Il Vedanta riconosce alcuni metodi di approccio alla verità metafisica. Tra le affermazioni del Vedanta, alcune indicano la dualità, mentre altre affrontano direttamente la natura non-duale del Parabrahman, il Brahman Supremo. Per collegare queste apparenti contraddizioni gli acharya delle varie scuole hanno scritto elaborati commenti alla Scritture, in cui sono espressi i diversi metodi e punti di vista. Come la scuola Advaita di Sankara ha conosciuto una lunga serie di prosecutori, anche le scuole Dvaita contano su una lunga tradizione. Un aspirante sincero e motivato deve perciò trovare un maestro, "sedersi ai suoi piedi" e chiedere che gli si impartisca direttamente l'istruzione, come previsto dal metodo tramandato nella shruti per conseguire la comprensione del Nirviseshatva (assenza di qualità) del Parabrahman. Solo così si può realizzare che l'insegnamento del proprio paramachrya è il solo e unico mezzo per la comprensione dei contenuti filosofici e spirituali del Vedanta. Senza di esso sarà un'impresa ardua comprendere che esiste un metodo sistematico adottato dalla shruti. Perciò numerosi studiosi e filosofi non riescono a concordare una visione univoca a riguardo, sia per mancanza di una conoscenza diretta del metodo, sia per eccessiva dipendenza dalla propria capacità intellettuale. Si comprende infatti, da uno studio attento della tradizione di Maestri (sampradaya), che le Scritture possiedono un orientamento sistematico che può essere correttamente riconosciuto da un ricercatore che si sia sottoposto all'insegnamento tradizionale. In questo articolo ci occuperemo dell'insegnamento per quanto riguarda l'advaita.
Dunque, qual è il metodo adottato dalla sampradaya dei successori di Sankara per l'insegnamento della metafisica non-duale? Sankara lo espone nel commento alla Gita. Egli afferma che i conoscitori del metodo tradizionale (sampradayavida) hanno dichiarato che Quello che è privo di qualsiasi distinzione e qualità sia insegnato mediante la deliberata sovrapposizione (adhyaropa) e la successiva eliminazione (apavada).
Ma di sicuro, la domanda più cogente per il ricercatore è: perchè è necessario un metodo per conoscere la nostra immutabile, auto-evidente natura di Brahman? E se vi è un metodo, come valutare che l'Adhyaropa - Apavada è quello giusto? E si potrebbe anche obiettare: se mediante un qualche metodo siamo in grado di raggiungere un determinato fine, come possiamo essere certi che quella sia la nostra vera natura (svarupa)? Finché la cosa conosciuta è differente dal conoscitore e non è lo stesso soggetto conoscitore, il conoscitore non è l'oggetto della conoscenza. Questa è la ragione per cui alcuni affermano che che "nessun mezzo " è possibile per conoscere il ParamArtha tattva che è conoscenza senza oggetto. Così taluni affermano che questa è la terra senza sentieri. Quando si adotta un metodo per 'conoscere' qualcosa, immediatamente si è sviati dagli oggetti e si cade sotto il potere delle varie operazioni del pensiero. Di conseguenza quando si cerca di etichettare o di definire un metodo per il Vedanta, quella scelta non potrà portare alla Paramartha Jnana. Se si mantengono intatte le distinzioni tra soggetto e oggetto, è un metodo inutile e un auto-inganno. Questi argomenti, in linea teorica, possiedono una logica. Ma non è questo lo scenario in cui si trova la maggior parte di noi.
Piuttosto si soffre sottoposti alla cosiddetta ignoranza metafisica, avidya, identificando noi stessi con il corpo (deha), con i sensi (idriya), la mente (mana) l'intelletto (buddhi), l'ego (ahankara), la forza vitale (prana), ecc. Perciò Sankara esplicita nel commento alla Gita: l'obiettivo da raggiungere è il superamento delle nozioni errate causate dall'avidya. Non c'è alcuna necessità di sforzo per realizzare la nostra vera natura, che è svatasiddha (esistente di per sé) e perfettamente evidente (atyanta prasiddhatvat). Ma fintanto che non si è realizzata la verità 'così com'è', abbiamo bisogno di prakriya (metodo) che ci aiuti a rivelare la vera natura del sé. Quando le false nozioni sono state eliminate, nessuno sforzo è necessario per realizzare la verità. Si dice perciò che, a causa dell'ajnana (nescienza) crediamo che la corda sia un serpente, e dopo che l'idea del serpente è stata rimossa, la corda appare 'così com'è'. In questo senso la conoscenza implica il riconoscimento che la corda non è un serpente, non la conoscenza della corda in sé. Da tutto ciò, si evince che l'Adhyaropa è intesa: "quando vi è avidya, la shruti, a beneficio dell'insegnamento, accetta un oggetto o un attributo che letteralmente non esite"; apavada significa la negazione di ciò che è stato accettato relativamente a beneficio dell'insegnamento. Sri SatchidAnandEndrasaraswati Swamiji descrive il procedimento in questi termini: "La sovrapposizione (adhyaropa) significa letteralmente appoggiare qualcosa su qualcos'altro, imputando le proprietà o la natura di qualcosa a qualcos'altro. E' un postulato del Vedanta che, a causa della tendenza naturale della mente, una sovrapposizione senza inizio, detta avidya, ci obbliga a guardare la realtà come fosse composta da una miriade di differenze. Ora, al fine di educare la mente a interpretare la realtà così com'è, le Upanisad impiegano il metodo suddetto dell'adhyaropa-apavada, o della deliberata sovrapposizione, o provvisoria attribuzione e la susseguente negazione". Yajnavalkya così esprime nella Brahdaranyaka Upanisad la vera natura del Brahman: "Tale è ciò che i conoscitori del Brahman chiamano l'Immutabile. Esso non è né grosso né sottile, né corto né lungo, non ha sangue né grasso, non ha luce né oscurità, non è vento e non è etere, non attacca, non gusta né odora, non ha vista e non ha udito, non ha voce né mente, non ha principio vitale, né bocca, non ha misura, e non ha né interno né esterno. Nulla mangia e nessuno se ne può cibare." E' chiaro che con l'adozione del metodo della sovrapposizione e della recissione, le Scritture ci guidano dal livello di conoscenza convenzionale alla rivelazione della natura trascendente del nostro Sé, al di là delle distinzione tra conoscitore e cosa conosciuta. L'esempio più evidente di questo procedimento si trova nei versi della Bhagavad Gita. "13. Ovunque sono le Sue mani e le Sue gambe, i Suoi occhi e i Suoi volti, e niente sfugge al Suo udito. Cosi, presente ovunque, e' l'Anima suprema. 14. E' la fonte originale dei sensi di tutti gli esseri, tuttavia e' privo di sensi. Mantiene tutti gli esseri, ma rimane distaccato da tutti. Trascende le tre influenze della natura materiale e allo stesso tempo e' il maestro di queste influenze. " [cap.13 versi 13 e 14] Nel primo dei due sloka, il Brahman è descritto in possesso di mani e di piedi, di occhi, teste, volti e così via; ma nel secondo, è definito essere privo di sensi sebbene appaia capace di svolgere e di possedere tutte le funzioni dei sensi. Sankara osserva che: "le caratteristiche che si descrivono a proposito del Sè (kshetrajna), per le condizioni limitanti che derivano dalle caratteristiche corporeee (kshetra), essendo irreali, vengono negate nello sloka precedente e il sè è esposto per essere realizzato come né reale né non reale. Ma qui [nello sloka 13], anche la natura irreale manifestata dalle condizioni di limitazione, viene esposta, mediante proprietà del conoscibile, al fine di dimostrarne l'esistenza; perciò si parla del Sè come dotato di piedi, mani, ecc. In questo senso, è ben noto il detto della tradizione: 'Quello che è privo di qualsiasi distinzione e qualità sia insegnato mediante la deliberata sovrapposizione e la successiva dismissione'. Gli organi descritti, comuni ai corpi, si devono alla rappresentazione della consapevolezza che pertiene all'Atman. Perciò stanno a indicare la presenza dell'Atman e sono descritti quindi come pertinenti ad esso in senso figurato". Sankara intende dire che Brahman è portato inizialmente alla nostra attenzione come il sè di tutti noi, che funziona attraverso i sensi. Il Sè misura le cose con le nostre mani, cammina con i nostri piedi, vede con i nostri occhi e ascolta con le nostre orecchie. Questa espressione serve a farci comprendere la Sua innegabile esistenza. Una volta compreso questo punto, la Sruti abandona questa errata attribuzione di attività sensorie, per offrirci la possibilità di intepretare correttamente la realtà, come Sè universale. La connotazione delle attività sensorie è un semplice strumento utile a familirizzare la mente con l'esistenza del Sè. Perciò, Sankara sottoliena il contenuto del del secondo Sloka: "Affinchè non si debba supporre che Brahman sia realmente dotato di organi di senso e di arti, mani, piedi, ecc, poichè gli sono stati attribuiti [in precedenza] è dato il verso successivo [14]"
La Tejobindu Upanisad menziona esplicitamente la due modalità del metodo, nel passaggio in cui Shiva istruisce Skanda a proposito della natura senza attributi di Brahman:" Non l'adhyaropa, né l'apavada, non l'unità, né la molteplicità, non vi è ciecità, né ottusità, nè conoscenza, non carne, non sangue, né linfa, non pelle, né ossa, nessuno dei sette Dhatu, non il testimone e nemmeno il colore rosso, o il blu, non il calore, non il guadagno, nessuna importanza o non-importanza, né illusione né perseveranza, nessun mistero, nessuna razza, niente che debba essere abbandonato o ricevuto, nulla di cui si possa ridere, nessuna regola, nessun voto religioso, nessuna colpa, né felicità, non conoscenza, conoscitore e conosciuto, neppure il Sè, nulla appartiene a me o a te, nemmeno tu ed io ci apparteniamo, né ci appartengono l'età, la giovinezza o la virilità; ma certamente io sono Brahman. ' Io sono certamente Brahman. Io sono Cit, io sono Cit'." [Cit = Pura Coscienza] A proposito della pratica dell'apavada, Sankara ne descrive una lucida definizione. La nostra prima impressione [della realtà] è condizionata da diverse incomprensioni, ma riteniamo solitamente che quelle incomprensioni siano una conoscenza corretta. Solo attraverso una conoscenza completa [della realtà], la precedente comprensione errata si dissolve. Quindi, apavada significa l'eliminazione della conoscenza errata mediante la conoscenza completa. Sankara si riferisce ad esempio al fatto che chiunque, spontaneamente, si identifica con il corpo, i sensi, l'intelletto, la mente, l'ego, l'esperienza del dolore, del piacere, ecc. Questa tendenza è naturale per chiunque sia sottoposto al giogo dell'avidya. Ma quando l'aspirante viene istruito da un guru che conosca la verità, sull'essere il testimone distaccato (kevala sakshichetah), realizza di non essere il complesso psico-fisico.
Analizziamo quindi come e perchè il metodo della sovrapposizione e della recissione è il giusto metodo di insegnamento. Torniamo al famoso esempio della corda e del serpente. Nella semioscurità potremmo scambiare una corda per serpente, e sovrapporre ad essa dettagli, come la sinuosità, e perfino il sibilo, che confermerebbero i nostri timori. Quando ci fosse possibile verificare che si trattava soltanto di una corda, la conoscenza veritiera non avrebbe come conseguenza l'eliminazione del serpente immaginario, né necessità di creare una corda già esistente. La realizzazione della verità rivela che non c'è mai stato alcun serpente e che la corda è sempre stata lì. Dunque, lo scopo della conoscenza è mostrare la vera natura delle cose percepite e non la creazione o l'annichilimento di cose inesistenti. Allo stesso modo, nella ricerca della natura del Brahman (brahma jignasa), quando non conosciamo la sua natura senza secondo, vediamo una molteplicità di enti e di mondi (jiva e jagat) in luogo del Brahaman senza attributi (nirvikalpa Brahman). La conoscenza dell'Atman (Atma jnana) ci consente di eliminare questa percezione errata. Ma come già detto, la Conoscenza (jnana) non distrugge il mondo inesistente o gli enti, né porta alla creazione di qualcosa chiamato Brahman nel mondo degli enti. Ma, seguendo l'insegnamento di Sankara, jnana rivela la vera natura della realtà esistente, e non crea e non distrugge alcuno. L'identificazione nel limite della nostra natura essenziale è ignoranza (avidya). Con la Conoscenza dell'Atman non si ha una vera distruzione, ma la realizzazione della propria natura eterna e vera (svarupa), di cui mondi ed enti erano attributi sovrapposti, creati dall'ignoranza della verità. Le Scritture ci portano a guardare oltre, dicendo: solo Brahman è la realtà, ovvero, Brahman è tutto, nulla è separato da esso. Nella realtà non esite alcuna dualità. Tatvamasi (Tu sei Quello), ahaM brahmAsmi (io sono Brahman), kshEtrajnaM chApi mAM viddhi sarvakshEtrEshu (conoscimi come il Conoscitore del campo in tutti gli esseri), in tutti questi detti delle Scritture è affermato che il sostrato (adhishtanam) è solo l'eterno (nitya), nirupadhika Brahman. La dismissione dell'apparente dualità, mediante l'Atma jnana è detto apavada. Questo è il solo metodo corretto secondo quanto insegnato dalla tradizione della Sruti e di Sankara. [...]
tratto e adattato da: http://www.advaitin.com/
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