Il maestro è lui, lui, il maestro, e perciò si distingue dal professore che è un professore, qualcuno che arriva a insegnare qualcosa senza che lo si noti, nel migliore dei casi, quando ci riesce. Soltanto se lo fa male, o in una forma che rompa i canoni inveterati, si avverte la sua singolarità. Non è lui personalmente, ma uno, un funzionario. Non ci si aspetta che celebri o che intoni il suo canto, non ci si aspetta da lui né attraverso di lui l'insperato. Le parole che dice potrebbe dirle un altro, sono ripetizioni e si tende a ripeterle, il che non è sempre male. Il maestro, invece, è unico, lui, lo stesso. Le parole che dice sono sue e, per quanto giungano a essere molto familiari, restano prese dalla sua voce e insieme distaccate, in spazi ove permangono inviolabili. "Egli lo disse". Il comprendere ciò che egli disse verrà dopo o non verrà mai. Il maestro è la sua presenza. Un essere che con la sua parola o il suo agire si presenta dandosi a vedere e udire. Le spiegazioni che dà sono di solito poche e sono subordinate a ciò che egli dà al comparire. Viene da un luogo inaccessibile dal quale non cessa mai di uscire. Oppure ha attraversato una soglia aprendo una porta della quale egli solo ha la chiave, e persino qualche muro che ha ceduto al suo passaggio. E sta qui, dinanzi ai discepoli, conservandosi sempre in un luogo inaccessibile e persino remoto. Il maestro trascende. Per questo, anche stando calmo e silenzioso, continua a essere presente.
Il maestro è lui, lui, il maestro, e perciò si distingue dal professore che è un professore, qualcuno che arriva a insegnare qualcosa senza che lo si noti, nel migliore dei casi, quando ci riesce. Soltanto se lo fa male, o in una forma che rompa i canoni inveterati, si avverte la sua singolarità. Non è lui personalmente, ma uno, un funzionario. Non ci si aspetta che celebri o che intoni il suo canto, non ci si aspetta da lui né attraverso di lui l'insperato. Le parole che dice potrebbe dirle un altro, sono ripetizioni e si tende a ripeterle, il che non è sempre male. Il maestro, invece, è unico, lui, lo stesso. Le parole che dice sono sue e, per quanto giungano a essere molto familiari, restano prese dalla sua voce e insieme distaccate, in spazi ove permangono inviolabili. "Egli lo disse". Il comprendere ciò che egli disse verrà dopo o non verrà mai. Il maestro è la sua presenza. Un essere che con la sua parola o il suo agire si presenta dandosi a vedere e udire. Le spiegazioni che dà sono di solito poche e sono subordinate a ciò che egli dà al comparire. Viene da un luogo inaccessibile dal quale non cessa mai di uscire. Oppure ha attraversato una soglia aprendo una porta della quale egli solo ha la chiave, e persino qualche muro che ha ceduto al suo passaggio. E sta qui, dinanzi ai discepoli, conservandosi sempre in un luogo inaccessibile e persino remoto. Il maestro trascende. Per questo, anche stando calmo e silenzioso, continua a essere presente.
Il discepolo si sente visto, sebbene non sia guardato, e ascoltato, per nulla che dica o che possa dire, soprattutto ciò che a lui più importa, che egli più brama, che il maestro sappia di lui: che sappia, il maestro, che egli, il discepolo, è lui, a sua volta. E che sta qui silenzioso e senza speranza di darsi a conoscere. Che a volte si rivolta e reclama perché sta chiamando per essere riconosciuto da lui. Il discepolo, alla maniera di un amante sconosciuto, che sa di non potere dire il suo amore e che non sa neppure che tipo di amore sia, o se sia amore, e perciò si confonde dinanzi alla presenza del maestro. Una situazione tra due esseri in cui la presenza compiuta di uno risveglia l'anelito dell'altro che ancora non la ha. Il che esige innanzitutto distanza e trasparenza. Il vuoto delle aule è luogo adeguato a questo doppio rendersi presenza. Vi sono maestri che occupano questo spazio interamente e lo assorbono nella loro presenza che così cresce e si diffonde. È il maestro posseduto da questa sua presenza, al contempo ignorandola, come succede con ciò che ci possiede, che ignoriamo mentre non ce ne distacchiamo.
È il momento in cui il maestro e il discepolo possono essere assaliti dalla vertigine della distanza e del vuoto. Nulla come questa vertigine vale a scatenare gli appetiti e a far sì che la molteplice "orexis" si espanda. Il momento dell'eros specificamente pedagogico. Se il maestro cede o semplicemente vacilla, andrà vedendosi, come in una galleria di specchi, nei discepoli che, a loro volta, lo guardano per vedersi in modo riflesso. L'unità del maestro si frantuma; quella sua unità, asse della sua presenza e che dovrebbe mantenere perché impercettibilmente si vada presentando dinanzi al discepolo come segno dell'asse che mantiene la realtà e la verità, l'asse indispensabile, e il centro per il quale esiste la mente. Mente, e non incatenamenti di associazioni date, di "idee" ricevute, di ogni sentire avventato, questo caos, impronta e persino stigma del mondo immediato, come se la coscienza fosse il luogo inerte ove vanno a cadere tutti i materiali. I materiali della disintegrazione del pensiero: concetti che non sono stati concepiti.
Poiché la coscienza comune viene a essere come un vuoto inerte ove cadono idee e concetti, rappresentazioni, metafore, visioni che la occupano. Il maestro il quale cede all'eros che cerca di annullare la distanza, che cerca la fusione, lungi dal risvegliare nel discepolo questa presenza che gli è promessa, lo condanna a vagare ingarbugliandosi in una semivita, a perdersi. E, se fa così, tutto nelle aule, persino la luce, cambia di colore, le parole acquistano un'intenzione obliqua che il discepolo raccoglie come allusione a se stesso. Ciò che entra in gioco è ormai la sua esistenza. L'appetito di esistere affermandosi, in ansia di essere, innanzitutto. E non può più vedere proprio quando cominciava a farlo. Nel frattempo, l'alienazione tende insidie al maestro. Il che reca con sé una generosità che va proliferando, una falsa consegna di sé. E, sebbene appare impossibile che l'eros si renda assente dall'aula del maestro, dovrebbe esserlo.
Un eros della distanza. L'eros che corrisponde al logos che apre spazio ove potere circolare. L'eros che conduce lo sguardo verso l'orizzonte prima di tutto, salvandolo da questa prima, immediata solitudine che dà luogo al solipsismo. L'ego minaccia a sua volta di impadronirsi dell'eros. E così, colui che è disposto a essere discepolo rimarrebbe rinchiuso in questa coscienza ancora inerte, occupata dal suo stesso io. "L'unico e la sua proprietà"; l'io, che si erige come massima resistenza al logos nella sua purezza. E da qui, l'instancabile parlare tra maestro e discepoli nel quali si svia il logos nella sua prima e timida apparizione, più vera.
Poiché il logos va creando i propri spazi in ognuna delle menti che lo accolgono, e va aprendo una certa configurazione laddove germina.
Il maestro, nel mantenere la distanza conduce sguardo e parola, apre l'orizzonte, e in un certo modo si assimila all'orizzonte. La sua presenza è al pari asse, centro, orizzonte. E così la sua lezione avrà luogo sempre all'aria aperta, per angusta, e persino sordida, che sia l'aula.
E l'eros andrà assimilandosi all'"eros architetto dell'universo", quello che mantiene e assiste il "logos geometrikós", che apre spazi abitabili al pensiero. E quest'altro luogo un poco inclinato, il "logos spermatikós", quello che fa dell'essere un essere vivente, offrendo pensiero all'essere che cresce, e vita al pensiero. Il maestro è così come un buon demiurgo.
La Guida non dà il suo volto e la sua presenza permanentemente e non è questo ciò che conta. Al contrario, arriva e si occulta, sparisce e non si sa mai se per sempre, o se ritornerà con un'altra figura. Non è presenza ma figura ciò che la guida offre e, a volte, enigmaticamente o in incognito. Si direbbe che il suo regno non è propriamente quello del logos e che perciò, e non solo per liberare la mente dalle macerie, il Maestro Zen rompe, anche con la violenza, le catene che legano l'adepto. Attrae, la guida, per essere seguito -- il maestro, invece, si tende a imitarlo -- . La guida ordina di eseguire una qualche azione senza darne ragione alcuna, a meno che non sia indispensabile. Così vediamo Dante seguire Virgilio, e per seguirlo esce dall'inferno, capovolgendosi senza neanche sapere di farlo, di fronte alla presenza di Lucifero e proprio nel luogo della gravità assoluta. E solo in seguito si accorge del cambiamento, al vedere l'"animale immondo" dall'alto. Alla guida non si chiede. Non è questione di ragionare. La distanza tra la guida e colui che è guidato è qualitativa, invalicabile: si tratta, invero, di un altro ordine dell'essere. Pertanto, la guida può essere un animale, un'ombra, un fischio, un tremolio che si insinua, qualcosa che si intravede. E se si intravede la guida stessa, ancora presente, come cifra e figura dell'enigma e anche del mistero dell'essere e del suo essere lui. La guida parte da laddove il maestro si ferma: dal mistero della vocazione. Il seguire la guida è, in verità, continuare a vedere se si raggiunge la propria vocazione. Poiché la vocazione ci precede e ci trascende.
È la figura della trascendenza dell'essere che ha appreso tutto e che va errando nei suoi molti saperi, nella sua inanità, nel suo vuoto e nel suo nulla e non essere. Deve uscire da se stesso per raggiungersi. È se stesso che insegue. E il suo io si cancella a ogni passo per lasciare che nasca l'essere vero, più in là di ogni storico destino.
Qui, in Occidente, il maestro deve essere anche come una guida, deve esserlo fermandosi al margine stesso di quel mistero dell'essere di ognuno che è la sua vocazione. Riesce in pienezza se lo ha lasciato libero, intero, se ha lasciato nella libertà di nascere questo essere intatto che si dà a ogni uomo con la sua nascita. L'azione rivelatrice del maestro, la risposta vera alla domanda del discepolo, quella di essere riconosciuto, sarebbe il lasciarlo intatto sulla via del risveglio. Ci furono, tali maestri, e ve ne è testimonianza. E ce ne saranno.
Aprile 1975, La Pièce-Crozet-Francia
María Zambrano, Lettera n. 67, 29 luglio 1975, pp. 255 -- 258, in Cartas de La Pièce (correspondencia con Agustín Andreu), a cura di Agustín Andreu, Pre-Textos, Universidad Politécnica de Valencia, Valencia 2002 (fotocopia di un dattiloscritto corretto a mano, aprile 1975).
[Tratto da Dialegesthai]
Allieva di Ortega y Gasset e di Xavier Zubiri, Maria Zambrano (Vélez-Malaga, 1904 - Madrid 1991), interprete molto attenta e sensibile dell'opera di Miguel de Unamuno e della poesia di Antonio Machado, fu tra le prime donne spagnole ad intraprendere le carriera universitaria in un contesto in cui "una filosofa, nella Spagna degli anni Trenta, era quasi `una donna barbuta', un'eresia, una curiosità da circo". La sua caratteristica più affascinante consiste in uno sforzo intellettuale e viscerale insieme di dar voce a ciò che resta silente, di celebrare l'oscurità, l'altro lato dell'esistenza, quello esiliato, muto, nascosto ma profondamente `sentito', che solo libera dalla tendenza assolutizzante ed impone l'umiltà, compagna necessaria di ogni cammino di conoscenza. La filosofia fu il suo prioritario impegno e la sua irrinunciabile passione: una sfida costante al pensiero oggettivante che tende a negare l'anima stessa da cui trae origine. Non amò quindi mai alcun `sistema filosofico', che vedeva come "castello di ragioni, muraglia chiusa del pensiero di fronte al vuoto". Aspirò sempre ad una verità al di fuori di criteri e stereotipi, fedele nell'intento di attuare una "filosofia vivente", disposta a confrontarsi con l'essere umano nella sua interezza, ad esplorare "il logos che scorre nelle viscere". [dal Profilo di Maria Zambrano su Filosofico.net]
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| Libri per approfondire: 
Lo Yoga. Immortalità e Libertà Eliade Mircea, BUR Tecniche dello yoga Eliade Mircea, Bollati Boringhieri L'uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta Guénon René, Adelphi I Veda. Mantramanjari. Testi fondamentali della rivelazione vedica Panikkar Raimon, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli Gli inni cosmici dei Veda Panikkar Raimon, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli L'esperienza della vita. La mistica Panikkar Raimon, Jaca Book La nuova innocenza. Innocenza cosciente Panikkar Raimon, Servitium Bhagavadgita Adelphi - Bhagavadgita Feltrinelli Bhagavadgita. Il canto del beato. Con testo sanscrito Asram Vidya | La scienza dello yoga. Commento agli yogasutra di Patanjali Taimni I. K., Astrolabio Ubaldini Lo yoga oltre la meditazione. Sugli yoga sutra Thakar Vimala, Astrolabio Ubaldini La via regale della realizzazione yogadarsana Patañjali, Asram Vidya Aforismi dello yoga Patañjali, Magnanelli Jnana-yoga Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini Yoga pratici Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini Chiari del bosco Zambrano Maria, Mondadori Bruno L'uomo e il divino Zambrano Maria, Edizioni Lavoro Verso un sapere dell'anima Zambrano Maria, Cortina Raffaello All'ombra del dio sconosciuto Zambrano Maria, Pratiche |
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