Thomas Merton: Appunti per una Filosofia della Solitudine


"Sto evitando deliberatamente tutto quello che può contribuire all'immagine artefatta del monaco in saio, che abita in un chiostro medievale. In questa direzione non intendo, ovviamente, disprezzare e rifiutare l'istituzione monastica, ma mettere da parte tutti i fattori contingenti ed esteriori, così che non interferiscano con la mia visione di ciò che mi sembra più profondo ed essenziale." Merton dice di pensare al solitario laico del genere di "Thoreau o Emily Dickinson."


Parte prima: La Tirannia dello Svago

La premessa alle Notes è che tutti siamo dei solitari in termini esistenziali, mai completamente consci della nostra solitudine perchè si permette alla società di riempirci la mente e il cuore con "lo svago, la distrazione sistematica, o per usare il termine di Pascal il 'divertissement.'"
La funzione dello svago è semplicemente anestetizzare l'individuo come individuo, e immergerlo nel tiepido apatico stupore di una collettività che, come lui, desidera divertirsi. Il meccanismo di "panem et circenses" che assolve questa funzione può essere chiassoso e assurdo, o assumere un'aria di acritica e intensa gravità.
La nostra società preferisce l'assurdo. Ma la nostra assurdità è mescolata con una certa pesantezza mentale che è determinata dalla serietà con cui dedichiamo noi stessi all'acquisizione di denaro, alla soddisfazione delle ambizioni sociali e dalla auto-giustificazione di perseguitati dalla iniquità dittatoriale dei nostri oppositori.  [...]

Merton afferma in seguito che la solitudine interiore non risolve automaticamente il dilemma dell'individuo moderno. Né la solitudine è priva di difficoltà. La prima difficoltà è la "sconcertante prova dell'affrontare la propria assurdità". Quando si rimuove la maschera della società normale e organizzata, la maschera diversiva, l'individuo si trova a confronto con "l'abisso dell'irrazionalità, della confusione, della dispersione e ... del caos apparente".
Solo a questo punto è possibile la fede, la vera fede che è l'opposto dell'intrattenimento spirituale, altro genere di svago. Privandoci delle illusioni della società, vediamo la profondità del mistero di Dio, l'unità del reale, dell'assenza di cose e di pensieri, "l'indicibile bellezza del Cuore all'interno del cuore della propria vita".
Tutti si muore da soli e perciò si è uniti nel mistero della morte. Allo stesso modo, la solitudine in cui si scopre il nostro vero sé, ci unisce nella solitudine di tutti.
Il solitario non deve semplicemente ritirarsi dalla società ("la solitudine del disgusto") ma deve trascenderla. Si rinuncia al gruppo, definito dalle "aspirazioni, finzioni e convenzioni" sociali, per congiungersi a tutte le persone nella trascendenza, in modo soprannaturale, precisamente mediante la solitudine di ciascuno. Se la società rende ogni individuo utile - alla finzione - la solitudine rende l'individuo autenticamente utile alla società e , quindi, portato a trascenderla. Il solitario quindi rifiuta tutto ciò che è artificioso, tutto quello che non ha trascendenza. In questo processo, il solitario deve rinunciare alla consolazione di ogni illusione di comodo, che possa scioglierlo dalla sua responsabilità quando si discosta dal sé profondo e dalla intima verità - l'immagine di Dio nell'anima.

Il prezzo della fedeltà in questa prova è una umiltà totalmente dedicata - un vuoto del cuore in cui l'auto-affermazione non ha alcun posto.
Merton insiste che il non-conformismo non è ribellione, poichè essa crea nuove illusioni, di tipo soggettivo, al posto del tipo sociale. Che possono essere peggiori dell'accettazione dei miti sociali. Ma per stare in guardia contro una falsa religione o una mitologia del narcisismo - "un mondo di finzioni private e di illusioni auto-imposte" - è necessario diventare "completamente risvegliati", pienamente coscienti.
Quindi, la solitudine si deve caratterizzare con "il vuoto, l'umiltà e la purezza". Il solitario si tira fuori dalle diversioni che lo alienano da sé e da Dio per vivere in unità trascendente.

La sua solitudine non è un argomento, un'accusa, un rimprovero o un sermone. E' semplicemente la vita stessa. E'. Non solo non attira l'attenzione, e non la desidera, ma rimane perlopiù completamente invisibile.
Merton insiste fortemente sulla distinzione tra il solitario e l'individualista. L'individualista non ricerca la trascendenza, ma solo una più alta forma di auto-coscienza, una più alta forma di svago. Non rifiuta i miti sociali, ma li mantiene come sfondo ai suoi propri miti. Non cerca il nascosto e il metafisico, ma il compiacimento di sé. In breve, il modello dell'individualista non è il deserto, ma il ventre materno.

Parte seconda: Nel Mare Periglioso.

Per Merton il vero solitario è uno che rinuncia all'immaginario sociale. Il vero solitario è unito agli altri mediante valori che trascendono quelli di stato-nazione, classe, gruppo o altre strutture arbitrarie che servono a dividere la famiglia umana.
Il primo di questi valori unificatori è la solitudine di ciascun individuo, l'unicità e il mistero profondo della persona, il sé. Questa paradossale unicità nell'unità fa della solitudine "il fondamento di una profonda, pura e gentile simpatia per tutti gli uomini, che essi siano o no capaci di realizzare la tragicità della loro situazione".

In questa solitudine e vacuità del cuore, si trova un'altra, più inesplicabile, solitudine. La solitudine dell'uomo è, di fatto, la solitudine di Dio.
Realizzare che la propria solitudine riflette la solitudine di Dio, porta a concludere che la fedeltà alla solitudine è fedeltà a Dio. [...]
L'eremita dunque è il testimone di una profonda verità. Rimane nascosto al fine di riflettere il carattere trascendente di questo mistero. Eppure, in un contesto cristiano, professa apertamente questa solitudine e perciò riveste una funzione importante nella comunità.
Sebbene l'eremita, non solo non è del mondo, ma neppure è nel mondo, parlando concretamente, è curioso che gli eremiti del deserto erano riconosciuti non solo per il loro estremo ascetismo, ma anche per la loro profonda carità e discrezione. Merton puntualizza che niente di ciò fu fatto al di fuori della liturgia istituzionale e delle sue funzioni. Ma questa ebbe successo solo perchè gli eremiti erano completamente svuotati di sé. Perciò la vocazione della solitudine è una vocazione "al silenzio, alla povertà e alla vacuità".

Il fine della vita solitaria è, se vogliamo, la contemplazione. Ma non nel senso "pagano" di una illuminazione intellettuale o esoterica, conseguita mediante tecniche ascetiche. La contemplazione del solitario cristiano è la consapevolezza della grazia divina, che trasforma ed eleva la vacuità e la rivolge alla presenza dell'amore perfetto, della perfetta pienezza.
Questo è un passaggio che Merton non avrebbe mai modificato, anche se i suoi interessi si rivolsero verso il misticismo classico cristiano e orientale, lo Zen in special modo. Merton distingue la filosofia greco-romana dalle filosofie orientali e occidentali, in cui l'elemento trascendente è sviluppato nella psicologia e nella metafisica. Con estrema attenzione districa questa spiritualità dall'eccesso di ritualismo, di attivismo e persino di socialità. La sua forma di illuminazione non dipende da elementi intellettuali, razionali o dall'ascetismo estremo. E' molto vicina alle proposte del Merton maturo, già menzionate: il misticismo cristiano e il buddhismo zen.

Merton anticipa la principale obiezione al ritiro dal mondo: "dobbiamo fare qualcosa per le difficoltà dell'umanità". L'amore per gli esseri umani non può essere espresso solo da un tipo particolare di aiuto o di azione sociale. Piuttosto la solitudine manifesta l'amore concentrandolo su Dio. Merton teme che le "forme simboliche visibili" dell'attività pubblica inevitabilmente perdano la purezza perchè devono essere eseguite insieme ad altri o nel dominio pertinente agli altri. Il ritiro è in sé una potente testimonianza e un'azione deliberata che mira a una visione più nitida del mondo [...]

Questa posizione rispetto al mondo non deve essere espressione di ribellione (come detto in precedenza) ma il frutto di una rigorosa spiritualità.
Tali uomini, i solitari - senza indulgenza per il mondo, senza attaccamento per l'umano, e senza provare amarezza o di risentimento - si ritirano nel salutare silenzio del deserto, o della povertà, o dell'oscurità, non al fine di predicare ad altri la via, ma di curare in se stessi la ferita del mondo intero.

Merton cerca di definire ulteriormente il suo concetto del solitario ideale, che non è l'anticonformista che si adatta controvoglia al mondo. Il punto essenziale è che il solitario lascia deliberatamente la sua vita alle spalle e si incammina nel deserto, in ogni senso.
Sono sempre esistiti dei solitari che, grazie ad una purezza straordinaria e alla semplicità del cuore, sono stati dedicati fin dalla prima giovinezza alla vita eremitica e contemplativa, in forma ufficiale. Merton si riferisce ai Certosini e ai Camaldolesi. Annota, tuttavia, che nemmono questi rappresentano il suo ideale di solitario. Piuttosto i suoi solitari ideali sono:

"i paradossali, tormantati solitari per cui non esiste un luogo preciso; uomini e donne che non hanno scelto la solitudine, ma ne sono stati scelti. E questi generalmente non hanno trovato la via del deserto grazie alla semplicità o all'innocenza. Loro è la solitudine che si raggiunge per la via più ripida, attraverso la più amara sofferenza e il disinganno."
In retrospettiva, possiamo certamente contare Merton stesso tra questi.

Questi, cui sembra che sia stata la solitudine a sceglierli, invece che arrivarci per altre vie, accettano o vivono il tormento e l'alienazione. Non sono solitari perchè si sono ritirati da una moltitudine o perchè l'hanno attraversata allegramente. Invece, la loro solitudine è nata da un'unione interiore che la massa dell'umanità ignora, un'unità che è

"segreta e inconoscibile. Anche coloro che vi entrano, conoscendo solo quella, parlano di 'ignoto'. E' quel vasto deserto di vacuità che appartiene a tutti e a nessuno. E' il luogo del silenzio in cui vibra la parola di Dio. E in quella parola si esprime Dio e tutte le cose.

Merton parla di questo sentimento con sicurezza e senza riserve. Dice della profonda onestà dell'eremita e della sua integrità. Paragona l'eremita a uno straniero e a un vagabondo. All'eremita non è permesso avere delle eccentricità o delle personali soluzioni ai problemi, suoi o altrui. La vita del vero solitario è "un'arida e selvaggia purificazione del cuore" in cui giace il nucleo spirituale al di là della parola e della logica. La solenne solitudine dell'eremita ci ricorda che ciascuno di noi deve confrontarsi con Dio, soltanto.

Il solitario non è automaticamente un mistico. La solitudine è umiltà, o povertà spirituale. E' insicurezza fisica e sociale. E' "povertà fisica e materiale priva di supporti visibili".

L'eremita rimane nel suo stato per provare, grazie alla mancanza di utilità pratica e all'apparente sterilità della sua vocazione, che i monaci cenobiti dovrebbero avere poca importanza mondana, o piuttosto nessuna. Essi sono indifferenti al mondo, perciò non dovrebbero più possedere un ruolo in esso. E il mondo è indifferente a loro.
E, per estensione, la vita cenobitica, che è la vita di persone integrate in una società, è indifferente ai veri solitari. Malgrado la vita nella società moderna non lasci spazio alla contemplazione o alla compassione, non tocca quella compassione universale vissuta dal solitario.

Parte terza: Povertà Spirituale.

La conclusione di Merton ai primi due capitoli, introduce il terzo: "La vita di un eremita è fatta di povertà materiale e fisica, priva di supporti visibili". L'eremita non è automaticamente una persona più spirituale, priva di preoccupazioni, di interessi, o di frustrazioni e insicurezze. L'immagine di Robinson Crusoe "non è il mito dell'eremita, ma dell'individualismo pragmatico", che ha una risposta astuta e sicura per ogni problema pratico. L'eremita non ha tali convinzioni. L'esperienza dell'eremita (e questa non è un'analogia di Merton, ma potrebbe esserlo) non è l'oasi paradisiaca di Crusoe, ma l'arido deserto e la siccità del cuore descritti da S.Giovanni della Croce, sebbene più umilmente, con maggiore angoscia.

Merton usa il vocabolario forte dell'esistenzialismo per esprimere il grande dubbio, "l'ignoto del proprio sé", del solitario ridotto al silenzio, con una sola certezza: "La presenza di Dio nelle nebbie dell'incertezza e del nulla". Ecco un'eccellente decrizione del paradosso della solitudine:

"La vita solitaria è piena di paradossi: il solitario è in pace, ma non nel modo in cui il mondo pensa la pace; è felice, ma non nel senso mondano; procede ma incerto del cammino, senza conoscere la via, ma arrivando comunque, e arrivando parte. Il solitario non possiede altra ricchezza che la vacuità, abbracciando la povertà interiore e nessun possesso. Il solitario è tanto ricco da non riuscire a vedere Dio, è così vicino a Dio che non c'è più prospettiva né oggetto, così inghiottito da Dio che non vi è più altro da vedere".

A racchiudere queste riflessioni di Merton c'è l'assunto che la vita solitaria sia la volontà di Dio. Questa interpretazione della volontà di Dio è facile per i monaci, dichiara, il cui cammino è:

"non nelle parole umane, ma nei segni divini. Ma per il solitario esiste una sola via, diversamente che per coloro che non sono consapevoli della propria solitudine. La realizzazione della propria solitudine, essendo l'unica via per incontrare gli altri, per vivere la compassione, per vedere la comune umanità della solitudine di tutti e di Dio - è la conferma del cammino del solitario e, nello stesso tempo, la dissoluzione "di tutte le distinzioni tra mio e tuo".

Merton conclude parlando dell' "io" che si svela nella solitudine del sé profondo. Se l' "io" individualistico può essere coltivato e coccolato, l' "io" profondo dello spirito può solo Essere e Fare. Esso proviene da Dio ed è il più universale degli elementi. In questo "io" la solitudine di ciascuno incontra la solitudine di Dio, "al di là delle divisioni, delle limitazioni dell'auto-compiacimento". Infatti, per Merton, questo "io" è Cristo stesso, è Dio.

Conclusione.

Di sicuro la forte articolazione delle Noets di Merton sulla filosofia della solitudine è una sfida alla chiesa, al monachesimo, alla società e all'individuo. Inoltre, lo scritto riflette il sentimento d'angoscia che segna il cammino personale di Merton, e i tanti riferimenti al ricercatore solitario sono riferiti a lui stesso e alla sua difficile esperienza, anche nell'esprimere la sua visione dell'eremitismo, lottando, insieme, con il suo personale desiderio di solitudine.
Nonostante alcune espressioni autoreferenziali e ripetizioni, questo compendio di ragione ed esperienza fa delle Notes uno dei più completi lavori di Merton e uno dei trattati sulla solitudine più interessanti. Solo dopo il 1965, quando Merton abbraccia la condizione eremitica a tempo pieno, possiamo riscontrare la piena realizzazione della traiettoria tracciata da questo scritto, che comprenderà la fusione, nei suoi scritti, di misticismo e pensiero orientale. In conclusione di questo articolo riportiamo la frase che Merton scelse di porre in apertura del saggio, un verso del poema di St. John Perse: "un cri d'oiseau sur les recifs" - il grido di un uccello sugli scogli.

Tratto da:
http://www.hermitary.com/house/merton_notes.html

 


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