflitto con la scienza moderna. Le sue obiezioni oggi ci suonano famigliari. Religione intesa come intolleranza. Questo sostenne il conflitto tra Indù, Mussulmani , Cristiani e Sikh, un dissidio che fu voluto da persone che professavano una fede, ma la usavano per promuovere i propri interessi. La religione è emotiva, scrisse Nehru, e perciò nemica della lucidità di pensiero. [...]

E se il giovane Nehru era dubbioso sulla religione, il suo anziano e influente padre, lo statista Motilal Nehru, era nettamente ostile. "Ho detto a Mahatmaji,” riferì a Pyarelal, segretario di Gandhi "Non credo nella tua spiritualità e non crederò in Dio, non in questa vita, almeno"
"E lui cosa ha detto?" chiese Pyarelal. "Ha solo riso" rispose Motilal Nehru.
Mai in difficoltà con le tesi contrarie [alla religione], Gandhi spesso ripeteva che un cuore compassionevole è già religioso. La definizione gandhiana di religione non si riferiva a qualche dogma o credo particolare; era l'evoluzione dello spirito umano, una trasformazione che egli vedeva in ogni passo della vita, dalla battaglia non violenta per la libertà, alla vita nell'ashram.
La religione vera è il più grande dei poteri in terra, scrisse nel 1925 in una lettera a Nehru. Il suo potere proviene dall'intensità dell'anelito che la fede raccoglie. La religione è stata sfruttata a causa di questo potere.

"Coloro che ne hanno visto lo sfruttamento e gli sfruttatori, non cogliendone la realtà più profonda, provano naturale disgusto per la cosa in sé" prosegue Gandhi "Ma la religione è, al di là di tutto, una questione del singolo individuo, e una questione di cuore. Chiamatelo come volete, ma quello che dà conforto nella pena più dura è Dio."

In un'altra occasione Gandhi scrisse: "Non è la religione Indù, che certamente io apprezzo più delle altre religioni, ma è la religione che trascende l'Induismo, quella che cambia la natura dell'individuo, che lo lega indissolubilmente alla verità interiore, che veramente purifica. E' l'elemento permanente della natura umana, per cui non esiste un prezzo troppo alto affinchè si esprima pienamente, che non dà pace all'anima finchè non ha trovato sé stessa, consciuto il suo Creatore, e riconosciuto la perfetta corrispondenza tra sé e il Creatore" [...]

Tratto da:
http://www.yimag.org/features.asp?articleid=2
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Libri per approfondire:

Storia della filosofia indiana Tucci Giuseppe, Laterza

Dei, demoni e oracoli. La leggendaria spedizione in Tibet del 1933 Tucci Giuseppe, Neri Pozza

Italia e Oriente  Tucci Giuseppe, ISIAO

Il paese delle donne dai molti mariti  Tucci Giuseppe, Neri Pozza

Teoria e pratica nel Mandala  Tucci Giuseppe, Astrolabio Ubaldini

Kailash, la montagna degli dei. Pellegrinaggio in Tibet sulle orme di Giuseppe Tucci  Cimino Rosa M., De Luca Editori d'Arte

Pellegrino in Asia. Opere scelte  Maraini Fosco, Mondadori

Tibet. Templi scomparsi fotografati da Fosco Maraini  Lo Bue Erberto, Ananke

 

 

Gandhi  Balducci Ernesto, Giunti Editore - Gandhi  Wilkinson Philip, IdeeAli

In cammino verso Dio  Gandhi Mohandas K., Mondadori

Teoria e pratica della non-violenza  Gandhi Mohandas K., Einaudi

Il libro della saggezza  Gandhi Mohandas K., Newton & Compton

La mia vita per la libertà. L'autobiografia del profeta della non-violenza  Gandhi Mohandas K., Newton & Compton

L'India al tempo di Gandhi. Walter Bosshard Fotografie. Ediz. italiana e inglese Giunti Editore

Parole della madre  Anandamay Ma, Astrolabio Ubaldini


"Appunti per un film sull'India" di Pier Paolo Pasolini

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