Advaita Sadhana. I discorsi di Sri Chandrasekharendra Saraswati Swamigal. [9]
 Delle tre fasi del terzo stadio.
 La Devozione (Bhakti) e il suo ruolo nel cammino della Conoscenza (Jnana)
 Cos’è la Bhakti?
 Che cos’è l’Amore?
 L’organo interno e il cuore.
 L’ego e l’amore
 Quale oggetto d’amore per l’Atma-sadhaka?
 

 Delle tre fasi del terzo stadio.

Dopo aver praticato a fondo le quattro fasi della SAdhanA-chatushTayaM l’aspirante ottiene dal Guru lo status di Sannyasa e l’insegnamento dei Mahavakya, apprende le conoscenze della tradizione sanscrita e compie alcune esperienze formative. Tutto ciò viene appreso con l’intelletto, masticato e digerito dal cuore, vissuto nell’esperienza della meditazione costante. Queste sono le componenti del terzo stadio. Dopo aver stabilizzato la meditazione profonda e persistente si può raggiungere la realizzazione del Brahman. Questa è la Liberazione dalla schiavitù; la Realizzazione della Verità.
Di solito queste fasi sono definite come “Shravana” (ascolto) “manana” (riflessione) e “Nididhyasana” (meditazione profonda).
Dunque è naturale che voi vi aspettiate che io incominci a parlare della “shravana”. Ma vi deluderò. Però non potete incolparmi di questo. Perché fu lo stesso Acharya (Shankara Acharya) a deludere le nostre aspettative su questo punto. E io sto solo seguendo la sua decisione.
Nel Vivekachudamani, il testo che abbiamo seguito fin dall’inizio, il più importante tra le opere dell’Acharya, dopo l’esposizione del Mumukshutvam e le parole di incoraggiamento per i sadhaka del primo stadio e di livello intermedio, dice: (shloka 29,30 o 30,31):”E’ vero che se il distacco e l’anelito alla liberazione non sono intensi ma medi, l’Atman non si realizzerà. Se il livello è quindi poco elevato, l’apparenza di un relativa calma mentale è soltanto un miraggio. Ma non ci si perda d’animo, non si perda la fede. Si cerchi di intensificare il distacco e l’anelito. Sia coloro che si trovano ad un livello iniziale, che coloro che hanno raggiunto un livello intermedio possono raggiungere il pieno controllo della mente. E con gli stessi mezzi si può raggiungere il pieno successo.” Così termina la trattazione della SAdhanA-chatushTayaM.
Allora ci si aspetterebbe che incominci il tema della “Shravana”. Invece Shankara inizia un nuovo argomento: la Bhakti.

 La Devozione (Bhakti) e il suo ruolo nel cammino della Conoscenza (Jnana)

Viveka-ChudaMAnI (#31 / 32)
mokSha-kAraNa-sAmagryAM bhaktireva gharIyasI /
svasvarUpA-nusandhAnaM bhaktir-ity-abhidhIyate //
mumukShu is one who longs for mokSha.

Esistono molti strumenti di supporto alla realizzazione della Moksha. Il processo di “shravaNa, manana e nididhyAsana” (ascolto, riflessione, contemplazione) è tra questi. Tutte le componenti della Sadhana chatustayam (le quattro regole della Sadhana) di cui abbiamo parlato fino a questo momento sono esattamente degli strumenti di supporto. Nel loro insieme sono detti “Samagri”. L’Acharya aggiunge: “Il migliore tra gli strumenti che supportano il raggiungimento della Liberazione…” Cos’è? La Bhakti (la devozione).

Dunque l’Acharya prima delinea la Sadhana chatushtayam, seguita da Shravana, Manana e Nididhyasana – con ciò si ritiene di solito completato il cammino – e poi introduce un nuovo elemento, non incluso nei precedenti, e dice che questo è il più importante strumento.
Siccome Jnana e Bhakti sono note come due vie distinte per raggiungere la Moksha, si suppone che che colui che ha scritto il Vivekachudamani e che ha tracciato la disciplina della Sadhana ci stia accompagnando sul sentiero dell’Jnana! E invece, proprio in questo cammino conferisce una tale importanza alla bhakti. Fino a dire che la Bhakti è il principale supporto per ottenere la Moksha.

Non è esatto dire che nella via dell’Jnana, che Shankara delineò e divulgò nel mondo, non vi è posto per la bhakti. E’ già situata al fondamento, cioè viene addirittura prima che l’aspirante si appresti alla Sadhana. Prima che lo studente sia ammesso alla scuola dell’Jnana, Karma e Bhakti sono materie che devono essere state completamente acquisite. Il prerequisito per procede nel cammino dell’Jnana è una mente pura e potenzialmente capace di stabilizzarsi su un solo punto. Solo allora ci si può avventurare in questa via. Al fine di acquisire l’idoneità, Shankara prescrive l’azione disinteressata, per purificare la mente, e la devozione per disciplinarla alla stabilità in un solo punto. Diciamo quindi che la Bhakti è una componente esterna dell’Advaita Sadhana, solitamente distante dal nucleo della disciplina.
Gli strumenti interni sono quelli che operano direttamente a supporto dell’obiettivo. Nella tradizione Advaita, l’Jnana è lo strumento interno della Sadhna, e perché si manifesti l’Jnana, gli strumenti interni sono shravaNa, manana e nididhyAsana, e quindi, non altrettanto interni, ma da includere comunque tra questi sono i supporti della SAdhanA-chatushTayaM. Al di fuori di questo gruppo sono gli elementi esterni, cioè Karma e Bhakti.

Però in questo caso il principale e più autorevole maestro dell’Advaita dichiara che la componente esterna Bhakti è uno strumento estremamente importante e le conferisce lo stato di “interno”. Come è possibile? Perché?
Forse mi sono dilungato troppo e vi siete dimenticati che all’inizio avevo premesso l’esistenza di due gradi, “basso” e “alto” – sia per la Shradda (fede) che per la Bhakti (devozione). La Bhakti di cui abbiamo parlato come supporto alla stabilizzazione della mente in un solo punto è di grado “basso”, e in questo caso possiamo definirlo un elemento esterno. Ma al livello conclusivo del percorso della Sadhana, la Bhakti è considerata “sAmagryAM gharIyasI” (l’elemento più pesante) e appartiene al grado più alto. Ve ne è una ancora più elevata, è la Bhakti praticata dallo Jnani che ha conseguito l’Illuminazione. Perché lo faccia, con quale scopo e in quale modo –queste sono risposte che solo lui potrebbe darvi. Forse nemmeno lui lo sa. Solo l’Onnipotente che gli ha concesso di dissolversi nel Suo Amore lo sa. Questo fatto è oltre le nostre capacità di esposizione.

Ciò di cui possiamo parlare è quella Bhakti che si situa come componente interna della Sadhana, detta sAmagryAM gharIyasI. Ma per capire cosa abbia voluto esprimere l’Acharya con queste parole, dobbiamo prima chiarire cosa sia la Bhakti.

 Cos’è la Bhakti?

E’ opinione ben nota che la Bhakti sia il pensare al Paramatma (Essere Supremo) come Devata (forma divina) con un nome e degli attributi e adorare con amore quella forma. E’ difficile mantenere stabile questa devozione a livello mentale; quindi si sono aggiunte determinate azioni, come le Puja (devozioni rituali), i Darshan nei templi e la recitazione di inni devozionali. Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo. Ma a un grado più elevato di Bhakti non si pensa più al Supremo come a una Divinità dotata di forma: si deve prendere l’abitudine di esprimere amore per il Supremo anche senza forma. Quando la divinità oggetto di devozione possiede una forma con tanto di occhi, naso, orecchie e mani – quattro, otto mani – e indossa abiti raffinati ben visibili dagli occhi, quando abbiamo conosciuto i suoi attributi, glorie, infinita compassione e grazia mediante i Purana e gli inni, è facile dirigere e focalizzare il nostro amore verso tale forma divina. L’amore è Bhakti. Tra tutte le espressioni dell’Amore, l’amore più puro, rivolto al Signore è detto Bhakti. E’ facile esprimere la Bhakti che altro non è che Amore per la Divinità con forme e attributi che gratificano la mente. Piuttosto, riversare il proprio Amore verso il Paramatma privo di forma e di attributi, inconoscibile dalla mente, è indubbiamente difficile. O forse è difficile al nostro livello. E così sia. Per quanto ci riguarda, possiamo essere felici di una divinità con forme e attributi, e di svolgere le Puja e i pellegrinaggi ai luoghi sacri. Ma per quei Sadhaka che sono stati perfezionati dai progressi nella Sadhana Chatushtayam è facile rivolgere il proprio Amore verso qualcosa che non ha né forma né attributi. Poiché, al loro livello, non è più necessaria una forma con attributi e gesta gloriose su cui riversare l’Amore. E’ una fase in cui l’Amore non necessita di alcun oggetto da amare; si esprime naturalmente. Ma se questa espressione spontanea e naturale non si verifica effettivamente, tutta la Sadhana sarà inghiottita dall’Ego.
Certamente questo Sadhaka otterrà la Moksha grazie a tutta la Sadhana cui si è sottoposto; ma questo avverrà forse dopo milioni di anni, quando l’intero universo incontrerà la Grande dissoluzione. Che cos’è l’ Ego di cui sto parlando? Che cos’è la Grande dissoluzione? Ritornerò più tardi su questi temi. Ma ora dobbiamo capire che cos’è l’Amore di cui sto parlando.

 Che cos’è l’Amore?

Che cos’è l’amore? Il Supremo Sé è è diventato tutte le anime. Perciò abbiamo una molteplicità di esseri e si rappresenta lo spettacolo di Maya, la mutua distinzione. E allo stesso tempo, nell’opposta direzione, c’è una forza suprema e benedetta dispensata dalla Grazia del Supremo, che ci aiuta ad unificare gli elementi: questo è l’Amore.
Solitamente gli esseri umani tendono a guadagnare qualcosa dalla altre persone. La cura per contrastare questa tendenza è l’Amore, che produce una sensazione di completezza nel dare se stessi per gli altri. Questa è la differenza tra desiderio e Amore. Quando ci piace qualcosa significa che otteniamo soddisfazione/felicità per noi stessi da quella cosa. Ma quando amiamo qualcosa o qualcuno significa che offriamo soddisfazione/felicità a qualcosa o qualcun altro. Il desiderio implica ricevere; Amore significa dare. L’attaccamento per gli altri esseri che sviluppiamo allo scopo di ottenere qualcosa (forme, qualità, denaro) è quello che chiamiamo desiderio. E’ errato definirlo Amore.
L’Amore è ciò che sorge quando il nostro organo interno (antaH-karaNaM) si trova nello stato più elevato. Mente e intelletto sono ricondotti all’Ego e l’antaHkaraNaM cambia la sua posizione, spostandosi nel cuore e da lì operando.

La Madre Divina è l’amore personificato. Perciò nella sua creazione, anche gli esseri più crudeli sono stati benedetti dalla possibilità di esprimere talvolta l’Amore. E a coloro che hanno perfezionato se stessi con la Sadhana è accordata la possibilità di esprimere l’Amore in continuazione. E questo è il caso in cui il cuore diventa la sede permanente dell’ antaHkaraNaM (mente/senso dell’io).

L’organo interno e il cuore.

Sebbene usiamo la parola “interno” (antaH) per comporre la dicitura “Organo Interno” (antaH-karaNaM), questo è più spesso rivolto all’esterno che all’interno. Si definisce “organo interno” perché è qualcosa di sottile e di interiore, non una forma concreta e visibile dall’esterno come le braccia, i piedi, il naso, ecc. Il suo interesse è il mondo duale e l’esperienza duale. Di solito è così per tutti gli Jiva (individui). Si ispessisce con i detriti delle esperienze vissute e si comporta come le macchie di unto attaccate alle pentole. Questo è uno dei problemi dell’organo interno.
Il cuore di cui parlo, invece, non è l’organo fisico posto alla sinistra del torace. Non è l’ anAhata-chakra posto al centro, lungo la Sushunna nadi che corre lungo la spina dorsale. Questo cuore è in realtà il luogo in cui si trova l’Atman.
Ovviamente è vero che l’Atman permea il tutto e ogni cosa, e che non è possibile identificare un luogo o uno spazio per l’Atman. Le parole Sarvam (tutto) e Vyakapam (permeare) necessitano entrambe del concetto di spazio, ma lo spazio reale dell’Atman non si può identificare in nessun luogo. La mente (antaH-karaNaM), che è sempre rivolta alla dualità, necessita di un sostegno, seppure momentaneo, per essere condotta alla non-dualità dalla Grazia di Dio, e alla meditazione dell’Atman. Per questa ragione, però, se si attribuiscono forme e attributi all’Atman fino a farne un Saguna (immagine) di tipo dualistico, si commette un errore. Come creare allora il sostegno? L’Essere Senza Forma che permea il tutto e ogni cosa supera ogni tentativo di immaginazione. Ecco perché, sebbene l’Atman non possieda forme e attributi, è stato specificato un punto nel corpo dello Jiva perché si possa immaginare lì il posto dell’Atman. Chi ha creato questa idea? Niente meno che la Para-shakti (Madre Divina)! E’ lei che dispone i frammenti della variegata immagine di Maya. E sempre lei, che talora accorda di istruire qualcuno all’Advaita, ha scelto quel punto quale “Atma-sthAnaM” (collocazione dell’Atman), in cui l’ antah-karaNaM (Organo Interno) può convergere. Insieme convergono in quel solo punto l’ antah-karaNaM che vive il sentimento dell’individualità separata, creata dalle proprie proiezioni, e il respiro che dona la vita al corpo intero; la sola origine di tutto e l’Illuminazione del sé nel Sé si trovano proprio in quel punto.

E’ un punto molto piccolo, come la cruna di un ago, si dice, o sottile come la punta di un chicco di riso. All’interno del cuore, che è come un bocciolo di loto sospeso in posizione capovolta, si trova uno spazio sottile. Da lì si espande in tutto il corpo un fuoco intenso, l’energia vitale; al centro del fuoco si trova una lingua di fuoco, che splende come un bagliore di luce, il Prana-agni, la cui punta è sottile come quella di un chicco di riso. Ecco il punto dell’Atman (Atma-sthAnaM) – dice il Narayana Skutam.
Dall’indicazione del sottile spazio che ospita l’Atman all’interno del cuore, si evince è uno spazio angusto. La Realtà Assoluta di Brahman che permea tutto e ogni cosa “si trova” in uno spazio così piccolo. L’intero universo è l’espansione cosmica dello VirAT-purushha (essere cosmico). Il cuore del Purusha cosmico è Chidambaram. Questo è il significato del celebre detto: “E’ una porta stretta; niente altro che spazio. E’ invero un segreto. Tra gli Kshetra che corrispondono ai cinque elementi, Chidambaram è l’akasha (lo spazio)”. Questo per quanto riguarda il Purusha cosmico. Ma in ciascuno di noi, nel nostro cuore, si trova un minuscolo spazio, della grandezza di un punto.

Ho già detto che la predisposizione naturale dello Jiva porta, rimpicciolendosi sempre più, ad arrivare a immergersi in esso. Ciò accade quando lo Jiva realizza la Divinità (di Shiva). Si dice che sia un “regresso”. E’ l’azione con cui si riassorbe ciò che aveva espresso se stesso con l’espansione. E’ dunque nello stesso cuore che con il sorgere dell’Ego, mediante l’espressione “io sono uno Jiva individuato”, Shiva, che non è altri che Sat (l’Essere), cioè il Paramatma, si evolve nello Jiva incarnato, dotato di corpo, organi di senso e antaHkaraNaM. Vi ho promesso che avrei parlato dell’ ahamkAra (Ego). Eccoci arrivati. Ahamkara non è altro che il pensiero di un “io” separato dal Brahman. Questo è il punto di inizio dell’evoluzione di Shiva nello Jiva.
Evoluzione si dice “SrshhTi-kramaM” (metodo della creazione) e Involuzione “Laya-kramaM” (metodo della dissoluzione). “Laya” si chiama anche “samhara”, dove “hara” indica l’azione di “avvincere”. “Samharam” è dunque l’azione con cui il Signore ci cattura completamente (“sam”) in Sé!

Il cuore è il luogo in cui nel tempo della creazione l’ego formula l’esistenza di uno Jiva separato (dal Brahman) come individuo distinto; e sempre nel cuore avviene la dissoluzione (non temporanea, ma come “identità” permanente) dell’organo interno che converge interiormente nel Supremo. Quando si è realizzata la completa unificazione e stabilizzazione nel centro del cuore si ha l’Illuminazione.
Così sia. Notate bene che sia quando il Jivatma si separa dal Paramatma, che quando ritorna a identificarsi con il Paramatma, il luogo è sempre quel cuore di cui abbiamo detto. Calza perfettamente l’immagine comune di una porta di casa, che funge da entrata così come da uscita.

Nell’ antaHkaraNaM si trovano quattro enti: Cittam, Manas (mente), Buddhi (intelletto) e Ahamkaram (ego). Tra essi la mente si trova nella zona del collo. L’ego nel cuore. L’intelletto nel volto. Cittam è riferito nello specifico alla memoria, la cui energia si trova all’altezza dell’ombelico. Ma in realtà il fondamento di mente, intelletto ed ego è ciò che chiamiamo pensiero e proviene da Cittam. Perciò Cittam non possiede un luogo specifico. Quando siamo incerti tra una decisione e un’altra, Cittam si trova nel collo. Quando infine decidiamo, con l’intelletto, di fare qualcosa e in quale modo, Cittam è nel volto. Quando identifichiamo noi stessi come “Io, lo Jiva” Cittam è nel cuore, dove si posiziona l’ego.

 L’ego e l’amore

E’ questo falso “io” che deve diventare il vero “io”. Gli si devono dare dei sostegni per aiutarlo a riunirsi col Brahman da cui si è sperato e deve perciò essere distolto dalla distrazione di questo universo variegato e duale. E’ necessario fare sì che l’Organo Interno si rivolga indietro al Atman, situato nel cuore. L’Organo Interno è l’insieme di mente, intelletto ed ego. L’ego è il falso “io” che si è ingrassato a dismisura, come potrà ora rientrare per la porta stretta? Quando una persona troppo grassa arriva a casa nostra, non ci prendiamo a volte gioco di lui dicendo che ci toccherà abbattere la porta per farlo entrare? Ma la porta del cuore non si può abbattere a martellate. Possiamo solo rendere la persona intera (ego) più sottile. Come? Come si è ingrassato l’ego? Vedendo ogni cosa distinta da ogni altra ha assorbito e accumulato di questa pluralità, ingigantendosi. Quando tutte le sovrapposizioni e gli abiti sono andati a dissolversi, l’ego che si è costruito pensando se stessi come Jiva separati si deve dissolvere. Solo per mezzo di questa riduzione si può sperare di entrare nella cruna dell’ago, il punto interno del cuore in cui si raggiunge la beatitudine non duale (Advaita) dell’Atman. Ma come si fa? Questa è la vera domanda. Si può fare solo con l’esercizio dell’Amore!
Il falso “io” egoistico può essere trasformato attraverso il dono di sé nell’Amore – la sola cura per ridurre l’ “io” ingrassato a un “io” sottile. Questa e solo questa è la strada per raggiungere l’Atman.
Si potrebbe chiedere: ma l’ego non era stato diminuito con il distacco, con shama e dama? Ciò che è stato ridotto era solo l’accumulo nella mente e nell’intelletto. E’ vero che con la Sadhana sono stati purificati, affilati, chiarificati e snelliti. Ma l’ego è molto più sottile di questi. E’ la causa che ci precipita nell’illusione della dualità, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Non è il caso di vantarsi di aver conquistato distacco, shama e dama; poiché dentro di noi, senza che ne siamo consapevoli, l’ego individualizzato, che ha separato se stesso dal Paramatma, si sta prendendo questi meriti. I meriti della Sadhana perciò, insieme all’individualità, devono dissolversi nell’Atman. Altrimenti l’ego si approprierà di essi come altrettanti onori e si accrescerà ancora. E in questo caso non accadrà mai l’evento più importante nel percorso verso la realizzazione del Brahman: l’abbandono dell’ego.

La funzione dell’Amore – la nobilissima attitudine al dono di sé – è proprio questa: impedire che l’ego si appropri dei risultati raggiunti e aiutarlo ad assottigliarsi. Per fortuna, se si è acquisita la discriminazione, il distacco, shama, dama, ecc si è perfezionato l’Organo Interno. Perciò se se ne ha la determinazione, si può generare l’Amore che ci è necessario. Allora è possibile abbandonare l’ego e l’individualità per esprimere soltanto l’Amore.

 Quale oggetto d’amore per l’Atma-sadhaka?

Verso chi, dunque, rivolgeremo l’Amore? Qual è il suo oggetto? A chi abbandonarsi? Altre persone, luoghi, o la nazione, il mondo – tutto questo è escluso in questo stadio. Poiché una tale azione determinerebbe attaccamento e quindi un pericolo. Nelle fasi iniziali è bene servire il prossimo, la nazione e tutte quelle azioni che si riveleranno utili a purificare la mente. Questo è il piano del Karma yoga. Ma se ora stiamo affrontando il cammino dell’Jnana e ci stiamo sbarazzando di tutto ciò che è Maya, l’amore o il servizio verso ciò di cui dobbiamo sbarazzarci è inconcepibile. E’ vero, naturalmente, che l’Jnani perfetto, che ha raggiunto la realizzazione, talvolta si offre al servizio del mondo e promuove la fede nell’Onnipotente dentro il mondo di Maya. Il nostro Acharya (Shankara) era uno di questi. Ma ciò accade dopo il superamento dello stadio di influenza si Maya, cioè quando si è a-prova-di-Maya. Questo tipo di Jnani non compie le azioni in base alla propria volontà; solo come strumento di Isvara.
Durante la Sadhana l’amore può esprimersi nei riguardi di esseri e cose, così come un ente Realizzato può offrirsi al servizio del mondo o degli individui – ma non nella fase dell’advaita Sadhana di cui stiamo discutendo ora. Qull’uno su un milione che si impegnerà nell’advaita Sadhana e non presterà il suo servizio al mondo non dovrebbe rappresentare una grossa perdita per la società. E’ invece vero il contrario: siamo noi a dover servire lui. Noi siamo catturati dal miraggio del Samsara, ed è molto raro che qualcuno lotti per la Liberazione, facciamo dunque tutto il possibile per facilitare il suo passaggio sulla terra. Questo Sadhaka non è tenuto a dimostrare il suo amore verso le persone o verso la società. Non significa che debba ritenersi un nemico della società. Non vi è né odio né amore. La non-violenza è la sua caratteristica principale – per la ragione primaria che ha fatto giuramento quando ha preso i voti di Sannyasa che “nessun essere provi timore di me”- ovvero “non nuocerò in nessun modo ad alcun essere vivente”. Perciò non proverà odio verso la società o gli individui. L’assenza di conflitto, che è il frutto degli esercizi della Sadhana, non è necessariamente espressa con esplicito amore per il mondo esterno.
Comunque, quando l’Amore sorge dal profondo, il nettare dell’amore deve essere riversato su qualcuno cui dedicarsi interamente – solo così si può sperare di ridurre l’ego abbastanza da entrare nel più intimo e sottile recesso del cuore. Chi è questi se non l’Atman stesso? L’Atman deve essere corteggiato – questo intendevamo quando abbiamo parlato del Mumukshuta. Il corteggiamento deve risolversi nella resa all’Atman in spirito di completa dedizione di sé. L’Atman non si limita a occupare l’individualità, ma la “cancella” completamente – questa è l’attitudine dell’Amore per l’Atman. Prima di raggiungere l’Atman alcuni devono affrontare prove severe. La maturità per affrontare queste prove si dimostra valutando la propria disposizione: “Sto trattenendo qualcosa per me stesso senza offrirlo a te? Perché mi sottoponi a queste dure prove? Sono pronto ad essere consumato da te”. Ecco quando l’Amore diventa Bhakti. Dio è l’altissimo e perciò se noi ci sottomettiamo umilmente a Lui con Amore questa è Devozione (Bhakti). Allora la nostra Bhakti diventerà Guru Bhakti (per il Maestro), Matru Bhakti (per la madre), PitR bhakti (per il Padre), Bhakti per la nazione e così via. Tra queste, solo quella verso Dio e verso il Guru possono raccogliere il nostro Amore e anche il nostro “io” individuale e dissolverlo nell’ “io” universale. Il Sadhaka che percorre il cammino dell’Jnana riconosce il suo Dio, privo di attributi, nel Nirguna Atman. E dunque esprimerà il suo Amore, Bhakti, solo nei confronti dell’Atman.


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