Advaita Sadhana. I discorsi di Sri Chandrasekharendra Saraswati Swamigal. [8]
 MUMUKSHU-TVAM (ardente desiderio di Liberazione)
 Perché l’ultimo stadio è chiamato “Liberazione”?
 Mumukshu: la definizione di Shankara.
 Mumukshu: livello base e livello intermedio.
 La Grazia del Guru.
 Le Scritture e Shankara l’Acharya sul Mumukshu.
 I quattro componenti dell’equipaggiamento della spiritualità.

MUMUKSHU-TVAM (ardente desiderio di Liberazione)

Mumukshu significa desiderare ardentemente la Moksha. Colui che vede soddisfatto questo desiderio e che ha realizzato il Sé è chiamato “Mukta”. Solo dopo essere stati “Mumukshu” si può diventare “Mukta”.

Certamente ognuno vuole uscire dall’illusione del Samsara e raggiungere lo stato di Moksha, la gioia permanente. Ma un semplice e vago desiderio di Moksha non è ancora l’”anelito” (kAnkShA) incorporato nella parola “Mumukshu”. Un desiderio intenso, unito alla volontà di fare ogni sforzo possibile – solo così si diventa “Kanksha”. E questo tipo di anelito alla Moksha è quello che qualifica il Mumukshu. Mumushukta è invece un’altra parola. L’Acharya Shankara ne dà la definizione nell’Aparokshanubhuti (verso 9):

samsAra-bandha-nirmuktiH kathaM syAn-me dayAnidhe /
iti yA sudRRiDhA buddhiH vaktavyA sA mumumkShutA //

Il ritmo delle parole riflette un desiderio disperato e supplicante, quasi un pianto davanti a Dio o al Guru visibile. “Oh Oceano di Misericordia” è il lamento disperato “quando sarò libero dalla schiavitù del Samsara?”  L’aspirante implora manifestando ferma determinazione a ottenere la Liberazione. Non possiamo parlare di Mumukshuta e “sudrridha buddhi” (volontà ferma e determinate) se il desiderio di liberarsi dalla morsa del mondo deriva dalla miseria e dal disgusto causati da scarsità di mezzi o di salute, da un lutto, o da inimicizia. La ferma volontà è quella che desidera ardentemente la liberazione dal Samsara con la determinazione che proviene, non dall’ambigua dicotomia tra le miserie del mondo e l’emancipazione da esse, ma dalla convinzione -  anche quando la vita mondana si dimostri facile e agiata – che “anche questo è Maya; io devo liberarmi dalla schiavitù di Maya e realizzare la Realtà dell’Atman”. Il desiderio per la Moksha, cioè Mumukshuta, non è il desiderio di una liberazione dopo avere assaggiato il gusto amaro delle miserie della vita. Proviene dall’angoscia estrema dovuta alla convinzione intellettuale che si debba uscire fuori dal Samsara, poiché esso è Maya. Mumukshuta è una parola femminile; perciò nello shloka è detto “Lei” (Sa). Ora si può dare l’esatto significato dello shloka:
“E’ detta Mumukshuta la fermissima volontà che si riflette nella preghiera angosciata rivolta al Guru Misericordioso ‘Quando sarò in grado di liberarmi dalla schiavitù del Samsara?’”

Quando Shankara parla dello steso argomento nel Viveka Chudamani (shloka 27/28), dice: “sva-svarUpa avabodhena moktuM icchA mumukShutA” cioè, non basta essere liberati dal Samsara; lo Jiva non diviene inerte dopo essersi liberato dalla schiavitù. Si deve possedere “svasvarUpa avabodhaM”. Si deve, cioè, possedere la consapevolezza illuminata che permette l’esperienza della vera natura dell’Atman. Questo è ciò che conta. A questo si deve ambire. La brama che chiamiamo Mumukshutam è dunque rivolta all’esperire la Verità, piuttosto che all’eliminazione di Maya. Si prega per la fine della schiavitù solo perché si deve eliminare la schiavitù prima di ottenere la Realizzazione.

 Perché l’ultimo stadio è chiamato “Liberazione”?

Generalmente, comunque, si dà maggiore importanza alla Liberazione dalla schiavitù che alla Realizzazione del Sé. Perciò lo scopo della pienezza finale è descritto come Moksha o Mukti, ed entrambi i termini si riferiscono alla Liberazione. Questi termini non descrivono lo stato che raggiungiamo; invece si riferiscono allo stato che ci lasciamo alle spalle, indicando entrambi la condizione di Liberazione. La radice sanscrita è la parola “muc”, o la forma alternativa “moc”. Dalla radice “muc” deriva il nome “mukti”. Dalla radice “muc” abbiamo “mukti” e il meno usato “muku”, a significare liberazione. Colui che dà la liberazione è detto “mukunda”. La radice “moc” forma la parola “moksa”, “mocanam” e “vimocanam” Tutte queste parole indicano la Liberazione dalla schiavitù del Samsara; non dicono nulla invece della beatitudine infinita che concerne laLliberazione. Dunque perché lo stato finale è indicato soltanto nel senso della Liberazione e non dice nulla di ciò che si ottiene con la Realizzazione, cioè della esperienza reale del Brahman? Perché non definirla con termini che descrivano la beatitudine?

Penso ci siano due ragioni. In primo luogo che la Beatitudine del Brahman non si può descrivere a parole. Questa potrebbe essere la prima ragione.

L’altra poterebbe essere la seguente. Ogni scuola filosofica ha il proprio fondamento (pramANa) nei libri di Sutra. In essi i principi della scuola sono espressi in aforismi. La tradizione del Vedanta ha il Brahma Sutra come fondamento. Il primo Sutra descrive il contenuto del libro e il suo obiettivo. L’obbiettivo è `brahma-jijnAsA':  `jijnAsA' significa il desiderio di sapere. Brahma-jijnAsA significa perciò “la ricerca che ha lo scopo di arrivare a conoscere il Brahman”, così viene enunciato l’obiettivo che si prefiggono coloro che prendono questo libro come autorità (pramANa). Dunque il nostro obbiettivo – dato che apparteniamo alla scuola del Vedanta – sarà “la conoscenza del Brahman”. Per prima cosa deve esserci in noi desiderio di tale conoscenza; dunque compiremo gli sforzi necessari a raggiungere il nostro scopo. Il desiderio di conoscenza – jijnasa – deve essere il nostro presupposto. Il libro dei Sutra della scuola del Vedanta dice che la conoscenza del Brahman è il nostro obiettivo e scopo (lakshhya). Infatti, conoscere Brahman è realizzare Brahman. Dunque il nostro scopo, lo scopo della nostra religione, è la Realizzazione del Brahman. Per aiutarci a raggiungere questo obiettivo il libro dei Sutra enuncia le indagini ed esprime le questioni pertinenti il Brahman. Si noti qui che il primo Sutra non indica la Liberazione dai legami del Samsara come argomento del libro, ma solo la Realizzazione ottenuta con la Liberazione. Il Brahma-jijnAsA, il desiderio di conoscere, non riguarda perciò gli aspetti negativi - Mokshha-jijnAsa– ma solo degli aspetti positivi, cioè l’Esperienza del Brahman.
Se il Sutra fondamentale della scuola del Vedanta pone l’esperienza del Brahman come scopo finale, perché la Moksha è convenzionalmente ritenuta la fine del cammino? Ho già dato una ragione plausibile per questo, ma me ne sovviene un’altra. Le idee dei Veda e del Vedanta si formano nell’antichità. Più tardi, ma comunque in tempi antichi, fiorirono altre scuole e religioni: il Buddismo, la scuola di Patanjali (lo Yoga) Nyaya (Logica). L’umanità generò numerose opinioni. Alcune di esse erano fortemente distanti dal pensiero vedico. Alcune erano apertamente contrarie ad esso. Eppure, a parte la scuola Lokayata, tutte le altre concordavano su un punto fondamentale: il raggiungimento di uno stato che trascenda la schiavitù del Samsara. Nessuna di esse, però, disse qualcosa della beatitudine dopo la Liberazione. Il Buddismo parla dello stato di vuoto – Nirvana. Il Nyaya e il Vaisheshika indicano il fine nell’ ‘apavarga’, lo stato di assenza di dolore, ma nessuna menzione della beatitudine o della felicità. La Liberazione dalla schivitù del Samsara conduce all’assenza di dolore. Senza trovare alcuna menzione della felicità, si potrebbe immaginare uno stato di inerzia che non sopporta alcuna infelicità. Il ‘Kaivalya’, scopo del Sankhya, è solo la Liberazione dal gioco di Maya causato dalla PrakRti (causa materiale); non si fa parola di stati positivi. Anche nello yoga di Patanjali, il Sutra spiega per via negativa il controllo del flusso mentale e non dice nulla della Beatitudine della Realizzazione. E’ certamente vero che la schiavitù del Samsara, come la visione di Maya, sono esperienze che appartengono al flusso della mente, dunque se si arresta il movimento mentale come farebbe una barriera di roccia, si otterrà la Liberazione dal Samsara.
Le religioni e le scuole citate esistono fin dall’antichità. E ciò può costituire un motivo ragionevole per cui il Vedanta tratta il comune concetto di “Moksha” come dell’obiettivo finale(lakshyam)

Se si persegue il cammino del Vedanta si ottiene la Moksha, che non è altro che la realizzazione del Brahman. Questo non significa che vi sia qualcosa di nuovo chiamato Brahman che debba essere realizzato; né che si ottenga una nuova felicità chiamata Sat-Cit-Ananda. Lo Jiva è sempre Brahman. E’ Sat-Cit-Ananda. Maya ha esercitato il suo gioco ottenebrandogli la visione. Quando la Sadhana è completata, l’inganno è spezzato. Si è liberi da Maya. Dunque si ottiene la Moksha. E simultaneamente e automaticamente si conosce la propria vera natura come Brahman. Dunque la Sadhana serve a rimuovere Maya, a liberarsene – non a produrre il Sat-Cit-Ananda Brahman, non ad ottenerlo, non a compiere alcuna azione collegata ad esso. Non può essere creato o prodotto. Non può essere distrutto. E’ sempre esistente. E’ sempre con noi, svayaM siddhaM. Non c’è modo di “ottenerlo”.

In  questa prospettiva, ciò che si compie con la Sadhana è la rottura del legame di Maya e la Liberazione che ne proviene; perciò è appropriato chiamare lo scopo della Sadhana “Moksha”.


Mumukshu: la definizione di Shankara.

Si deve sfuggire Maya e diventare Brahman; questo dovrebbe essere l’unico pensiero ad occupare la mente. Colui che si trovi così completamente coinvolto si può chiamare “Mumukshu” (aspirante). Shankara nello sloka #27 (o 28) del Vivekacudamani ne fa questa descrizione:

ahaMkArAdi dehAntAn bandhAn-ajnAna-kalpitAn /
sva-svarUpA-vabodhena moktum-icchA mumukShutA //

In questo verso parla sia della Maya che deve essere dissolta che della Realizzazione dello stato Naturale che si sperimenta dopo la liberazione da Maya.
L’ignoranza è Maya. A causa della Maya l’Ego è immaginato distinto dal Sé Supremo . L’Ego è la sorgente di tutti gli ordini di errori. La gerarchia di essi incomincia dal sottile pensiero dell’ego e termina nell’ego individualizzato che corrisponde a ciascuno Jiva incarnato. Maya è pensare il corpo fisico come se stessi. Il Jiva si è legato in una immaginaria schiavitù che dal sottile ahamkara (senso dell’ “io sono”) giunge fino al corpo fisico. Questo è quanto viene detto nella prima linea del verso citato.
Il desiderio di risollevarsi da questa schiavitù è “moktuM icchA” (desiderio di essere liberati). Lo struggimento per la liberazione è “mumukShutA”. In questo modo abbiamo la definizione negative di “moksha”. Ed ecco spiegato il carattere dello scopo finale, in via positiva: sva-svarUpAvabodhena. “AvabodhaM” significa risvegliarsi. Si tratta del risveglio alla conoscenza dall’oscurità dell’ignoranza. Ma quale conoscenza? Conoscenza dello “sva-svarUpa”, cioè dell’Atman, il vero stato naturale. Piuttosto che “risvegliarsi alla conoscenza dell’Atman” faremmo meglio a dire “risvegliarsi all’Atman. L’Atman è saggezza, conoscenza. Questo risveglio si chiama anche “consapevolezza”. L’auto-conoscenza non è diversa dall’Atman, si tratta della stessa cosa. Maya è ignoranza; Brahman è Jnana, Conoscenza. La conoscenza è “sva-svarUpa-avabodhaM”.

La Liberazione da tutti i legami non è finalizzata a sé stessa. Coloro che desiderano una liberazione fine a Sé stessa, perché i legami erano la causa delle proprie sofferenze, così da desiderarne soltanto la fine, non sono considerati “Mumuksha” dall’Acharya Shankara. A differenza della teoria dello Yoga di Patanjali, che propone l’arresto del movimento mentale (citta-vRtti-nirodha) come unico scopo, il proposito del nostro Acharya e del nostro testo fondamentale, il Brahma Sutra, è il brahma-jijnAsA. Dunque l’ardente desiderio di liberazione da tutti i legami è finalizzato solo alla Realizzazione della non-differenza tra JivAtma e ParamAtma – tale è la 'brahma-sAkShAtkAra' (Realizzazione del Brahman) – e il suo desiderio è detto “Mumukshuta”.  Tutto questo è stabilito nel verso del Vivekacudamani.

“sva-svarUpa-avabodhena” significa “grazie all’illuminazione che proviene dalla Consapevolezza dell’Atman”. Mediante tale consapevolezza si può desiderare di sfuggire la schiavitù dell’ignoranza. Ma si badi! Non significa che prima viene la Realizzazione del Brahman (avabodham) e poi segue la liberazione dai legami.
Tra i due, tra la Liberazione dai legami e la Realizzazione dell’Atman , nessuno avviene prima o dopo. Sono simultanei. Nel buio accendiamo un fiammifero. E c’è luce. Il buio se ne è andato. Accade forse che prima si palesa la luce e dopo un po’ di tempo se ne va il buio? O sono invece eventi simultanei? Si noti una cosa. Non accade neppure che il buio scema e la luce si accende allo stesso tempo. Si fa luce e in quel momento il buio svanisce.

Ecco perché il Vedanta è magnifico. Il suo fine è trovare la Luce del Sé. Mantenendo questo fuoco centrale, si incomincia con il nitya-anitya-vastu-viveka (discriminazione tra permanente e impermanente) e gradualmente si ascende un passo dopo l’altro. L’obiettivo non è la rimozione delle sofferenze (come per il Buddha), non l’arresto del movimento mentale (come per Patanjali); i Rishi delle Upanishad, l’autore del Brahma Sutra e l’Acharya (Shankara) si concentrarono sulla Realizzazione del Brahman, ci istruirono a ricercare la Verità e ad andare ancora oltre. E’ come se ci avessero detto: “Qualsiasi sia la Verità Ultima, essa deve essere cercata con l’indagine profonda. Sia essa buona o cattiva, sia felicità o dolore. Lo scorrere del tempo crea un evento dopo l’altro e l’universo intero è in costante movimento. Deve esistere una base dietro al movimento, che resti stabile rispetto a ciò che si muove. Allo stesso modo lo Jiva (l’essere individuale) sottoposto a crescita e a dissoluzione, da qualcosa deve trarre vita, coscienza e capacità; cosa costituisce  il sostrato permanente di tutto questo? Cerchiamo  dunque di scoprirlo”. I Rishi delle Upanishad marciarono al suono di questa nota, con entusiasmo contagioso, sicurezza e coraggio, verso la conoscenza. La Verità per amore della Verità, questo era il loro limpido motto. Non si trattò dell’avventura di una mente disperata e triste che ricerchi la via d’uscita dal dramma dell’esistenza nella speranza di riuscire ad accettare ciò che avviene. La marcia intrapresa dal loro spirito non era la risposta disgustata alle torture della mente; né rincorrevano qualcosa di sconosciuto da accettare con l’assicurazione di  essere liberati dal dolore o dall’agitazione della mente. Invece, incominciarono proprio con il proposito determinato di conoscere l’ineffabile Luce dell’Atman che era adombrata dall’irreale Maya. E nella loro marcia non solo indagarono e scoprirono, ma vollero che l’intera umanità marciasse con loro rispondendo alla stessa chiamata.

Ho detto che i Rishi non intrapresero la loro ricerca con la mente afflitta dal dolore. Chi incominciò dal dolore invece fu il Buddha. Eppure, anche di lui, i seguaci ne parlano come di colui ha ricercato unicamente lo stato positivo dell’Illuminazione e che conquistò la Conoscenza (bodha) sotto le fronde dell’albero Bodhi. Ciò gli conferì il nome di Buddha. Prima di sedersi in meditazione, pronunciò delle parole che ancora possiamo citare ad esempio massimo di “Mumukshuta”:

ihAsane shushhyatu me sharIraM
tvag-asti mAmsAni layaM prayAntu /
aprApya bodhaM bahu-kalpa-durlabhaM
naivAsanAt kAyam-idaM chalishyati //

“Che il corpo si consumi qui seduto; che muoiano pure la pelle, le ossa e la carne. Questo corpo non abbandonerà questo luogo prima di aver veduto l’Illuminazione, anche se dovesse restarci per un kalpa”. Questa è la determinazione incrollabile che pronunciò prima di sedersi sotto l’albero. I Rishi abbandonarono ogni cosa per scoprire la Verità Ultima.
Quei sadhaka il cui unico obbiettivo era conoscere la Verità Ultima non avevano altri obiettivi da raggiungere. In seguito al raggiungimento di questo obiettivo avrebbero affermato la scomparsa di Maya. Se ascoltiamo le loro parole apprendiamo che proseguirono la ricerca dell’Atman finche l’Atman fu palese, questa è la loro testimonianza. Non si espressero nel senso della schivitù di Maya, della sua scomparsa e quindi della successiva Realizzazione dell’Atman. Poiché, come disse Gaudapada Acahrya nel Mandukya Karika, non vi è in realtà alcuna schiavitù e nessuna liberazione dalla schiavitù. Ma non mettiamoci a fare “alta filosofia”. Comunque sia, il solo obiettivo del buon sadhaka advaita è la Realizzazione dell’Atman. A questo scopo si esercita nella meditazione dei Mahavakya e nell’ultimo stadio del cammino, infine, sperimenta lo stato di non-differenziazione del Jiva dal Brahman, tramandato nei Mahavakya. A questo punto osserva che la schiavitù è scomparsa. Ecco perché Shankara Acharya scrive “sva-svarUpAva-bodhena moktuM” (grazie all’illuminazione che proviene dalla Consapevolezza dell’Atman).


Mumukshu: livello base e livello intermedio.

Un intenso desiderio concentrato unicamente sulla Moksha è Mumukshutvam. Userò perciò la parola Moksha, invece di Realizzazione del Brahman, perché è la dizione compresa da tutti, che anche l’Acharya volle adottare, e perciò seguirò il suo esempio. Egli accettò, benevolmente, anche coloro che non possedevano la massima tensione verso la Moksha, come aspiranti di livello base (“Manda”) e di livello intermedio (“Madhyama”) e cercò di ispirarli con i suoi scritti.
In Sadhana e Upasana vi sono tre livelli: manda, madhyama, and uttama (massimo) -  e perciò i praticanti si chiamano  'mandA-dhikAri', 'madhyamA-dhikAri'  and 'uttamA-dhikAri'.
Nella Sadhana Advaita solo coloro che hanno raggiunto un ragionevole livello di eccellenza possono avvertire un profondo desiderio di Moksha. Cioè solo un uttamAdhikAri getterà via tutti gli altri desideri per concentrarsi sul solo obiettivo della Moksha. Ma Shankara l’Acharya, nella sua compassione, diede un ruolo anche ai Manda e ai Madhyama-adhikAri. Il sadhaka di livello base incomincia la sua Sadhana perché ha in sé un germoglio ancora acerbo di desiderio di liberazione, che l’Acharya Shankara chiama “munda”. Dopo aver compiuto alcuni passi nella Sadhana e aver maturato un po’, il giovane aspirante incomincia a pensare di più alla Moksha,  guadagnando perciò il livello intermedio. Anche in questa fase la sua mente non è stabile, continua a ondeggiare qui e là.  Il desiderio di Moksha che era solo un germoglio al principio, ora è un po’ più robusto; ma ancora non è profondamente radicato a causa dell’attaccamento non rescisso per Maya. In questo frangente il Mumukshu di livello intermedio rischia di perdere la propria fede a causa del pensiero: “come potrebbe un poveraccio come me conquistare la Moksha? Non è possibile” e se questo è il livello intermedio, che dire del livello base? L’Acharya incoraggiò entrambi gli aspiranti a proseguire, e scrisse per loro:

Manda-madhyama-rUpApi vairAgyeNa samAdhinA /
prasAdena guroH seyaM pravRRittA sUyate phalaM //

“Non disperare, mio caro! Tutto si risolverà con la Grazia del Guru. Tu devi solo meritarla con la pratica e il distacco. Con la pratica del Samadhi, che il tuo desiderio sia minimo o intermedio, la Grazia del Guru lo rafforzerà e ti porterà al risultato voluto”.

Dei tre stadi 'mandaM, madhyamaM, uttamaM' -  il terzo ‘Uttamam’ è detto “pravrrittam”, ben sviluppato. Se invece che lamentarsi della propria incapacità, ci si sforza al proprio massimo, in virtù della grazia del Guru, si perverrà al massimo sviluppo del potenziale.


La Grazia del Guru.

Non solo il Mumukshu, ma l’intera sadhana dall’inizio alla fine necessita della Grazia del Guru. Il Guru guarda con compassione gli sforzi compiuti con tutto il cuore e in purezza e benedice il discepolo ad ogni passo, conducendolo al successivo.
Arriva dunque la terza fase della Sadhana.
In questa fase la Grazia del Guru e l’abbandono al Guru sono molto importanti. Fin qui, se anche si erano avute delle cadute nel controllo dei sensi, non era un grosso problema. Ma quando si giunge alla fase in cui prendere il Sannyasa e ricevere l’Upadesha del Mahavakya -  e certamente dopo – se la mente si distrae anche solo un po’ si tratterà di un fatto grave. A questo punto se si pensa di potersi correggere da soli si sbaglia. Certo la fiducia in se stessi è una cosa buona. Ma la fiducia non aiuterà a difendersi contro le cadute. Occorre la forza della Grazia del Guru, a complemento della propria forza interiore, particolarmente nella fase in cui si cammina come sulla lama di un rasoio. Ecco perché si dà tanto valore alla Grazie del Guru. Quando è raggiunta una profonda adesione al Mumukshutvam e quando si sono compiuti il rito del Sannyasa e la consegna del Mahavakya, tutto è affidato alla Grazia del Guru.


Le Scritture e Shankara l’Acharya sul Mumukshu.

Shankara ha trattato ripetutamente del Mumukshuta (ardente desiderio di Liberazione). In particolare nel Vivekachudamani, descrivendo uno ad uno i cinque involucri (kosha), sul mano-maya-kosha si sofferma a parlare del Mumukshuta.
Leggendo le descrizioni di Shradda e Samadhana, abbiamo visto che queste sono collegate alla buddhi, l’intelletto. Il Mumukshuta, invece, viene collegato al manas, la mente. Non dobbiamo intendere che tale desiderio alberghi nella mente. Qui si dimostra effettivamente che quando si realizzi che non vi è altro che la mente, si diventa propriamente un Mumukshu e si intraprende la via maestra. Fino ad un certo livello si deve prestare attenzione al bene e al male che sorgono nel pensiero e coltivare solo ciò che è buono. Ma trascorsa questa fase il solo obbiettivo deve essere la Moksha, la Liberazione. Il pensiero prenderà perciò questa direzione: “Le cose buone, come le cattive, sorgono nella mente e sono sperimentate dalla mente. Si devono abbandonare anche le cose buone, insieme alla mente che ne è alla base, e rivolgersi all’Atman, l’unica realtà, sia essa buona o cattiva”. E per tale ragione, quando Shankara scrive della manomaya-kosha, esprime un chiaro avvertimento e un consiglio per il Mumukshu.

In primo luogo si deve aver maturato una profonda discriminazione (viveka) e  
stabilità nel distacco (vairagya). Queste devono essere in abbondanza: “eccessive”, dice. “La mente è una tigre potente. Si aggira nella foresta degli oggetti di fruizione. Il Mumukshu, il pio, non deve seguirla. Quindi ne stia lontano”. In altre parole, non si usi la mente neppure per pensare al bene o fare il bene. Perciò è necessaria la purificazione per mezzo di abbondanti dosi di discriminazione e distacco. “Nella mente hanno origine, senza eccezioni, tutti gli oggetti di cui il soggetto è sperimentatore (bhokta). La mente è anche la causa dell’agitarsi attorno all’azione e dell’esperienza dei risultati. L’Ignoranza (avidya) - che è perciò ajnanam, il contrario di jnana (Conoscenza) – è la mente stessa. […]. Dunque la mente deve essere abbandonata. Prima di essere abbandonata deve essere illuminata con la purificazione. I pensieri impuri ricoprono la mente come polvere; perciò si deve purificarle e illuminarla. A questo punto la Moksha è nelle vostre mani.” (Vivekachudamani, sloka 177/183)

Alla fine del Vivekachudamani, Shankara conclude dedicando l’intero libro ai Mumukshu. E’ chiaro perciò che fino al momento ultimo della Realizzazione, il desiderio (mumukShutvaM) per la liberazione (Moksha) continua.  Il programma della Sadhana consiste nei quattro passaggi (Sadhana-chatushhTayaM) che conducono all’investitura del Sannyasa e quindi al processo di Savana (apprendimento per ascolto diretto) Manana (riflessione sui testi sacri) e Nididhyasana (meditazione continua) fino a giungere alla Realizzazione, per diventare un Mukta (liberato). Anche nelle fasi conclusive, anche nel culmine del Nididhyasana, finanche di poco prima alla Realizzazione del Brahman, il desiderio ardente di liberazione continua a persistere, e perciò il soggetto è detto aspirante, Mumukshu. Ecco gli attributi che gli riconosce l’Acharya Shankara nel penultimo sloka del Vivekachudamani:

hitaM imaM upadeshaM AdriyantAM
vihita-nirasta-samasta-citta-doshhAH /
bhava-sukha-vimukhAH prashAnta-cittAH
shrutirasikA yatayo mumukShavo ye //

Quei Sannyasi che aspirano alla Liberazione, che hanno eliminato le impurità della loro mente per mezzo delle istruzioni degli Shastra, che hanno abbandonato i piaceri del mondo e le esperienze sensuali, che hanno pacificato la mente e che hanno appreso l’essenza dei Veda – seguano con profitto queste istruzioni.
E’ chiaro da queste parole che fino al momento esatto dell’esperienza del Brahman il soggetto è definito Mumukshu, aspirante.

L’Acharya Shankara diede al Viveva Chudamani la struttura del dialogo. Il discepolo chiede al Guru (shlokas 49/51) “Che cos’è la schiavitù del Samsara? Come inizia? Come è radicata in noi? Come ce ne liberiamo?” L’insegnamento contenuto nel Vivekachudamani è la risposta a queste domande. Il discepolo ascolta con profonda devozione il Guru e grazie alla sua autentica Mumukshuta, appena il Guru ha completato l’esposizione, è toccato dall’illuminazione e quindi immediatamente liberato dalla schiavitù di cui aveva chiesto spiegazioni all’inizio, si inchina al Guru e se ne va come un “Nirmuktah”, il Realizzato (sloka 576/577). Scrive l’Acharya: “si è descritto, nella forma del dialogo tra Guru e discepolo, il significato dell’Atman, al fine di favorire l’illuminazione dei Mumukshu”.

Poiché l’Achraya ha accordato l’esistenza di tre livelli – base, intermedio ed elevato (*manda, madhyama and uttama*) – tra gli aspiranti, abbiamo un fine per ciascuno, dalla persona ordinaria come noi fino al vero Sannyasi che abbia placato la propria mente. Ciò dimostra l’apertura mentale dell’Achaya. Ma insieme alla generosità del gesto, egli dichiarò con fermezza che i sadhaka di livello base e medio devono elevarsi al rango più alto mediante la pratica del distacco e del shamAdi-shaTkaM, per mezzo dei quali otterranno la Grazia del Guru e svilupperanno il desiderio di liberazione fino alla sua completezza.

In accordo con il pensiero per cui “Senza l’intenso sforzo dell’aspirante combinato con la Grazia del Guru, non si può realizzare l’Atman” la Mundaka Upanishad dice: “L’Atman non è conosciuto dai deboli”.

La Grazia del Guru realmente significa ‘la Grazia di Dio’. Il discepolo non deve dimenticare che è Ishwara, l’Onnipotente, che si manifesta nel Guru. In particolare nell’Advaita Sadhana, poiché si tratta della ricerca dell’Jnana piuttosto che del Saguna, in luogo della Grazia di Dio si deve meditare saldamente sul concetto di Grazia del Guru e fare in modo che si fissi nella mente. Torneremo in seguito su questo argomento. Torniamo al Mumukshutvam.

Ho detto che un debole non può ottenere la conoscenza dell’Atman. In questa Upanishad, nel mantra precedente, si descrive un aspetto delle caratteristiche del Mumukshu. Coloro che, privi di qualsiasi altro desiderio, scelgono di inseguire solo l’Atman, ad essi l’Atman si manifesta - dice l’Upanisad.

“Inseguire solo l’Atman” è l’aspetto positivo del Mumukshuta.  Al contrario della rinuncia disgustata del Samsara, qui si deve identificare qualcosa, con amore, come la cosa per noi più desiderabile -  questo si chiama Varanam (scegliere). Scegliamo il Sé dopo aver scartato il non-Sé. Le Upanishad identificano l’obiettivo e l’interesse per esso come un fatto positivo, oltre che piacevole e beatifico.

Nel SopAna-panchakaM, l’Acharya Shankara espone questo aspetto positivo con le parole “AtmecchA vyavasIyatAM”, che ingiungono di coltivare con determinazione il desiderio per la Realizzazione del Brahman. Il SopAna-panchakaM è una raccolta di versi che guida passo passo il ricercatore lungo il cammino, dal principio del Karma-bhakti fino alla Realizzazione.  Qui, prima di illustrare i voti di rinuncia che conducono dalla vita laica al Sannyasi, quando si definisce il passaggio precedente dell’aspirante, invece che descrivere ciò che deve essere abbandonato, si parla dell’amore per l’Atman, ciò che si desidera ottenere, chiamandolo “desiderio di Liberazione”.

In numerosi passaggi delle Upanishad ci è detto di cercare ciò che deve essere conosciuto, piuttosto che cercare ciò che va abbandonato. Appar Swamigal ha detto: “Cercando in me stesso ho trovato me stesso” (*ennuLe tedik-kaNDu-koNDen*). I Mumukshu (aspiranti) sono stati definiti anche come “brahma-para”, cioè coloro che hanno il proprio obiettivo in Brahman; oppure “brahma-nishhta”, coloro che hanno attaccamento solo per ciò che riguarda il Brahman.

La Kathopanishad mostra la figura di Naciketas come l’ideale di Mumukshu. Questo ragazzino aveva un solo obiettivo, un solo desiderio, apprendere la verità sull’Atman. In un raro momento di rabbia, il padre del bambino disse: “Ti devo spedire da Yama!” [Yama è la divinità vedica signore della morte e dell’oltretomba – ndt]. Dunque, prese alla lettera le parole del padre, giunse istantaneamente alla dimora di Yama. Dopo tutto, è Yama a prendersi la vita quando qualcuno muore. Naciketas aveva la ferma convinzione che Yama dovesse conoscere il mistero dell’Atman, la verità nascosta della vita. Era determinato a riceverne l’insegnamento direttamente da Yama. Il bambino si incamminò per Yama –puri, il cui solo pensiero terrorizza la gente, come se si trattasse della casa del proprio Guru. La sola ragione era il suo intenso desiderio di sapere! Quando giunse là, Yama non era in casa. Solo dopo tre giorni vi fece ritorno. Gli abitanti di Yamapuri cercarono di ospitarlo per quei tre giorni al meglio, ma Naciketas non accettò e non mangiò nulla: “finché non mi sarà insegnato ciò che cerco, perché prendere cibo o altro?” disse, con la mente assorta nel suo obiettivo.  

Fu così che Yama, terrore dei tre mondi, ebbe timore di quel ragazzo, che era rimasto per tre giorni ad attenderlo senza toccare cibo. Offrì perciò al ragazzo di soddisfare tre desideri, uno per ciascuno dei giorni che aveva atteso e digiunato.

Dei tre benefici accordati, il più importante è il terzo, con il quale il ragazzo chiese di essere istruito nell’Atman.

Prima di impartire a Naciketas l’insegnamento supremo, impose al ragazzo di superare una prova, per confermare l’intensità del suo Mumukshuta (desiderio di liberazione). Forse Yama sapeva già tutto, ma sottopose Naciketas alla prova per dimostrare al mondo l’ideale di Mumukshu.

Il Signore della Morte disse la ragazzo di chiedere un altro beneficio: “Perchè la filosofia dell’Atman è qualcosa che può confondere anche le divinità”. Ma il ragazzo era preparato a questo. Rispose: “Per il fatto stesso che ne parli a questo modo, deve trattarsi del beneficio più grande. Dunque nulla potrebbe eguagliare quello che sto cercando. Ti prego di accordarmelo. Nessun altro potrebbe insegnarmelo meglio di te”.

Yama tentò diversi pretesti per convincere il ragazzo. “Ti darò tanti e tanti elefanti, cavalli, tesori, terre, regni, figli e nipoti, e anni di vita quanti ne vorrai. Qualsiasi cosa tu voglia, te la darò. Manderò i miei uomini a guidare il tuo carro e a suonare per te. Ma non chiedere quello che hai detto. Chiedi qualsiasi altra cosa” diceva Yama. Cercò di allacciargli una collana d’oro al collo.

Nulla riusciva a tentare il giovane Naciketas. “Tutto quello che mi concedi ora, un giorno tornerà a te. Io voglio solo quello che dura per sempre, l’eterno. Solo quello. Naciketas non accetterà niente altro!” concluse il ragazzo enfaticamente. La collana d’oro nemmeno lo aveva toccato.

Yama era completamente soddisfatto. Lodò il ragazzo: “Tu hai rifiutato questi doni come “alpam” (limitati, triviali). La tua mente è concentrata solo sulla Vidya. Se solo potessi incontrare molti più ricercatori come te! (Questa affermazione di Yama dimostra quanto essi siano rari). Tu sei un Dhira (anima coraggiosa). Le porte del Brahma Loka sono aperte per te! (Qui Brahma Loka non si riferisce al mondo del Creatore Brahma. Indica le porte della conoscenza della Verità, Brahman) “. Dopo averlo lodato con queste parole, gli impartì l’insegnamento segreto che il ragazzo chiedeva.
Alla fine dell’Upanishad si dice che Naciketas, che era partito Mumukshu (aspirante), divenne un autentico Mukta (Liberato). Inoltre vi si afferma che chiunque giunga a conoscere la Verità, come lui, giungerà alla Liberazione -  così termina l’Upanishad.
“Come lui” significa “con la stessa intensità di Mumukshuta”.

Abbiamo desdcritto le quattro fasi che compongono la Saadhana-ChatushhTayaM. Le quattro fasi terminano col Mumukshuta.


I quattro componenti dell’equipaggiamento della spiritualità.

La disciplina della Sadhana è un’armatura composta di quattro elementi adatta a combattere la battaglia contro le tendenze negative e conquistare il regno dell’Atman. L’ultima delle quattro armi in dotazione è la Mumukshutvam.
Mumukshutvam è stata descritta spesso come qualcosa da conquistare. Ciò che all’inizio era solo una traccia, lentamente acquista intensità, fino a culminare, nell’ultima fase, nell’apice del desiderio di Liberazione (Moksha) per la forza dell’intelletto.
Può accadere di scivolare nel pensiero depressivo : “Liberazione dalla schiavitù? Realizzazione? Non è cosa per un poveraccio come me!”. Non ci si deve abbandonare ad un simile pensiero. Non solo. Si deve invece sviluppare un’attitudine positiva; “E’ possibile riuscire; conoscere la verità. Perché dovrebbe restare inaccessibile se ci si sforza costantemente? La Grazia del Guru mi proteggerà nelle mie oscillazioni. Dunque desidererò ardentemente la Liberazione e la Verità, con il massimo impegno”. Questo potrebbe essere svolto come un esercizio. “Non ero forse un perfetto ignorante, una volta? Persino per me i gradini ascendenti della discriminazione, del distacco, del controllo dei sensi e della Shradda sono diventati gradualmente accessibili. La Grazia del Guru, che mi ha condotto già così lontano, non mi abbandonerà. Certamente sarà possibile per me, se lo desidererò intensamente”. Questo è l’esercizio per il Mumukshuta.

Qui termina la SAdhanA-chatushTayaM. Ma ricordate che si tratta solo dello stadio intermedio, o secondo. Segue il terzo e più alto stadio.
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