Advaita Vedanta e Cristianesimo. L’esperienza di Bede Griffiths. (parte II)

Logos e Amore come meditazione dell’Advaita.
Griffiths vede i simboli religiosi come strumenti con cui si esprime il mistero del divino. Il supremo esempio di questo è il Logos, la Parola, che serve come oggetto di auto-conoscenza e di amore, mediato dallo Spirito. Il Logos unifica la vasta diversità del mondo creato. Seguendo due analogie usate da Griffiths, il Logos può essere visualizzato come: 1. l’idea o l’archetipo che contiene tutte le altre idee/archetipi, come creazione posta nella mente di Dio, oppure come 2. la Persona (Purusottama, Persona Suprema) cui tutte le persone appartengono e in cui realizzano la propria autentica natura. Il Logos è il simbolo supremo ed eterno del Divino e il luogo ultimo di ogni altro simbolo terreno. I simboli religiosi nella nostra vita quotidiana hanno la funzione inversa di partecipare e di indicare oltre se stessi, al Logos.
Fedele al suo retaggio cristiano, Bede Griffiths esperisce e conosce il Divino primariamente come Amore. L’amore è per lui il mistero che il simbolo vivente e storico del Logos (Gesù Cristo) rende presente in forma concreta e che continua ad essere presente oggi nel particolare segno della comunità cristiana. Tra i vari simboli della Chiesa, quelli della creazione, incarnazione e Trinità sono specialmente importanti per definire il divino mistero dell’amore.

Pieno d’amore, il Divino si esprime e si manifesta nel mondo (creazione) a sua immagine, il Logos. In questo processo si mantiene una relazione non duale tra creatore e creato, sebbene tutte le distinzioni nelle creature sono mantenute. Questo amore è anche l’amore compassionevole espresso da Gesù Cristo (incarnazione) attraverso il quale tutti possono ritornare ala relazione non-duale con Dio.


Unione nella Rinuncia.
Nei pensieri della maturità, Griffiths spiegherà che l’incontro con Dio riporta al mondo. Dunque, l’apertura a Dio mediante lo Spirito riporta a rinnovata disponibilità la creazione. Questo esprime la volontà di servire l’amore, come si realizza con l’abbandono o il sannyasa (rinuncia). La descrizione del sannyasa da parte di Griffiths è canonica:
“Rinunci a tutti gli attaccamenti esteriori, a tutti gli attaccamenti psicologici, alla tua personalità e ti apri a Dio, ma quando incontri Dio, l’infinito Uno, a quel punto incontri l’amore. Ti apri ad una sfera di totale libertà interiore e sei completamente aperto, ora, all’umanità. Ad ogni cosa vai dentro e trovi il centro più profondo, sei aperto a tutto e a tutti. Questo è il vero segreto. Scopri lo Spirito Santo come Amore, e l’amore è una forza dinamica che ti sospinge. E può mandarti a vivere in una grotta dell’Himalaya. Ma, ugualmente, può mandarti negli slums di Calcutta come sannyasin.”
La vita di rinuncia di un sannyasin è più della rinuncia al mondo, è anche un ritorno ad esso. Per ognuno che percorre un viaggio spirituale, deve esserci un elemento di rinuncia in questa vita “al fine di trovare lo spazio in cui possa germogliare la vita spirituale”. La libertà che consegue ad una piena trascendenza di sé, oltre il “mondo dei segni”, necessariamente ritorna a quel “mondo” per servire con il silenzio o con l’azione. L’anima che ha veramente esperito l’unità con la trascendenza, la comunione d’amore con il Divino, spontaneamente ritorna a creare quella comunione nella comunità. “Come aprite voi stessi in resa a Dio nell’amore, create la comunità”. L’amore non rimane statico. Cerca di includere, di abbracciare tutto dentro la sua comunione non duale.
Questo ritorno dell’anima nell’amore è detto “integrazione” o “reintegrazione” ed è rappresentato nella resurrezione di Gesù Cristo. Si potrebbe aggiungere che dopo la sua morte, Gesù non si limita a raggiungere l’unione col Padre. Piuttosto ritorna se stesso attraverso lo Spirito per continuare il lavoro di trasformazione del mondo, mediante il simbolo della sua Persona o Logos. Tale anima trascesa, integrata e trasformata è del tutto trasparente, unendo e integrando l’Uno e i molti, l’origine trascendente e il mondo del molteplice. In questo contesto possiamo comprendere la ripetuta chiamata di Griffiths ad “andare oltre” il simbolo per esperire il simbolizzato. Trascendere il simbolo religioso è infatti il passo necessario verso la reintegrazione di quel simbolo nella consapevolezza dell’intrinseca auto-espressione del mistero divino.
Secondo Griffiths la relazione non duale che caratterizza in generale simbolo e simbolizzato può essere riconosciuta come amore. Da questa intuizione fondamentale dell’amore come legame della relazione seguono una serie di relazioni parallele, tutte basate sull’amore, che i cristiani identificano con lo Spirito: tra Origine e Logos (Padre e Figlio), tra Spirito divino e anima umana (Paramatman e Jivatman), Dio e il mondo (creatore e creazione).
Bisogna ricordare che tutte queste costruzioni teoretiche non incontrano la pienezza della verità o della Verità Ultima, come ammonisce Griffiths:
“Siamo tutti dentro una totale unità che è definitivamente non duale. E’ un’unità assoluta che abbraccia tutte le diversità e la molteplicità dell’universo. Si deve sempre ricordare che queste sono solo parole che usiamo per descrivere una realtà infinitamente oltre i nostri concetti, ma essi sono utili finché ci orientano verso quella realtà”.

L’Advaita come Esperienza Mistica Universale.
Universalità Non-sincretica.
Date le varie esperienza che Griffiths incontra nell’induismo, nel cristianesimo e in altre religioni orientali, non sorprende che Griffiths dichiari che c’è una comune esperienza advaita da ritrovare nella maggioranza delle tradizioni religiose del mondo. Si augura una convergenza finale e un incontro di tutte le differenti religioni nella comunanza mistica, quale l’autentica esperienza advaita, senza negare l’importanza delle differenze religiose, ma integrando le differenze in un “pluralismo unitivo” .
L’armonizzazione tra le varie tradizioni religiose, basata sul reciproco riconoscimento delle differenze specifiche del comune sostrato non duale, è di vitale importanza, specialmente per il futuro. “Questo, mi sembra, è il problema del mondo moderno; da questa integrazione dipendono l’incontro dell’oriente e dell’occidente e il futuro dell’umanità. Dobbiamo scoprire i valori di ciascuna rivelazione per distinguerne le differenze e coglierne l’armonia, oltrepassando le differenze nell’esperienza della ‘non dualità’, della trascendenza delle dualità”.
Si deve evidenziare che questa convergenza non è sincretica, poiché afferma le differenze. “Quello che suggerisco è che in ogni tradizione vi è un’esperienza della realtà trascendente, del mistero trascendente, interpretato in termini di non-dualità. E’ fondamentalmente lo stesso in ogni tradizione, anche se espresso diversamente”.
Per indicare tale comunanza della non-dualità in un primo tempo, negli anni ’80, lavorerà alle cinque grandi religioni, induismo, buddismo, giudaismo, cristianesimo e islam. Più tardi, negli anni ’90 le sue ricerche si estenderanno a taoismo, sikismo e alle religioni degli aborigeni americani e australiani. Senza mai dichiarare di avere completato uno studio esaustivo, il suo sforzo era rivolto a individuare un pensatore mistico fondamentale in ciascuna di queste tradizioni per investigare il tema della non-dualità.

Verso la convergenza delle religioni
La trascendenza di sé in direzione della non-dualità porta a percorrere una “esplorazione” nella grazia del mistero divino. In altre parole, il mistico, trascendendo il dualismo della propria percezione spazio-temporale, si apre alla realtà senza tempo del mistero divino, in cui i “movimenti” verso l’esterno, verso il ritorno e di nuovo verso l’esterno accadono tutti eternamente o “prima” di esprimersi nel mondo dello spazio-tempo. Dunque il ruolo e lo scopo dell’abbandono in queste tradizioni è l’abbandonarsi continuo, interiore ed esteriore, nella dinamica “trinitaria”.
In accordo con R. Panikkar, Griffiths sostiene che la natura trinitaria del mistero divino non-duale sia “il punto di convergenza delle varie religioni del pianeta”. E cita Panikkar in proposito:
“La Trinità deve essere considerata la congiunzione in cui si incontrano le dimensioni spirituali autentiche di tutte le religioni. La Trinità è l’auto-svelamento di Dio nella pienezza del tempo, la consumazione di ciò che Dio ha ‘detto’ di Sé agli uomini e di tutto ciò che gli uomini sono capaci realizzare e di conoscere su Dio, con il pensiero o l’esperienza mistica. Nella trinità si verifica un vero incontro delle religioni che si realizza non in una vaga fusione o reciproca diluizione, ma in una vera valorizzazione degli elementi religiosi e perfino culturali che sono contenuti in ciascuna”.

La Persona Cosmica
Come passo successivo nella descrizione della natura trinitaria della realtà ultima come centro del dialogo inter-religioso, Griffiths sviluppa la teoria della persona cosmica. Nella persona cosmica, il mistero divino esprime sé stesso nel simbolo vivente dei grandi maestri, come Krishna, Buddha, Lao Tzu, Gesù e Maometto. La persona cosmica sta per la piena realizzazione del mistero divino nel mondo, e perciò svela il dinamismo interno al mistero divino. Tale persona cosmica si può rappresentare come l’archetipo supremo in cui gli archetipi di ogni cosa creata sono integrati e contenuti.
“Possiamo discernere un motivo di fondo in tutte le grandi tradizioni religiose. Vi è prima di tutto il Principio supremo, la Verità ultima, oltre i nomi e le forme, il Brahman nell’Induismo, Nirvana o Sunyata nel Buddismo, il Tao senza nome della tradizione cinese, la Verità del Sikismo, la Realtà – al Haqq– del Sufismo, l’Infinito En Sof della Gabbala, la Natura Divina (distinta da Dio) nel Cristianesimo. Vi è poi la manifestazione della Realtà nascosta, il Brahman Saguna indù, il Buddha o Tathagata del buddismo, il Saggio cinese, il Guru Sikh, il Dio personale, Yahwe o Allah per il giudaismo e l’islam, e il Cristo per la cristianità. Infine c’è lo Spirito, l’Atman indù, la Compassione del Buddha, la Grazia (Nadar) del sikismo, il ‘respiro del misericordioso’ nell’islam, ‘Ruah’, lo Spirito nel giudaismo e il Pneuma nel cristianesimo”.

Riconoscere l’Advaita in tutte le religioni.
La sfida di ogni religione, come del dialogo tra le religioni, è riconoscere pienamente le implicazioni della comune esperienza non-duale. Dopo avere esposto la dimensione non-duale nella maggior parte delle tradizioni religiose, chiarisce: “Io sento seriamente che questa è la filosofia del futuro e che noi dobbiamo essere capaci di costruire la nostra teologia attorno a questo principio basilare”. Le dimensioni pratiche di questo riconoscimento sono certamente importanti. Le radici delle divisioni tra le comunità del mondo sono riconducibili alla mentalità dipendente, razionalmente dualistica e logico-speculativa, che dimentica l’orientamento intuitivo, trascendente e unificante. Afferma perciò:
“Il mondo intero si sta aprendo alle tradizioni mistiche nelle differenti religioni… Dobbiamo meditare e aprirci alla realtà trascendente. Se lavoriamo soltanto a livello razionale non faremo alcun passo avanti. Dobbiamo aprirci alla trascendenza nel profondo dei nostri cuori, ove la possiamo incontrare. Quando ebrei, cristiani, musulmani, hindu e buddisti si aprono alla preghiera, alla meditazione, al mistero trascendente, andando oltre le parole, oltre i pensieri, semplicemente aprendosi alla luce, alla verità, alla realtà, si verifica l’incontro. Ecco dove l’umanità si troverà unita. Solo attraverso la trascendenza troviamo l’unità”.
L’Amore come simbolo dell’Advaita

L’esperienza unica della comunione cristiana nell’Amore.
Come risultato di quattro decenni di dialogo e interazione creativa tra induismo e cristianesimo Griffiths è in grado di articolare un Advaita cristiano strettamente collegato e derivato dall’Advaita classico. La testimonianza hindu della realtà della relazione non-duale con il mistero divino ha molto da offrire alla cultura cristiana in generale, dominata da una visione dualista e razionalista. Ma ritiene altresì che le interpretazioni radicalmente monistiche e anti-realistiche del Vedanta debbano essere rigettate.
Nel corso del tempo, ampliando il dialogo con le altre religioni, Griffiths si adopera per tracciare la simbologia del dinamismo interno e del principio di differenziazione del mistero divino, che per lui, come cristiano, trova rappresentazione nel simbolo della Trinità e nel Logos. Inoltre, il simbolo della “Persona Cosmica” ritrovato in ogni religione è comparabile favorevolmente al Logos della tradizione cristiana. E’ sicuro che i vari simboli religiosi siano prevalentemente orientati alla natura non-duale del mistero divino. Allo stesso tempo suggerisce, dalla sua personale esperienza e mistica, che i simboli cristiani sono unici, poiché si esprimono nella Persona di Gesù e nelle varie dottrine cristiane, e mediano una comprensione del mistero divino come interpersonale comunione d’amore. Se lo studio delle altre tradizioni ha ampliato i contenuti e gli orizzonti, la sua convinzione dell’unicità dell’esperienza cristiana rimane ben salda.
Dopo l’incontro con tradizioni e religioni diverse, Griffiths conclude che esiste uno schema di movimento nel cammino spirituale diretto all’unione non-duale con il mistero divino, universalmente presente. Questo schema riflette realmente i livelli dell’incontro tra la realtà non-duale e la coscienza umana. L’esperienza religiosa comunica alcuni aspetti del mistero divino al profondo della coscienza umana e trasporta la persona (corpo, anima e spirito) verso quel mistero, per trascendenza di sé. Poiché la connessione tra mistero divino e coscienza umana è molto intima, questa esperienza può maturare nella realizzazione dell’unità esistente tra essi. Ammettendo che qualcuno ritenga che questa unione porti alla completa dissoluzione dell’individualità (jivatman), Griffiths argomenta che una più realistica e profonda esperienza religiosa porti al riconoscimento di un ulteriore movimento in cui l’individualità non è solo trascesa ma anche integrata in una esperienza più completa del mistero divino. In una più profonda realizzazione esiste una vera relazione dentro l’unità.

Il dinamismo interiore dell’Amore.
Il mistero divino perciò rappresenta una dinamica ‘unità nella relazione’. In questo senso, il simbolo che comunica ed esprime questo mistero serve a riunire la coscienza umana con la sorgente, trasformando individualità e molteplicità, piuttosto che dissolverle. Così come la perfezione dell’essere si trova nella pluralità unificante (simboleggiata dalla comunione amorosa della Trinità), così la perfezione dell’unità della coscienza e della sorgente è nella realizzazione del mondo della molteplicità contenuto in essa. Dunque lo scopo finale della reintegrazione è una riflessione (specchiamento) del mistero divino.
La rivelazione cristiana, secondo Griffiths, evoca una straordinaria, unica consapevolezza della corrispondenza tra la vita del mistero divino e quella della coscienza umana. In particolare, il movimento di ritorno all’unione non-duale con la sorgente, è veduto nella persona di Gesù Cristo e negli atti rituali-simbolici della liturgia e della teologia della Chiesa. Dunque, seguendo Cristo, l’individuo e la singola coscienza umana si sottopongono all’incarnazione (simbolizzazione), morte (auto-trascendenza) e resurrezione (reintegrazione) per mezzo della partecipazione alla vita di Cristo. Questo processo di (auto-)realizzazione culmina, per la tradizione cristiana, nell’esperienza del “Regno di Dio” o “Nuova Gerusalemme” in cui la realtà creata diventa riflesso della realtà divina. Così che il mondo è un “simbolo immediato”, lo specchio del volto di Dio.
“E’ nella natura dell’amore non poter essere soddisfatto con il contatto fisico o con l’emozione. Esso cerca il pieno compimento nel dono di sé totale”. Questo amore totalizzante, che è lo stesso Spirito Santo, spinge il Padre ad esprimersi nel Figlio e riporta il Figlio nell’unione col Padre. Come “non-dualità di Dio” lo Spirito è la rappresentazione del mistero che riunisce i due nell’amore e nella conoscenza e li lascia comunque distinti, “non uno” e “non due”. E’ lo stesso amore che motiva la creazione per mezzo del Logos. Tornando alla vita individuale, è per amore che si nasce in questo mondo, si trascende questo mondo e quindi vi si rientra per servire in unione col Creatore. Ciascuno di questi tre passaggi è un grado di progressivo abbandono al movimento della vita. Dunque ogni persona è simbolo dinamico di Dio o istanza del mistero divino, che simbolizza e porta a riunificazione. La persona è l’agente dell’incontro con Dio.

L’Amore Universale.
Come si è visto, per Griffiths l’amore è il simbolo più efficace dell’advaita, per la natura del mistero divino in sé quanto per la sua relazione con l’anima con il mondo. Riconosce altresì Saccidananda e Sunyata come simboli potenti del mistero divino all’interno delle rispettive tradizioni, pur restando profondamente fedele alla tradizione cristiana.
“Vi è un’espressione dello Spirito che è maggiormente significativa delle altre, l’amore. L’amore è invisibile, ma è la più potente forza della natura umana. Gesù parlò dello Spirto, che avrebbe mandato come Verità, ma anche come Amore. ‘Se qualcuno mi ama, mio Padre lo ama, verrà da lui e vivrà con lui’. Questo è l’amore, prema e bhakti proclamati dalla Bhagavad gita, la compassione di Buddha, l’amore estatico dei santi sufi. Una religione si misura dalla sua capacità di risvegliare l’amore nei suoi seguaci e, forse ancora più difficile, di estendere tale amore a tutta l’umanità. Nel passato le religioni hanno voluto chiudere l’amore tra i confini dei propri fedeli, ma è sempre esistito un movimento teso ad oltrepassare queste barriere e pervenire all’amore universale. La Saggezza universale è necessariamente un messaggio di Amore universale.”
Dunque amore e saggezza sono universali ed interconnessi. Il tema dell’amore universale viene ulteriormente elaborato di Griffiths e collegato allo Yoga:
“Yoga significa la pratica di una disciplina spirituale. Bhakti Yoga è la disciplina dell’amore, cioè, aprire il nostro cuore all’amore. Amore nella sua pienezza, amore di Dio per noi e il nostro amore verso Dio. Nella Bhagavad Gita leggiamo: ‘ascolta ancora la mia Parola suprema, il segreto profondo del silenzio. Poiché ti amo, ti dirò le parole della salvezza’ (Cap.8). Questa è la natura dell’esperienza religiosa. Conoscere l’amore di dio è riflettere su di esso, realizzarlo, esperirlo nel cuore. Questo amore, dice S.Paolo ‘supera la conoscenza’ […]”
Entrare nel cuore divino è per Griffiths l’unione non-duale. Si può ottenere con un cuore amoroso, amore che è reciproco movimento. Questo amore compie l’unione non-duale.

Quarta fase (1990-1993): vivere l’Advaita

Raggiungendo la fase finale della sua vita, Griffith è influenzato e permeato dalla sua stessa concezione dell’advaita. Si osserva dal modo in cui accetta l’infarto che lo colpisce e da come questo trasforma la sua vita.

L’infarto e le conseguenze.
In una lezione del 1991 Griffiths offre una visione della sua pratica contemplativa e degli effetti dell’infarto sulla sua esperienza spirituale. In particolare avvalora il ruolo della contemplazione, o meditazione, come pratica della presenza di Dio, ponendosi perciò nella tradizione della preghiera “pura” o non-discorsiva insegnata dai padri del deserto.
La pratica meditativa deve coinvolgere tutti i tre aspetti dell’antropologia (Paolina): corpo, anima/mente e spirito. Perciò Griffiths si rifà alla tradizione orientale del silenzio e del mantra per stabilire la concentrazione e una pratica integrata.
“Tutte le tecniche di meditazione sono vie per raggiungere il centro interiore, il luogo dello spirito. Ma cosa avviene poi là, dipende da ciascuna fede e tradizione. Per un cristiano il luogo dello spirito è dove l’amore di Dio è riversato nel cuore dallo Spirito Santo”
Con parole chiaramente parallele a quelle usate in relazione alla meditazione, Griffiths descrive l’infarto subito come “la grazia più grande che ho mai ricevuto”. “Sono morto all’ego, la mente egoica e la mente discriminatrice, che separa e divide… tutto mi parve concluso. Ogni cosa fluiva in tutte le altre. E percepii un senso di unità in tutto”. Questa “esperienza di morte” fu per lui una nuova rivelazione dello Spirito Santo, che lo aprì completamente allo Spirito. Alcuni giorni dopo l’infarto, sentì il bisogno di “arrendersi alla Madre”. Quando rispose a questo bisogno sentì “l’esplosione psicologica del femminile”. Aggiunge: “Un’irresistibile esperienza d’amore mi travolse. Come ondate d’amore”. Griffiths stesso spiegò che si era finalmente liberata la sua parte femminile, a lungo repressa dentro di lui, trasformandolo e rendendolo completo.
In lui si era verificato un riassorbimento della mente discriminativa in un’attività mentale più intuitiva e unificante. Griffiths interpretò questo passaggio come liberazione della parte femminile della consapevolezza. La ragione, spiega, è stata “assorbita” nell’intuizione, come nell’immagine dei due uccelli della Mandukya Upanisad.
Il viaggio spirituale di Bede Griffiths prosegue. Con la contemplazione della propria esistenza, Griffiths apprezza sempre di più l’evidenza che la molteplicità non vada perduta, ma si trovi contenuta e trasformata nel mistero divino.
“Ecco l’esperienza di Dio che dobbiamo ricercare: trascendere noi stessi col dono totale di sé nell’amore, e ritrovarci riassorbiti nell’oceano d’amore che è profondamente personale, e insieme trascende tutte le umane limitazioni.”

Riflessioni finali sull’Advaita

Il corso dell’esperienza di Griffiths con l’Advaita è naturalmente accompagnata da alcune riflessioni teologiche, specialmente sulla relazione tra Trinità e Advaita. Per realizzare l’incontro tra le due formulazioni, Griffiths si basa fortemente sulle parole del Nuovo Testamento e sulla persona di Gesù Cristo, cercando di discernere l’orientamento non-duale del vero insegnamento di Cristo.

L’Esperienza Advaita di Gesù.
Basandosi sui suoi studi degli esegeti del Nuovo Testamento, confronta l’autentico insegnamento di Gesù e quello della Chiesa primitiva, che fu poi organizzato nella religione istituzionale. E’ significativo che Cristo non lasciò altro che lo Spirito Santo, cioè non strutture, non rituali e neppure molte parole. Come eccezione Griffiths considera la parola aramaica Abba, che esprime l’intimità di Gesù con il Padre. Abba è un appellativo che contrasta con l’immagine di Yahwe riportata nel Vecchio Testamento, che rinforzava la trascendenza divina e la dualità incolmabile della relazione umana con Dio.
Secondo la spiegazione di Griffiths, Abba potrebbe essere stato una sorta di mantra usato da Gesù per meditare l’intima relazione con il Padre e superare la relazione duale descritta dal giudaismo. Senza negare la validità dell’esperienza duale degli ebrei, Griffiths vede Gesù compiere un passo successivo, che l’umanità deve compiere a sua volta. Sebbene Gesù stesso subisca il condizionamento dell’impostazione duale, Griffiths vede il suo completo abbandono e l’abbandono di tutte le tendenze duali nella sua morte. La morte lo trasforma in un essere di amore totale, in comunione con il mistero divino. Il Signore risorto è la personificazione dell’Advaita, oltre ogni limitazione duale, non più nel segno dell’identità storica, ma presenza assolutamente reale e senza tempo.
La testimonianza del Nuovo Testamento sulla trascendenza del dualismo giudaico, si può leggere nel 17° capitolo del Vangelo di Giovanni. Riflettendo sul verso chiave di questo capitolo (17:21), Griffiths vede riflessa la sua stessa esperienza dell’Advaita:
“Gesù ci porta al punto in cui si possono superare le dualità, e l’espressione perfetta di questo insegnamento è nel Vangelo di Giovanni: ‘Che essi possano diventare uno come tu, o Padre, sei in me, e io in Te, che essi siano uno solo con noi”. Gesù è uno solo col Padre eppure non è il Padre. Questa è la relazione non-duale. Non uno e non due. E’ il mistero dell’amore. L’amore è non-uno, non-due. Quando due persone si uniscono nell’amore, diventano uno solo, eppure mantengono la distinzione. Gesù e il Padre vivono questa totale comunione d’amore. Dunque Gesù ci chiede di diventare uno solo, come lui è uno col Padre, cioè, unità totale nell’essere non-duale del Padre. Questa è la chiamata cristiana.”
Dunque, secondo Griffiths, noi incontriamo il Signore risorto e non il Gesù storico nei sacramenti e nella meditazione.

Uso del Mantra per approfondire la Consapevolezza Advaita.
Con la meditazione si sorpassa l’umanità di Gesù (simbolo) verso quello che è simbolizzato, il Padre. Detto altrimenti, con la meditazione di passa attraverso e oltre il mantra, al di là del nome e della forma, per esperire la “comunione d’amore” interpersonale e non-duale, che è Dio. Griffiths cita la sua frase preferita di John Main:
“Gesù rivela il Padre quale fonte di amore infinito, che egli condivide col Padre. E questo è il fine della meditazione cristiana, come disse Padre John Main ‘condiviere quel fiume di amore che scorre tra Gesù e il Padre, che è lo Spirito Santo’… Con la nostra meditazione entriamo in quella profondità dove è presente lo Spirito Santo. E ci portiamo nel mistero interiore della vita di Dio nell’amore”.
Per Griffiths il rimanere al livello dei segni o “arrestarsi “ di fronte ad essi, anche al Gesù umano, all’eucarestia o al mantra, piuttosto che addentrarsi nel mistero divino, è idolatria.
L’esperienza dell’Advaita conferma le sua convinzioni sulla dottrina della Trinità e dell’amore divino. Vede le due dottrine come necessariamente correlate. E’ sicuro che la più profonda esperienza di unione con Dio non cancella il mondo empirico; l’unità intima che conosce per esperienza è un’unità che include la molteplicità. Una “reintegrazione” dell’unità con la molteplicità è raggiunta nell’unione più profonda col mistero divino.
“La mia consapevolezza dell’Advaita è che esiste unità oltre e dentro l’universo. Se ci si concentra sull’oltre, questo universo ci apparirà un nulla. Ma se guardiamo più a fondo, vedete che tutte le differenze di questo mondo e voi e io e ogni essere umano sono integrati nell’unità dell’uno. Non è un’unità vuota, come il vuoto del buddismo Mahayana, non è semplice vuoto. E’ una condizione paradossale, insieme vuoto e pieno… Nirvana e Samsara, le vie del mondo sono una sola. E’ una straordinaria scoperta: se andate al nirvana, lasciate il mondo ed entrate nel vuoto per poi ritrovare l’intera molteplicità del mondo nel nirvana. E questo per me è la scoperta più profonda. E questa è stata assolutamente la mia esperienza. Quando ho avuto il crollo, le facoltà mentali sono collassate.. l’unità si è rivelata; ma ogni cosa e ogni persona erano nell’unità. E lì ho capito che dobbiamo muoverci.”

Il principio di trascendenza e integrazione, caro a Griffiths, è essenziale per comprendere questa consapevolezza. Si è chiamati a trascendere tutte le proprie proiezioni e immagini di Dio, al fine di ricevere una visione più integrata del mistero divino, che è il più sorprendente e intimo. Abbandonando interamente il mondo (samara) all’esterno, lo si riscoprirà di nuovo alla luce di una più profonda unità soggiacente (integrazione). “Il chicco deve morire per avere vita”. Dando sé stessi completamente nell’amore, si ritrova se stessi “assorbiti nell’oceano dell’amore”, non dissolti in questo oceano, ma nella relazione dell’amato con l’amante. Rinunciando a ogni forma e simbolo, si arriva all’esperienza della totalità reale come non-duale, totalità in cui i simboli e le forme sono contenuti e reintegrati. “La redenzione” scrive “è il ritorno all’unità”.
“Cristo con la resurrezione ritorna a se stesso, al suo essere eterno nella Parola di Dio. Egli manifestò sulla terra lo stato dell’essere indiviso nella Parola, oltre le limitazioni del tempo e dello spazio”.

Tratto e adattato da:
“Religious Dialogue as Hermeneutics: Bede Griffiths's Advaitic Approach to Religions”
http://www.crvp.org/book/Series03/IIIB-3/contents.htm

 

 


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Libri per approfondire:

 

Bede Griffiths:

Fiume di compassione. Un commento cristiano alla «Bhagavad Gita» Griffiths Bede, Appunti di Viaggio

Una nuova visione della realtà. Scienza occidentale, misticismo orientale e fede cristiana Griffiths Bede, Appunti di Viaggio

Il Cristo universale  Griffiths Bede, Queriniana

Thomas Merton:

La montagna dalle sette balze Merton Thomas, Garzanti

La contemplazione cristiana  Merton Thomas, Qiqajon

Pensieri nella solitudine  Merton Thomas, Garzanti

Raimon Panikkar:

L'esperienza della vita. La mistica  Panikkar Raimon, Jaca Book  

La nuova innocenza. Innocenza cosciente  Panikkar Raimon, Servitium

 

 

Elemire Zolla:

Conoscenza religiosa (scritti 1969-1983) Zolla Elémire, Storia e Letteratura  

Archetipi Zolla Elémire, Marsilio

Lo stupore infantile Zolla Elémire, Adelphi

 

Mistici:

La via di un pellegrino. Racconti sinceri di un pellegrino al suo padre spirituale  Anonimo russo, Adelphi 

Sentinelle dei deserti. Uomini e donne eremiti nei primi secoli del cristianesimo  Martini Luca, Il Leone Verde

L'incendio d'amore  Rolle Richard, Il Leone Verde