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Ananyaash chintayanto maam ye janaah paryupaasate; Teshaam nityaabhiyuktaanaam yogakshemam vahaamyaham. (Bhagavad Gita)
ye janah – coloro che; ananyah - vedono se stessi come non-separati da me; chintayantah mam – che mi ricercano o che mi riconoscono; mam paryvpasate – cercandomi, mi troveranno; vahami aham – io mi prendo cura ; yoga-ksemam – di ciò che desiderano acquisire e proteggere; tesam nitya-abhityuktanam – coloro che sono sempre con me.
Leggendo questi versi in relazione alla ricerca della Conoscenza [Jnana] il loro significato può essere interpretato come segue. Coloro che vedono se stessi come non-separati da me, riconoscendomi, mi conquistano. Io mi prendo cura di ciò che desiderano acquisire e proteggere coloro che sono sempre con me.
Si tratta di un verso molto celebre e citato spesso. Si trova circa a metà del nono capitolo, al centro dei diciotto capitoli [complessivi della Bhagavad gita]. Si può leggere in due modi: come descrizione dello Jnani, l’uomo di saggezza, oppure come l’approccio del mumuksu [cercatore di liberazione] all’oggetto della ricerca. Sankara lo interpreta come descrizione dello Jnani, in base all’assunto “ye ananyah” [quei soli, solo quelli] che interpreta come distinzione tra questi e coloro che Bhagavan ha nominato in precedenza. Ananyah sono quelli, i soli, che non sono separati da me, Dio. Significa quindi che nella visione di Dio vi sono due generi di persone, quelli non-separati da Lui e quelli separati? Ciò non coincide con quanto afferma nei versi precedenti. Perciò ananyah indica coloro che non considerano “me” altro da se stessi, un essere separato. Essi non vedono “me” in una forma o in un’altra come qualcuno differente da loro. Questi sono ananyah, coloro che non sono mai separati da “me”. Come è possibile? Si tratta di semplici individui, come possono essere non-separati da Ishvara, il Dio che presiede ad ogni cosa? Sankara dice: perché Dio è l’atma [essenza divina] di tutti loro. Quando è così, naturalmente coloro che riconoscono l’atma come Paramesvara sono non-separati da lui. L’atma di Isvara è l’atma dello jiva [individuo], atman che è caitanyam [coscienza] non-duale, che è satyam [verità], jnanam [conoscenza] e anantam [infinitudine]. Coloro che conoscono se stessi in questo modo sono detti Ananyah. Sankara, nella sua introduzione, definisce queste persone come dotate di chiara visione, samyagdarsinah. Anche tutti gli altri sono non-separati, ma non ne sono consapevoli. La sola differenza tra gli uni e gli altri è tra riconoscimento e non riconoscimento, conoscenza e ignoranza. E si tratta di una profonda differenza. I conoscitori sono consapevoli che persino l’ahankara [il senso dell’io] è il Paramesvara. Alcuni versi esprimono questo riconoscimento: "Tatra yatra mano madlyam tatra tatra lava pada pankajam," dovunque si trovi la mia mente, là sono i tuoi piedi di loto. Possiamo leggervi un’orazione o un dato di fatto. E’ anche detto: "yatra yatra mano yati tatra tatra samadhayah", ovunque vada la mente, lì si trova il samadhi, il riconoscimento di Ishvara. La mente non può allontanarsi dal Paramesvara perché la mente è il Paramesvara. E’ come voler fuoriuscire dallo spazio. Dove si potrebbe andare? Non esiste alcun luogo al di fuori dello spazio. In questo modo tali persone riconoscono Isvara. Coloro che mi ricercano o che mi riconoscono, mam cintayantah, mi ottengono, mam paryupasate. E per essi, tesam, che non sono mai separati da me, nitya-abhiyuktanam, mi prendo cura di yoga e ksema. E’ una delle affermazioni più note della Gita. Yogaksemam vahami aham. Ksemam è la conservazione o la protezione di ciò che è stato ottenuto, praptasya ratcsanam ksemam. In India si usa scrivere Ksemam sull’angolo sinistro di una lettera per indicare che non contiene cattive notizie. Se invece una lettera informa, ad esempio, della morte di qualcuno, mancherà la parola Ksemam. La persona se ne è andata, dunque non possiamo conservare ciò che non c’è più, e non possiamo dire ksemam. La parola Yoga ha molti significati, ma appaiata a ksemam, il significato di yoga indica ciò che non si possiede, apraptasya prapanam, ed è molto desiderabile. Tutte le nostre preoccupazioni possono essere raggruppate sotto questi due termini. Che cosa vi crea problemi? Pensate ad una cosa sola. Sarà certamente a proposito di qualcosa che vorreste, yoga, o qualcosa che temete di perdere, ksema. Io non ho pace – yoga. Non ho abbastanza denaro – yoga. Sto perdendo i capelli o la salute – ksema. Yoga e Ksema indicano molte cosa della vita dello jiva. Se lo Yoga-Ksema è protetto, tutto è protetto.
Il Signore dice: io proteggo coloro che restano per sempre non-separati da me, nityaabniyuktanam. Qui Sankara scrive un’annotazione. Anche gli altri Bhakta ricevono protezione (yoga-ksema) dal Bhagavan. Egli è l’oggetto delle loro orazioni e il karma-phala-dhata, colui che ne accorda i risultati. Dunque come mai si afferma che egli si prende cura in particolare di questi nitya-abhiyuktah? Cosa significa? E’ vero che il Bhagavan si prende cura di ricompensare i suoi devoti, ma con una differenza. L’obiettivo delle preghiere di un devoto corrisponde a ciò che egli desidera. Lo leggiamo nel verso precedente. Costoro pregano e offrono sacrifici a Isvara per ottenere un particolare risultato: il paradiso. Il paradiso è l’oggetto desiderato, non il Signore. Egli è solo lo strumento per ottenere il risultato. Essi potrebbero usare chiunque per ottenere ciò che vogliono, ma sanno che le forze terrene sono inadeguate. Essi sanno che Dio possiede ogni conoscenza, potere e compassione, sarvastatvam sarva saktimatvam sarvadayalutvam, perciò desiderano usare Lui per ottenere ciò che vogliono. Ora guardate qui. Cintayantah mam, ricercandomi, mam paryupasate, essi trovano Isvara. Cosa ottengono? Prendiamo in questo caso un Mumuksu, uno che desidera la liberazione. Anche lui prega il Signore. Ma qual è l’obiettivo delle sue preghiere? E’ Isvara. Egli non vuole nulla altro, solo conoscere Isvara. “Il mio obiettivo è solo conoscere Te” dice “dunque prego per conoscere dove Tu sei, cosa sei”. E dopo averlo trovato cosa vuole? “Nulla, soltanto sapere di essere una sola cosa con Te”. Tali Mumuksu non vedranno Isvara realmente separato da se stessi. Nell’esistenza temporale, vi è un senso di separazione dovuto all’ignoranza. Per risolverlo essi indagano lo svarupa di Isvara, mam cintayantah. Se Egli è non-duale, egli è una sola cosa con me. Come può essere? Io sono talmente distante da Lui e tanto insignificante. Come potrei essere il Signore Paramesvara? Tale dubbio proviene dal non possedere ancora la conoscenza, ma soltanto la fede, Shradda. Dunque essi cercano, ye paryupasate. Come? Con sravaria manana, nididhyasana, devozione e dedizione.
L’obiettivo della loro devozione, il loro fine è solo il Paramesvara. Essi non se ne stanno servendo. Ricercano soltanto di conoscerLo. Questa è la differenza, dice Shankara. Questi sono gli ananya-darsinah, i saggi che non si preoccupano neppure di essere vivi o morti. Non sono ansiosi di prendersi cura di se stessi e non temono ciò che potrebbe capitare loro. Sono con il Bhagavan, non-separati da Lui, privi di ogni preoccupazione sul loro yoga-ksema. Quello che accade, accade. Tutto, anche i desideri, è in balia del prarabdha-karmat (karma accumulato in precedenza), che non è separato dal Paramesvara. Poiché essi riconoscono la legge del karma come non-separata dal Paramesvara, ai loro occhi qualsiasi cosa accada è il Paramesvara. Non usano Dio per proteggere il proprio yoga-ksema, ma lo yoga-ksema è lasciato nelle mani del Bhagavan sotto forma di legge del karma. Perciò non hanno alcuna preoccupazione dello yoga-kesema.
Un comune devoto è profondamente preoccupato del proprio yoga-ksema. La sua preoccupazione deriva dal senso di essere l’io-agente, sul quale fanno leva gli sforzi per lo yoga-ksema. Il devoto sa che a dispetto dei suoi sforzi non riuscirà ad ottenere ciò che desidera e a conservare ciò che ha ottenuto. Così chiede aiuto. E allo scopo di ottenere e mantenere ciò che desidera, compirà le varie azioni rituali. Uno Jnani, invece, non è un karta (io-agente). Chi è quindi il Karta? Se ci deve proprio essere un agente, è solo il Bhagavan. Egli è il creatore, sthiti-karta, e il distruttore, samhara-karta. Ecco cosa annota Shanakara. La Moksa (liberazione) si ottiene solo mediante la conoscenza dell’identità di atma e Brahman, che è causa del mondo. Per conoscere questa realtà occorre indagare, e per indagare servono adeguati strumenti di conoscenza, pramanam. Come indagare la natura di Isvara? Per mezzo del pramanam offerto dalle parole. Perciò indagare la natura del Bhagavan è possibile per mezzo della parola delle scritture; ecco perché nella Gita è detto: essi mi ricercano e mi adorano indagando su chi io sia. Questa è la più alta forma di adorazione. Gli jijnasu (ricercatori della verità) di cui stiamo parlando, sono bhakta (devoti). Bhagavan dà loro un’assicurazione: io mi prenderò cura di coloro che sono totalmente immersi in me, per tutto ciò che necessitano, yoga e ksema. Ciò che lo jijnasu vuole acquisire e proteggere è la conoscenza. Bhagavan si prenderà in carico tale preoccupazione, perché si tratta di un suo devoto.
Quando i sannyasin abbandonano il mondo, non si aspettano che la società, o chiunque altro, si occupi di loro. La società, in qualche modo, lo farà, ma non è su questo che contano. Non pensano che qualcuno dovrà occuparsi di loro. Le cose andranno al loro posto. Questa è l’attitudine del sannyasin. Di ciò Bhagavan li assicura: “Mi occuperò per voi dello yoga-ksema”. Se yoga e ksema dei saggi sono sotto le cure di Bhagavan, la bhakti (devozione) dei ricercatori li renderà liberi da yoga-ksema. La loro stessa fedeltà a Isvara li libererà dalle preoccupazioni dello yoga-ksema. Proprio grazie alla loro dedizione a Isvara spontaneamente non soffrono le preoccupazioni di yoga-ksema. Isvara si occuperà di tutto. Questo è quanto viene espresso con la frase: aham yogaksemam vahami.
Normalmente utilizziamo per lo yoga-ksema un gran numero di energie, ogni cosa in nostro potere, le nostre conoscenze e competenze, le risorse a nostra disposizione, e quanto possiamo avere dall’esterno. Spesso non è abbastanza e invochiamo anche Dio. Non c’è nulla di male in questo. Si vede che la persona è matura per riconoscere Isvara, ma soltanto come strumento per ottenere yoga e ksema, non per cercare di comprendere Dio stesso. Questa è la devozione ordinaria. Ma dove invece è detto: queste persone non ricercano yoga-ksema, essi vogliono “me” – di chi si sta parlando? Ananyah. Qui Krisna si presenta come Isvara, ovvero Vyasa lo rappresenta come Isvara, non fa alcuna differenza. Come Isvara egli afferma che costoro non sono mai separati da lui. Essi riconoscono “me” come svarupa, la vera anima di se stessi. Hanno realizzato che non vi è un Isvara separato perché Isvara, per sua stessa natura non può essere in alcun modo separato, nemmeno da me. […] Come sono diventati Ananyah? Mam cintayantah, pensando a me, non al proprio yoga-ksema. Indagare il Paramesvara è lo scopo della loro vita. Essi sono jijnasu. Sono completamente dediti alla conoscenza di Isvara. Sankara rappresenta gli ananyah come jnani, sannyasa. Il loro sannyasa non è un semplice stile di vita ma una rinuncia caratterizzata dalla realizzazione: aham akarta, io sono non-agente. Non ho mai fatto nulla, in nessuna occasione, e nulla sto facendo nemmeno ora, mentre parlo. Mentre svolgo tutte le varie azioni pasyan srnvan sprsan jighran asnan gacchan svapan svasan pralapan visrjan grhnan unmisan nimisan, non compio alcuna azione. Patiyan, se vedo, dice: aham na pasyami, non vedo affatto. Srnvan, se odo, dice, aham na srnomi, non odo affatto. Significa che questo sé, il soggetto dell’io, in quanto tale, non compie alcuna azione. Ma tutte le attività avvengono alla sua presenza. Io sono la consapevolezza, in presenza della quale la mente è mente e i sensi sono sensi. Quando la mente desidera e l’intelletto decide, si svolgono le diverse azioni mediante gli organi dell’azione, manasa sankalpya buddhya niscitya karma karoti karmendriyaih. Così vede lo jnani.
Ye janah paryupasate, queste persone mi cercano, o mi riconoscono, in tutti gli stati dell’esperienza. Questo significa sempre, in ogni stato di cui si faccia esperienza. Di chi si tratta? Ricercando seriamente il Paramesvara, per mezzo di Sravanam mananam nididhyasanam, e coltivando le virtù necessarie (amanitvadi, l’umiltà spirituale), essi sono diventati Nitya-abhiyuktSnam, coloro la cui mente è sempre consapevole di me, quelli che riconoscono di non essere mai separati dall’atma. La loro mente non si intromette tra loro e la visione. Abhiyuktah significa dotati delle virtù dell’umiltà spirituale (amanitvadi). Questi hanno superato l’intero cammino e non vi è più nulla che possa impedire loro la conoscenza. Essi sono nitya-abhiyuktah.
(da: Swami Dayananda's Commentary in "The Gita Homestudy Book")
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