Sua Santità Jagadguru Sri Chandrasekharendra Sarasvati è stato il sessantottesimo Acharya della venerata linea di successione degli Shankaracharya che onorano il Kamakoti Pitha di Kanchi. Chiunque si sia trovato alla sua augusta presenza non ha potuto mancare di richiamare alla mente l’immagine di Adi Shankara, il saggio immacolato che fu divino e insieme umano, la cui grazia salvifica fu di portata universale, e il cui interesse si riversò nei confronti di tutti, fino agli ultimi e i più miseri. Ha guidato in molti modi l’umanità verso l’elevazione mediante il risveglio interiore, dedicando incessantemente la propria vita a stabilizzare e promuovere il rinascente spirito dell’India, così che l’umanità intera ne traesse beneficio. Si dovrebbe perciò concludere che è l’infinita Grazia di Shankara che ha assunto questa nuova forma al fine di far salire il mondo di un altro gradino sulla scala della perfezione universale.
'Chandrasekarendra Sarasvati' è il nome Sannyasa (monastico) imposto a Swaminathan quando era appena tredicenne. Swaminathan nacque il 20 maggio 1894 a Villupuram (Tamil Nadu). Il padre, Subrahmanya Sastri, era un insegnate e discendeva da una illustre famiglia Brahmana del Karnataka, di tradizione Smarta, emigrata nel Tamil Nadu anni addietro. Swaminathan era il secondo figlio e gli fu dato nome Swaminathan come la divinità cui era devota la famiglia: Swaminatha di Swamimalai.
Nell’anno 1900 Swaminathan frequentava la prima classe delle scuole regolari a Chidambaram. Sri M. Singaravelu Mudaliyar, ispettore scolastico, visitò la scuola per una verifica e scoprì nel ragazzo le caratteristiche del genio. Gli chiese di leggere il Longaman's English Reader previsto per le classi superiori, e Swaminathan lo lesse con straordinaria bravura. Su richiesta dell’ispettore Swaminathan fu promosso alla terza classe.
L’ Upanayanam (cerimonia di iniziazione dei giovani, con il conferimento del cordone sacro – ndt) del ragazzo fu celebrato nel 1905 a Tindivanam, località in cui era stato trasferito. E’ significativo che il sessantaseiesimo Sankaracharya del Kamakoti Pitha, Sri Chandrasekharendra Sarasvati, che all’epoca era in viaggio nel distretto meridionale del Paese, inviò la sua benedizione; fu lui che tempo dopo catturò letteralmente il ragazzo, e lo scelse come suo successore al soglio di Pontefice; è significativo anche ricordare che Swaminathan scelse di portare il nome monastico del sessantaseiesimo Acharya.
Quando Swaminathan aveva dieci anni fu ammesso alla Arcot American Mission School di Tindivanam. Il ragazzo si dimostrò subito un prodigio, vincendo molti premi, anche di profitto negli studi biblici, ed era molto apprezzato dagli insegnanti che spesso lo citavano a esempio per gli altri studenti.
Nel 1906, la scuola preparò un dialogo recitato sul “Re Giovanni” di Shakespeare. Gli insegnanti incaricati di assegnare le parti del dialogo non trovavano un candidato adatto a sostenere il ruolo del principe Arturo, personaggio centrale del dramma. Il preside, che conosceva i talenti straordinari di Swaminathan, suggerì il ragazzo appena dodicenne, che ottenuto il ruolo e il permesso dei genitori, imparò la sua parte in soli due giorni e recitò alla perfezione il ruolo del principe Arturo, guadagnando l’applauso di tutto il pubblico. La recitazione era perfetta e la pronuncia dell’inglese classico Shakespeariano accurata. Un amico prestò a Swaminathan il costume da principe, e Swaminathan sembrava un principe vero. Numerosi insegnati si recarono il giorno dopo a casa di Subramanya Sastri per congratularsi ed esprimere tutto il proprio apprezzamento per l’intepretazione.
Nel 1906 il sessantaseiesimo Acharya del Kamakoti Pitha, Sri Chandrasekharendra Sarasvati, era accampato presso il villaggio di Perumukkal vicino Tindivanam dove osservava il chaturmasya-vrata (periodo in cui i Sannyasin si stabiliscono in un luogo di ritiro per il periodo delle piogge, impegnati nello studio nella meditazione - ndt). Subrahmanya Sastri e famiglia si recarono al villaggio per il Darshana dell’Acharya e ricevere la sua benedizione. Swaminathan vide Sua Santità da lontano, durante la celebrazione del visvarupa-yatra nel tempio.
Sua Santità il sessantaseiesimo Acharya celebrò Navaratri nel villaggio di Marakkanam. Trascorso il Navaratri si era accampato al villaggio di Saram, situato presso la ferrovia Tindivanam-Madurantakam. Swaminathan vi si recò con un amico, senza avvisare i suoi genitori. Porse i suoi omaggi a piedi di Sua Santità e gli chiese il permesso di andarsene. Sua Santità insistette affinché Swaminathan si trattenesse ancora lì. Due Pandit del Matha chiesero a loro volta che Swaminathan rimanesse. Ma Swaminathan rispose che doveva andare a scuola e che non aveva avvertito i suoi genitori di esserse venuto al Matha. Dopo che Swaminathan se ne fu andato, Sua Santità informò i due Pandit del Matha che era suo profondo desiderio nominare Swaminathan suo successore al Pontificato di Kanchi.
Sua Santità il sessantaseiesimo Acharya raggiunse la Siddhi (perfezione yogica, qui indica la morte – ndt) a Kalavai e il cugino materno di Swaminathan fu nominato sessantasettesimo Acharya. Era l’unico figlio della sorella della madre di Swaminathan.
Quando i genitori di Swaminathan seppero la notzia della nomina al Pitha, la madre di Swaminathan decise di andare a consolare la sorella, il cui unico figlio diventava un asceta. L’intera famiglia programmò di andare a Kelavai con un carro e senza accompagnatori. Ma furono consigliati di arrivare a Kanchi in treno e da lì proseguire col carro.
Il viaggio epico fino a Kanchi e poi a Kalavai, fino ad arrivare ad essere insediato come Capo del Kamakoti Pitha in tenerissima età, per avvenimenti quasi soprannaturali, è raccontato dall’Acharya stesso nell’articolo "What life has taught me":
<<Viaggiammo in treno fino a Kanchipuram e ci fermammo allo Sankaracharya Matha. Lì feci le mie abluzioni al Kumara-Koshta-Tirtha. Un carro del Matha era giunto lì da Kalavai con alcune persone per comprare articoli per il Maha Puja da celebrare il decimo giorno dal trapasso dell’ultimo Acharya Paramaguru. Uno di loro, un maistri ereditario del Matha, mi chiese di accompagnarlo. Un altro carro trasportò al seguito il resto della mia famiglia.
Durante il tragitto, il maistri mi rivelò che non sarei dovuto ritornare a casa e che avrei trascorso il resto della mia vita nel Matha. All’inizio pensai che mio cugino, diventato Capo del Matha, avesse espresso il desiderio di avermi con sé. All’epoca avevo solo tredici anni, perciò mi chiedevo che cosa avrei potuto fare per lui dentro l’istituzione.
Ma il maistri gradualmente chirì le cose, mano a mano che scorrevano le miglia. L’Acharya mio cugino aveva una febbre che era degenerata già in delirio e questo era il motivo per cui ero stato separato dalla mia famiglia e portato rapidamente a Kalavai. Mi disse che gli era stato ordinato di recarsi a Tindivanam e prelevarmi, ma mi aveva incontrato a Kanchipuram. Ero stupito dall’improvviso rivolgimento degli eventi. Mi accucciai in ginocchio nel carro, completamente sotto shock, ripentendo RAMA RAMA, la sola preghiera che conoscevo, per il resto del viaggio.
Mia madre arrivò solo più tardi, per scoprire che invece di dover consolare la sorella, era lei quella da consolare.>>
Mediante un telegramma, il padre concesse il permesso di insediare il giovane Swaminathan sul Seggio Pontificio di Kanchi e si fecero rapidamente tutti i preparativi per l’insediamento. Swaminathan ascese lo Sri Kanchi Kamakoti Pitha il 13 febbraio 1907, come sessantottesimo Acharya, assumendo il nome di ‘Chandrasekharendra Sarasvati’. Sua Santità si recò in processione allo Siddhi Sthala e officiò il Maha Puja del sessantaseiesimo Acharya.
Da Kalavai, il nuovo Acharya si recò a Kumbhakonam dove si trovava il quartier generale del Matha, che lì era stato trasferito ai tempi del sessantaduesimo Acharya, a causa delle incerte condizioni politiche del Paese.
L’Acharya fece una breve sosta a Tindivanam, il suo paese natale. Si può immaginare quale orgoglio fu per la gente di Tindivanam ricevere il loro Swaminathan nelle vesti di nuovo Acharya del Kamakoti Pitha. La città fu addobbata a festa. Gli insegnati della the American Mission School e gli ex compagni di scuola si misero in fila per incontrare l’Acahrya e parlare con lui. L’Acharya aveva una buona parola per tutti e si rivolse con affetto a ciascuno degli insegnati.
Il capo di un Acharya-Pitha è visto dai discepoli come una guida spirituale ed è investito di una regalità paragonabile a quella di un re. I discepoli del Matha desideravano celebrare l’insediamento del nuovo Acharya capo del Kamakoti Pitha con la dovuta solennità. La cerimonia si svolse in forma solenne il 9 maggio 1907, al Kumbhakonam Matha. Quella notte, seduto nell’Ambari d’oro posto su un elefante regale, inviato dalla famiglia regnante di Tanjore, Sua Santità sfilò in maestosa processione lungo le strade principali di Kumbhakonam. Così iniziò il regno spirituale dell’Acharya come Jagadguru.
Il nostro Acharya era solo quindicenne nel 1909. Per due anni, gli eruditi pandit del Matha gli insegnarono il sanscrito classico a Kumbhakonam. Poi il consiglio del Matha riconobbe che sarebbe stato preferibile proseguire gli studi in un luogo meno affollato di Kumbhakonam, sempre gremito di pellegrini in visita. Per questo scopo si scelse Mahendramangalam, un quieto villaggio sulla sponda settentrionale dell’Akhanda Kaveri. L’Acharya vi si stabilì dal 1911 al 1914 per completare i suoi studi e acquisire le competenze necessarie. L’Acharya mostrava massima considerazione e rispetto verso gli insegnanti accreditati per il suo apprendistato, ed essi, a loro volta, erano consapevoli dell’onore straordinario che gli era capitato.
Quando un esperto dei Veda o di musicologia chiedeva di incontrarlo, il giovane Acharya cercava di approfondire la sua conoscenza di tali scienze e arti, approfittando della conversazione per domandare e indagare. Era solito riservare un po’ di tempo per visitare la vicina isola di Kaveri per ammirare lo scenario naturale. Talvolta dei fotografi vi si recavano per ritrarre l’ambiente naturale. L’Acharya ne trasse grande interesse per l’arte fotografica. Alcune delle altre aree di studio di cui acquisì una profonda conoscenza sono la matematica e l’astronomia.
Nel 1914 l’Acharya rientrò nel Matha di Kumbhakonam, Aveva vent’anni. Possedeva già una conoscenza enciclopedica. Era solito interrogare a lungo gli studiosi che andavano a fargli visita in relazione ai vari campi di ricerca., per riceverne il maggior numero di informazioni disponibili. Quando studiava a Kumbhakonam, si fissò l’obiettivo di recarsi ogni anno a Gangaikondacholapuram per studiare le iscrizioni che vi erano rinvenute e le raffinatezze architettoniche del tempio. Così che, in diversi modi, l’Acharya si arricchì di conoscenze a tutto tondoe delle competenze per adempiere agli obblighi di guida del Kamakoti Pitha.
Un nuovo giornale, “Arya-Dharma”, incominciò la pubblicazione sotto l’auspicio del Matha. Nell’ottobre 1916, il festival di Navaratri fu celebrato nel Matha con rinnovato fervore. Il poeta Subrahmanya Bharati scrisse un articolo in cui lodava la conduzione del festival nel Matha. Si tratta del festival annuale in cui si rende omaggio alla Madre del mondo nella sua tripla manifestazione di Durga, Lakshmi e Saraswati. Si offrono doni alle donne, quali manifestazione della Para Shakti (la grande Madre), mentre una cerimonia speciale è riservata alle bambine a partire dai due anni. Nel corso delle celebrazioni, oltre ai riti devozionali, si recitano i Veda e i Parayanam dedicati alla Devi Bhagavata, il Ramayana, la Gita e altri testi e si svolgono il Chandi e Sri Vidya homa.
Fin dall’inizio, le iniziative intraprese dall’Acharya per la promozione dell’istruzione classica e del benessere sociale furono coronate da ottmi risultati e segnarono solo l’inizio di molte altre successive. Furono premiati con il titolo di 'sastraratnakara' gli studiosi di merito e creati appositi concorsi per studenti impegnati nello studio delle discipline tradizionali. Si istituirono borse di studio per allievi meritevoli e un dispensario di medicinali ayurvedici gratuiti nel Matha.Durante la permanenza dell’Acharya a Kumbhakonam dal 1914 al 1918, quasi ogni sera si riunivano convegni di studiosi o si tenevano concerti di musica. Professori, scienziati, ingegneri, amministratori andavano la lui per ricevere consiglio e incoraggiamento. I seguaci di altre religioni trovarono nell’Acharya profonda conoscenza delle diverse dottrine e sincero apprezzamento per ogni genere e grado di impegno spirituale. Tutti coloro che entrarono in contatto con l’Acharya riconobbero in lui lo Jagadguru (Guida del Mondo – ndt).
Il grande viaggio dell’Acharya attraverso il territorio incominciò nel marzo 1919. Fu un percorso lungo e faticoso, ma di altissimo valore, che gli consentì di offrire alla gente di tutto il paese l’opportunità di incontrare l’Acharya e ricevere la sua benedizione. L’Acharya non utilizzò mai i moderni mezzi di trasporto. Per lo più si muoveva a piedi e accettò l’uso del palanchino solo in casi di assoluta necessità. Lo accompagnava un seguito di funzionari del Mayha, pandit, vaidika, servitori e animali, mucche, elefanti, ecc. Ovunque si accampasse l’Acharya, una folla di devoti si riuniva e soggiornava presso l’accampamento per tutto il tempo che poteva, al fine di ricevere il massimo beneficio dalla Santa Presenza. Oltre ai riti quotidiani, il tempo dell’Acharya era dedicato agli incontri con i devoti, al il ricevimento dei visitatori, alle istruzioni per l’amministrazione del Matha, e all’organnizzazione di iniziative religiose e umanitarie. Si nutriva con pasti frugali che inframezzavano i giorni di digiuno e ciò nonostante fu capace di adempiere tutte le richieste in perfetta puntualità e svolgere il pressante carico di lavoro con serenità e perfetto equilibrio. A nessuno sfuggì di osservare come l’ideale del Sthitaprajna (il saggio che possiede una stabile saggezza) si fosse realizzato nella persona dell’Acharya.
Il lungo pellegrinaggio iniziò nel 1919. Durante i primi tre anni, l’Acharya visitò tutti i luoghi di pellegrinaggio, anche i più remoti, e numerosi villaggi. Il Chaturmasya del 1919 si fece nel villaggio di Vappattur, cinque miglia a est di Kumbhakonam. Durante il Chaturmasya, i Sannyasin scelgono una zona in cui sostare, così da non causare danni agli insetti e alle altre creature quando fuoriescono sul terreno a causa della stagione delle piogge. I Sannyasin sostano perciò per due mesi, a partire dal giorno di luna piena del mese di Ashada, dedicato alla celebrazione del saggio Vyasa.
Durante il suo passaggio nel distretto di Thanjavur, in un villaggio l’Acharya vide circa duecento harijan (“figli di dio”, o fuoricasta) che attendevano il suo Darshana: si erano ripuliti, avevano indossato abiti lindi e avevano segnato la fronte con la Vibhuti (cenere sacra). L’Acharya trascorse del tempo con loro, gli rivolse domande sulle loro necessità e gli fece dono di abiti nuovi. Simili eventi accadevano continuamente durante gli spostamenti dell’Acharya. Durante tutto il suo pontificato fu profondamente coinvolto nell’aiuto agli indigenti, e sempre esortò la società benestante ad agire in loro soccorso e chiese al Matha di essere un esempio in questa direzione.
Allo stesso modo aveva a cuore l’unità dell’India, aspirazione che volle esprimere quando visitando Rameswaram raccolse una piccola quantità di sabbia da consegnare successivamente alle acque del fiume Gange, a sigillo dell’unità spirituale dell’India.
Nel proseguo del suo viaggio, l’Acharya giunse a Jambukesvaram. Nei tempi antichi la leggenda indicava nell’immagine di Akhilandesvari l’aspetto terribile della Dea. Sri Adi Sankara volle invece che vi si esprimesse l’aspetto benevolo e perciò adornò l’immagine con un paio di orecchini (Tatankas) a forma di Sri Chakra. Quando questi ornamenti dovevano esseri riparati e ricollocati, il compito era riservato al capo del Pitha. Questa operazione fu eseguita nel 1846 dall’allora Acharya del Pitha, e poi nel 1923. Il nostro Acharya si recò a Jambukesvaram per partecipare a questa funzione. Fu l’occasione per molti devoti di radunarsi e rendergli omaggio. Tutti i dettagli della cerimonia furono svolti con cura meticolosa. Fu l’occasione per annunciare il nuovo Matha del Kamakoti Pitha e l’apertura di un Vedapathasala e di un centro per lo studio delle Scritture presso il Matha.
Molti politici e leader nazionalisti incontrarono l’Acharya durante questo periodo. L’Acharya chiarì con tutti loro che lui, in quanto Sannyasin, non si sarebbe identificato con alcun partito o simbolo politico; ma che si prendeva la libertà di chiedere a tutti loro di lavorare sempre per il bene della gente, di adoperarsi fino al pieno raggiungimento di questo obiettivo e di fare del loro meglio per rafforzare la fede in Dio.
Un fatto accaduto nel 1926 merita di essere ricordato. L’Acharya si stava recando a Pattukottai da Karambakkudi. Tra la gente che lo vide passare si trovavano alcuni musulmani. Un musulmano seguì il corteo e toccò il palanchino in segno di rispetto. Dopo circa tre miglia di cammino, l’Acharya fermò il convoglio e chiamò il signore musulmano per rivolgergli delle domande. Il musulmano espresse all’Acharya alcuni fatti personali per i quali chiedeva il consiglio e la guida dell’Acharya, e gli offrì alcuni versi di lode da lui stesso composti porgendogli fiori e frutta. Con l’assenso dell’Acharya, il musulmano lesse i suoi versi e ne spiegò il significato. Prendendo commiato espresse la propria gioia con queste parole: “Ai miei occhi l’Acharya appare come la personificazione di Allah. Il darsana dell’Acharya è sufficiente per l’uomo che desidera ottenere la liberazione dalla schiavitù del mondo.”
Nella seconda metà del 1927, il Mahatma Gandhi stava visitando il Sud. Aveva sentito parlare del Saggio del Kamakoti Pitha e desiderava incontrarlo. L’inconto avvenne a Nallicheri nel Palghat, presso l’accampamento dell’Acharya. Per il Mahatma fu l’esperienza unica di vedere un autentico successore di Adi Shankara, vestito soltanto di un telo di stoffa color ocra che sedeva sul pavimento. Anche l’Acharya apprezzò l’occasione di incontrare direttamente il leader della nazione che aveva adottato volontariamente lo stile di vita semplice dei contadini. L’Acharya conversava in sanscrito, il Mahatma in hindi. La conversazione si svolse con sincera cordialità. Congedandosi dall’Acharya, il Mahatma dava l’impressione di aver tratto un immenso beneficio dall’incontro. Alle 5.30 della sera Sri C. Rajagopalachari si avvicinò al Mahatma per ricordargli il suo pasto serale; poiché il Mahatma non toccava cibo dopo le 6. Il Mahatma rispose: “La conversazione che sto intrattenendo ora con l’Acharya è il mio pasto di stasera”.
Il Chaturmasya del 1931 si fece a Chittor. Poi il cammino riprese. Mentre l’Acharya si trovava accampato ad Arani, un gruppo di duecento volontari dell’Indian National Congress chiesero il suo Darsana. Erano i giorni più tesi della lotta per l’indipendenza. Il Governo Britannico sanzionava chiunque ospitasse dei volontari. Perciò i funzionari del Matha erano indecisi se ricevere i volontari. Quando l’Acharya fu informato della richiesta, immeditamente chiese ai funzionari di ammetterli e di disporre per la loro ospitalità. Ricevette individualmente i membri del partito e diede a ciascuno il vibhuti-prasada (offerta rituale di ceneri sacre – ndt).
Un giorno, mentre l’Acharya presiedeva un convegno sul Vedanta, uno dei funzionari del Matha ricevette un telegramma da Kumbhakonam che anunciava la triste notizia della scomparsa della madre dell’Acharya, avvenuta il 14 giugno del 1932. Quando il funzionario gli si avvicinò, l’Acharia gli chiese subito se recava notizie da Kumbhakonam, e il funzionario rispose semplicemente “sì”. L’Acharya non fece altre domande e chiese al funzionario di ritirarsi. Quindi rimase in silenzio per un po’ di tempo e poi chiese agli studiosi riuniti: “Cosa dovrebbe fare un Sannyasin quando apprende della morte della propria madre?” Intuendo quello che era successo, gli studiosi furono profondamente addolorati e non dissero nulla. L’Acharya si alzò e camminò fino a una cascata distante circa due miglia, seguito da un numeroso gruppo di persone che cantavano i nomi di Dio. Si immerse nell’acqua e gli altri fecero lo stesso. La dipartita della Madre del Jagatguru fu vissuta come una perdita personale da ciascuno dei discepoli.
Prima di seguire l’Acharya a Madras, è giusto ricordare l’epica vicenda del cane devoto e fedele. Fin dal 1927 un cane seguiva la routine del Matha. Si trattava di cane intelligente e pulitissimo. Mangiava solo il cibo che gli arrivava dal Matha. L’Acharya si informava ogni sera se il cane aveva avuto il cibo. Quando l’accampamento si spostava da un luogo a un altro, il cane seguiva gli spostamenti camminando sotto il palanchino, e quando il gruppo sostava per consentire ai devoti di porgere i loro omaggi, si portava a distanza e guardava da lontano, per poi riunirsi al gruppo al momento della partenza. Un giorno un ragazzino colpì il cane e il cane stava per reagire; i funzionari del Matha, spaventati, decisero di portare il cane a una distanza di venticinque miglia e di abbandonarlo in un villaggio. Ma il cane fece ritorno al luogo in cui si trovava l’Acharya, ancora prima che rientrassero le persone che lo avevano portato via. Da quel giorno il cane mangiò solo dopo il darsana dell’Acharya e non lasciò il Matha per il resto della sua vita.
I cittadini di Madras godettero del privilegio di ricevere l’Acharya il 28 settembre 1932. Durante i quattro mesi di permanenza dell’Acharya, la gente percepì un cambiamento visibile nelle proprie vite, in meglio. A folle invasero il campo del Madras Sanskrit College e poi diverse zone della città, ebbri della presenza elevante e delle parole con cui l’Acharya sapeva scuotere le coscienze. Il Navaratri del 1932 fu celebrato nel Sanskrit College. Durante i nove giorni di celebrazioni l’Acharya osservò un regime di digiuno e silenzio. In migliaia osservarono il silenzio per tutti i nove giorni. Migliaia di persone parteciparono al Navaratri presso il Sanskrit College e ricevettero la benedizione dell’Acharya. Trascorso il periodo del Navaratri, l’Acharya tenne dei discorsi ogni sera dopo la Puja. Ancora migliaia di persone ascoltarono in perfetto silenzio. L’Acharya rimaneva in silenzio per un po’ di tempo. Poi, lentamente, incominciava a parlare. Non erano mere parole, era un messaggio dal cuore, ogni giorno. Con esempi familiari, con stile accattivante, esortava gli ascoltatori a condurre una vita limpida, semplice, altruista e devota. I fondamenti dell’Hindu Dharma, i doveri quotidiani, il dovere supremo della devozione a Dio, l’armonia tra i culti Hindu, il significato delle festività Hindu e delle dottrine, la coltivazione delle virtù, la superiorità dell’Advaita, costituivano alcuni dei temi dei suoi discorsi.
I Veda sono le scritture fondamentali degli Hindu. Attraverso la preservazione dei Veda, la cultura Hindu si è conservata, nonostante le vicissitudini della storia. In epoca recente, la coltivazione dell’abilità nella recitazione dei Veda e gli studi vedici sono stati negletti, a causa di influenze straniere e delle condizioni della vita moderna. Al fine di sconfiggere le tendenze al deterioramento, l’Acharya dispose l’organizzazione del Veda-dharma-paripalana-sabha. Sotto l’egida del Sabha, che iniziò nel 1944, furono stabilite conferenze annuali di studiosi dei Veda in diverse aree del Paese, si tennero esami in Letteratura Vedica, a cura di studiosi selezionati, si fondarono istituzioni per l’insegnamento dei Veda, e si offrì ogni possibile supporto per la preservazione della cultura Vedica.
Gli Jagatguru dello Sri Kamakoti Pitha hanno svolto, in molti modi, un servizio impareggiabile alla causa dell’Advaita, missione conferita dal fatto di essere l’istituzione fondata da Sri Adi Sankara, investita dell’incarico di diffondere e mantenere la conoscenza dell’Advaita, codificata negli scritti e nell’opera del Maestro. Nel 1894 fu creato l’Advaita Sabha a Kumbhakonam, per iniziativa dell’allora Pontefice di Kanchi. Il Golden Jubilee del Sabha fu celebrato nel febbraio 1945 alla presenza del nostro Acharya. L’Acharya, durante il discorso di commento all’opera del Sabha, espresse i tratti essenziali dell’Advaita Vedanta. La verità fondamentale dell’Advaita è che soltanto il Sé (Atman) è reale, il resto è mithya. Se non si comprendono le implicazioni delle parole mithya e maya, si incorrerà in errori nella comprensione della dottrina. Sebbene in realtà la pluralità del mondo non è reale, non per questo è da considerarsi inutile. Fino alla realizzazione della saggezza suprema, la Realtà ultima è rivestita dall’apparenza della realtà empirica (vyavaharika satya). E’ in questo mondo, durante la nostra vita, che dobbiamo lottare e conquistare la liberazione dalla schiavitù. La vera Moksha è la realizzazione del Sé Supremo in questa vita, che si ottiene rimuovendo l’illusione per mezzo della conoscenza. I seguaci delle varie religioni pensano che una sola particolare forma di devozione sia autentica. Ma coloro che seguono l’Advaita credono che lo stesso Dio si raggiunga attraverso ciascuno dei diversi cammini religiosi e che la devozione a Dio sia essenziale per realizzare la verità dell’Advaita. In conclusione, l’Acharya affermò che molti maestri dell’Advaita sono comparsi in tutte le epoche e in tutte le regioni del Paese, lasciando opere immortali sulla dottrina dell’Advaita, lo studio di queste opere è indispensabile per acquisire la sapienza che vi è tramandata.
Dieci anni dopo, nel 1956, il Diamond Jubilee dell’Advaita Sabha si celebrò a Sivasthanam, vicino Kanchi, dove risiedeva l’Acharya. Rivolto all’assemblea, l’Acharya disse che lo scopo dell’Advaita Sabha è la diffusione della luce del Sé, come rivelata nelle Upanishad, e che coloro che adottano l’Advaita come stle di vita devono guardare a tutti gli esseri come a sé stessi, servire ogni giorno gli afflitti e i bisognosi, devono inoltre indagare le cause delle divergenze tra i culti religiosi e cercare di eliminarle. E’ a partire dai principi fondamentali dell’Advaita che si possono risolvere i conflitti religiosi. Non è difficile realizzare che è lo stesso Dio ad essere venerato mediante diverse forme e nomi, se si adoperano compassione e comprensione. Il contributo speciale dell’Induismo alla storia mondiale delle religioni è la consapevolezza che che esistono tanti stili di approccio alla Divinità, quante sono le menti. L’Acharya, a partire dal 1950, si adoperò con varie iniziative per l’unità dei culti Vaishnava e Shivaiti nel Tamilnadu.
La religione è il fondamento della cultura Hindu; la spiritualità la sua spina dorsale. Quelle arti che altrove sono considerate secolari, come la scultura e la danza, in India sono ritenute sacre. Nel gennaio 1947, in un discorso sulla cultura Hindu, l’Acharya si soffermò sulla necessità di rivitalizzare le arti e l’artigianato tradizionali, quali portatiori di valori spirituali e testimonianze della fermezza della fede. Il tempio è il centro delle arti e dell’artigianto antichi, poiché architettura, scultura e iconografia si incontrano nella costruzione del tempio e delle immagini sacre. I criteri di queste arti devono essere appresi dagli Agama, così come i sacerdoti apprendono i corretti procedimenti dei rituali e delle devozioni. Anche i canti popolari e le danze traggono i loro temi dalle narrazioni dell’epica e dai racconti dei Purana, narrati nei templi in occasione delle principali ricorrenze religiose. Nel 1962 l’Acharya volle istituire un’organizzaznione che promuovesse il rinascimento delle arti e delle tradizioni antiche collegate ai templi. Studiosi e specialisti furono invitati a presentare progetti e illustrare i loro studi in occasione della prima conferenza sul tema. Parteciparono pandit ed esperiti di Agama e Silpa, insieme a studiosi stranieri, e sacerdoti chiamati a definire i fondamenti dei rituali e della devozione. Si crearono appositi programmi per le forme di arte popolare delle varie regioni. La conferenza (Sada) continua ad operare con cadenza annuale.
Il programma “Riso in Dono” formulato dall’Acharya fu implementato in molte aree del Paese. Secondo questo progetto, in ogni casa, ogni giorno, prima di cucinare il riso si mettevano da parte una manciata di riso e una monetina (paisa, il conio più piccolo - ndt) e si riponevano in un contenitore apposito.Una volta a settimana, il riso e le monete erano raccolte da una Associazione costituita localmemente per realizzare il programma. Il riso raccolto veniva portato al tempio più vicino per essere cucinato e offerto alla divinità. Il riso cotto e consacrato era poi impachettato e distribuito ai poveri del posto, per un costo simbolico di dieci paisa alla confezione. L’importo raccolto e le monete donate erano utilizzate per pagare i costi della legna per cucinare e il servizio di cucina offerto dai templi. Questo programma era pensato per beneficiare sia coloro che donavano che coloro che ricevevano. I donatori avevano la soddisfazione di avere compiuto la propria offerta quotidiana a Dio e ai fratelli meno fortunati; e i destinatari erano sfamati e insieme purificati per aver condiviso del cibo consacrato.
Uno dei fenomeni più dolorosi era il trattamento che le Corporazioni o le Municipalità riservavano ai defunti più poveri. L’Acharya esortò ripetutamente gli Hindu di buona volontà a compiere il proprio dovere verso coloro che erano stati sfortunati nella vita e poi nella morte, organizzando opportune cremazioni o sepolture e sottolineandone la grande importanza. Fu questa una delle opere cui si dedicò l’Hindu-mata Jivatma-Kainkarya Sangha, fondato su istanza dell’Acharya. Tra le funzioni del Sangha si stabilirono: visite settimanali agli ospedali per la distribuzione dell’Acharya prasada (vibhuti e kumkum) ai pazienti, la condivisione della meditazione di Dio quale Supremo Guaritore, l’offerta di foglie di Tulasi, acqua del Gange, ecc. ai moribondi e la recitazione del Ramanama al loro fianco; visite settimanali ai villaggi per spiegare alla gente i fondamenti dell’Hindu Dharma, colloqui con i carcerati.
In un messaggio di celebrazione per l’Indipendenza dell’India, l’Acharya disse: “Ora che la nostra Bharata Varsha ha conquistato l’indipendenza, tutti gli abitanti di questa antica terra devono unirsi in una sola mente e un solo cuore nella preghiera a Dio. Dobbiamo pregarLo che ci conceda la forza mentale e l’energia di progredire spiritualmente. Solo con la Sua Grazia possiamo mantenere la libertà che abbiamo conquistato, e aiutare tutti gli esseri a raggiungere l’deale della vera felicità. Per molto tempo il nostro Paese ha lottato per la libertà; con la Grazia di Dio, con la benedizione dei saggi, e con un sacrificio senza pari della gente, la libertà è arrivata. Preghiamo l’onnipervadente Dio che ci conceda la sua Grazia affinché il nostro Paese diventi prospero, libero dalle carestie, e perché la gente conviva unita, senza conflitti tra le comunità”. L’Acharya richiamò inoltre a coltivare le virtù cardinali, a vincere le passioni e i desideri violenti, ad esercitare il controllo interiore e la conoscenza spirituale per cercare di raggiungere la Realizzazione del Sé.
Nel marzo 1957, per il Golden Jubilee dell’ascesa dell’Acharya al Kamakoti Pitha, osservò nel suo messaggio: “Sappiamo che è trascorso mezzo secolo. Non è utile soffermarsi a ricordare quello che è stato fatto nei cinquant’anni trascorsi. Al contrario, dobbiamo concentrarci su ciò che dobbiamo ancora fare negli anni che Dio ci concederà in questa vita. Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo conquistare la libertà da tutte le azioni. Ma, nella Bhagavad Gita il Signore dichiara ripetutamente che che la libertà non si conquista restandosene fermi (senza compiere il proprio dovere). E’ con il compimento delle azioni che si realizza lo stato senza azione. Qual è l’azione, talmente intensa, con cui si conquisti la non-azione? Per rispondere a questa domanda si ricordi l’ingiunzione di Bhagavatpada: ‘Si svolgano tutte le azioni prescritte’. E’ il compimento di tutto ciò che ci è richiesto che costituisce il vero servizio a Dio, e con la devozione si ottiene la Sua Grazia. Dunque, compiendo i nostri rispettivi doveri, e così adorando il Signore, realizzeremo il Supremo.”
Pensando a Sua Santità è naturale ricordare la definizione del Guru descritta da Adi Sankara nel Prachnottara ratna-malika:
Ko gurur-adhigatatattvah Sishyahitaayodyatah satatam.
"Chi è il guru? Colui che ha realizzato la Verità e che è sempre dedito al bene dei discepoli”
Liberamente adattato da: Grace of Sankara Incarnate, Dr. T.M.P. Mahadevan
www.kamakoti.org
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Libri per approfondire: Storia della filosofia indiana Tucci Giuseppe, Laterza Dei, demoni e oracoli. La leggendaria spedizione in Tibet del 1933 Tucci Giuseppe, Neri Pozza Italia e Oriente Tucci Giuseppe, ISIAO Il paese delle donne dai molti mariti Tucci Giuseppe, Neri Pozza Teoria e pratica nel Mandala Tucci Giuseppe, Astrolabio Ubaldini Kailash, la montagna degli dei. Pellegrinaggio in Tibet sulle orme di Giuseppe Tucci Cimino Rosa M., De Luca Editori d'Arte Pellegrino in Asia. Opere scelte Maraini Fosco, Mondadori Tibet. Templi scomparsi fotografati da Fosco Maraini Lo Bue Erberto, Ananke |  Gandhi Balducci Ernesto, Giunti Editore - Gandhi Wilkinson Philip, IdeeAli In cammino verso Dio Gandhi Mohandas K., Mondadori Teoria e pratica della non-violenza Gandhi Mohandas K., Einaudi Il libro della saggezza Gandhi Mohandas K., Newton & Compton La mia vita per la libertà. L'autobiografia del profeta della non-violenza Gandhi Mohandas K., Newton & Compton L'India al tempo di Gandhi. Walter Bosshard Fotografie. Ediz. italiana e inglese Giunti Editore Parole della madre Anandamay Ma, Astrolabio Ubaldini
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"Appunti per un film sull'India" di Pier Paolo Pasolini
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