"Bhaja Govindam" di Sri Shankara
Il “Bhaja Govindam” è una delle composizioni minori di un gigante dello spirito, Adi Shankaracharya. E’ un’opera classificata come “prakaraNa grantha”, preliminare alle opere maggiori. Sebbene si tratti di una canzone, racchiude l’essenza del Vedanta e invita l’uomo a pensare: perché mi trovo in questa vita? Perché cerco di accumulare denaro, di allargare la famiglia, ma non ho pace? Qual è la verità? Qual è lo scopo della vita? La persona che accoglierà questo invito al risveglio si incamminerà sul sentiero a ritroso, fino a ritrovare il principio divino.

Della sua composizione si narra che durante il soggiorno a Kashi, Shankara notò un uomo molto vecchio intento a studiare le regole della grammatica sanscrita. Ne fu toccato e provò pietà nel vederlo spendere il suo tempo in ambizioni intellettuali, invece di pregare e di cercare di conquistare il controllo della mente. Shankara comprese che la maggior parte delle persone sono invischiate nei piaceri dei sensi o dell’intelletto e non conoscono la contemplazione del divino. Questo incontro ispirò i versi del Bhaja Govindam.
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María Zambrano, Il Maestro e la Guida
Il maestro è lui, lui, il maestro, e perciò si distingue dal professore che è un professore, qualcuno che arriva a insegnare qualcosa senza che lo si noti, nel migliore dei casi, quando ci riesce. Soltanto se lo fa male, o in una forma che rompa i canoni inveterati, si avverte la sua singolarità. Non è lui personalmente, ma uno, un funzionario. Non ci si aspetta che celebri o che intoni il suo canto, non ci si aspetta da lui né attraverso di lui l'insperato. Le parole che dice potrebbe dirle un altro, sono ripetizioni e si tende a ripeterle, il che non è sempre male. Il maestro, invece, è unico, lui, lo stesso. Le parole che dice sono sue e, per quanto giungano a essere molto familiari, restano prese dalla sua voce e insieme distaccate, in spazi ove permangono inviolabili. "Egli lo disse". Il comprendere ciò che egli disse verrà dopo o non verrà mai. Il maestro è la sua presenza. Un essere che con la sua parola o il suo agire si presenta dandosi a vedere e udire. Le spiegazioni che dà sono di solito poche e sono subordinate a ciò che egli dà al comparire. Viene da un luogo inaccessibile dal quale non cessa mai di uscire. Oppure ha attraversato una soglia aprendo una porta della quale egli solo ha la chiave, e persino qualche muro che ha ceduto al suo passaggio. E sta qui, dinanzi ai discepoli, conservandosi sempre in un luogo inaccessibile e persino remoto. Il maestro trascende. Per questo, anche stando calmo e silenzioso, continua a essere presente.
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La meditazione nell'Induismo
"Si deve distinguere tra la concentrazione ordinaria e la meditazione. Con la parola 'meditazione' si intende dhyana o contemplazione. Non si tratta di ordinaria concentrazione, ma di un genere particolare di concentrazione. Innanzitutto la meditazione è un processo completamente conscio, un esercizio della volontà. Poi, la meditazione significa concentrazione su un'idea spirituale, che presuppone la capacità dell'aspirante di distaccarsi dalle idee mondane. Infine, la meditazione si pratica ad un particolare livello di consapevolezza. Perciò è chiaro che la vera meditazione è uno stato piuttosto avanzato, che si acquisisce mediante una lunga pratica. E' il risultato di lunghi anni di disciplina.
Se si pratica la meditazione su una particolare forma divina, con un particolare livello di coscienza, diciamo il cuore, si avrà un flusso continuo di pensiero sulla rappresentazione della forma divina prescelta (es. Rama), fino all'esclusione di ogni altro pensiero, anche quelli relativi alla vita di Rama e alle sue qualità. Questo flusso initerrotto di un solo pensiero è detto meditazione.
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Gayatri Mantra

    Aum Bhur Bhuvah Svah
    Tat Savitur Varenyam
    Bhargo Devasya Dhimahi
    Dhiyo Yo Nah Prachodayat
    RV 111,62,10

Om Meditiamo sullo splendore glorioso
del divino Vivificatore. Possa Egli illuminare le nostre menti!
Om

«Non c'è nulla di più sublime della Gàyatri». Esso è il mantra più famoso dei Veda, rivolto al divino donatore di vita come Dio supremo, simbolizzato in Savitr, il Sole. Per questo motivo la preghiera si chiama anche Savitr. È recitata ogni giorno al sorgere e al tramontare del sole, di solito al momento del bagno rituale. Questo mantra deriva il suo nome dal metro in cui è scritto, la gàyatrì, che è un metro poetico vedico di ventiquattro sillabe, il cui autore, secondo la tradizione, fu il saggio Visvàmitra.
Per cogliere la rilevanza di questo testo sacro dobbiamo ricordare l'importanza di un mantra, specialmente nel periodo vedico, anche se il mantra è un fenomeno umano primordiale riscontrabile praticamente in tutte le tradizioni religiose. I mantra non sono formule magiche, neppure frasi puramente logiche; essi collegano, in modo molto particolare, gli aspetti oggettivi e soggettivi della realtà.

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Guru Purnima
Il plenilunio del mese di Ashad (luglio-agosto) è il giorno di Guru Purnima, particolarmente propizio e santo. Questo giorno, consacrato alla memoria del più grande dei saggi, Bhagavan Sri Vyasa, i Sannyasin si riuniscono per studiare e discutere i versi del Brahma Sutra, redatto da Maharishi Vyasa, e dedicarsi alla escussione filosofica del Vedanta.

Sri Vyasa rese un incomparabile servizio all’umanità redigendo i Quattro veda, i diciotto Purana, il Mahabharata, e il Srimad Bhagavata. Possiamo ripagare il nostro debito con lui con lo studio costante della sua opera e con la pratica dei suoi insegnamenti, accordata all’umanità per risollevarla dall’età del ferro. In onore di tale divino personaggio, tutti gli aspiranti spirituali e i devoti compiono in questo giorno il Vyasa Puja e i discepoli adorano il proprio maestro spirituale. Santi, monaci e uomini di Dio sono adorati e intrattenuti con opere caritatevoli, con fede e sincerità. In questo giorno ha inizio il periodo di Chaturmas (i “Quattro mesi”); i Sannyasin si stabiliscono in un luogo per i successivi quattro mesi di piogge, impegnati nello studio del Brahma Sutra e nella meditazione. 
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Yogakshemam: la protezione e i benefici concessi al ricercatore

Ananyaash  chintayanto maam ye janaah paryupaasate;
Teshaam nityaabhiyuktaanaam yogakshemam vahaamyaham.  (Bhagavad Gita)

ye janah – coloro che;
ananyah  - vedono se stessi come non-separati da me;
chintayantah mam – che mi ricercano o che mi riconoscono;
mam paryvpasate – cercandomi, mi troveranno;
vahami aham – io mi prendo cura ;
yoga-ksemam – di ciò che desiderano acquisire e proteggere;
tesam nitya-abhityuktanam – coloro che sono sempre con me.

Leggendo questi versi in relazione alla ricerca della Conoscenza [Jnana] il loro significato può essere interpretato come segue. Coloro che vedono se stessi come non-separati da me, riconoscendomi, mi conquistano. Io mi prendo cura di ciò che desiderano acquisire e proteggere coloro che sono sempre con me.

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Isvaropasanam. La visione di Isvara nel Gayatri Mantra
Nella cultura vedica, l'adorazione di Isvara - Isvaropasana - possiede caratteristiche uniche, forse anche differenti da quelle che incontriamo nell'Induismo odierno. La forma in cui è adorato Isvara è immediatamente percepibile come parte della Natura di fronte a noi. Per esempio, Isavara è adorato come il Fuoco. Il Rig Veda, il primo dei Veda, inizia con l'invocazione: 'Io lodo la gloria di Agni, il primo benefattore'.
Qui, Agni è Isvara. Aurobindo spiega la parola Agni come Volontà Divina e Saggezza. Nella cultura vedica, il fuoco è universalmente conosciuto come il simbolo di Isvara. Ci rapportiamo o adoraimo Isvara nella forma del fuoco. Un'altra ipostasi divina descritta nei Veda è il Sole. I popoli vedici praticano regolarmente una modalità particolare di adorazione chiamata Sandhya vandana. E' la più nota forma di adorazione conosciuta anche ai nostri giorni. Vandana significa Upasana o adorazione. Sandhya significa il passaggio tra la notte e il giorno, quando il Sole sorge, o tra il giorno e la notte, quando il Sole tramonta. Gli ortodossi adorano Isvara in queste ore del giorno. Offrono acqua (arghya) tre volte al levare e al calare del Sole e meditano Isvara come la divintà che governa l'orbita solare, recitando il celebre Gayatri Mantra. Gayatri è il nome della metrica dei versi. Nella Gita (10-35), Bhagavan dice: 'Tra i metri, sono il Gayatri'. Il metro Gayatri è composto di tre versi di otto sillabe ciascuno, quindi di ventiquattro sillabe totali.
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 Libri per approfondire:

Lo Yoga. Immortalità e Libertà Eliade Mircea, BUR

Tecniche dello yoga Eliade Mircea, Bollati Boringhieri

L'uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta Guénon René, Adelphi  

I Veda. Mantramanjari. Testi fondamentali della rivelazione vedica Panikkar Raimon, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli  

Gli inni cosmici dei Veda Panikkar Raimon, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

L'esperienza della vita. La mistica Panikkar Raimon, Jaca Book  

La nuova innocenza. Innocenza cosciente Panikkar Raimon, Servitium 

Bhagavadgita  Adelphi - Bhagavadgita Feltrinelli

Bhagavadgita. Il canto del beato. Con testo sanscrito Asram Vidya  

La scienza dello yoga. Commento agli yogasutra di Patanjali Taimni I. K., Astrolabio Ubaldini

Lo yoga oltre la meditazione. Sugli yoga sutra Thakar Vimala, Astrolabio Ubaldini

La via regale della realizzazione yogadarsana Patañjali, Asram Vidya

Aforismi dello yoga Patañjali, Magnanelli

Jnana-yoga  Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini

Yoga pratici Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini

Chiari del bosco Zambrano Maria, Mondadori Bruno

L'uomo e il divino Zambrano Maria, Edizioni Lavoro

Verso un sapere dell'anima Zambrano Maria, Cortina Raffaello

All'ombra del dio sconosciuto Zambrano Maria, Pratiche

Mantra e Yoga

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