Advaita Sadhana. I discorsi di Sri Chandrasekharendra Saraswati Swamigal. [7]
 Samadhana
 Chi è qualificato a ricevere l'insegnamento delle Upanishad?
 Severità della Sadhana
 Sei aspetti del Paramatma e sei aspetti del Jivatma

 SAMAADHAANA

Dopo Shradda l’Acharya [Shankara] elenca “Samaadhaana” come sesto ed ultimo elemento della serie dei sei conseguimenti spirituali. Samadhana ha lo stesso significato di Samadhi. Samadhi è lo scopo finale. L’obiettivo finale è Brahman, raggiungere la totale immersione nel Brahman è il Samadhi. Essendo lo scopo finale non può essere definito come una parte della Sadhana. Si tratta dello stato finale o del compimento. Perciò l’Acharya non ne fa menzione nella seconda parte del cammino, il sAdhana-chatushhTayaM . Successivamente, alla terza fase, quando si adotta lo stadio della rinuncia, quando ci si sottopone al regime della Shravana (apprendimento diretto dal Guru), Manana (riflessione continua sul significato di ciò che si è ascoltato) e Nididhyasana (meditazione continua) non è incluso tra gli esercizi prescritti. Poiché è il risultato finale di tutta la Sadhana. Nello stato di Samadhi si ha la pura esperienza senza alcuno sforzo da parte del soggetto. Dunque l’Acharya non include il Samadhi tra gli elementi della Sadhana. Ma...

Esistono due livelli di Shradda, e altrettanti di Bhakti. Il Samadhi di cui ho parlato ora è il livello più elevato; ve ne è un altro di grado inferiore. Il Samadhi di grado inferiore è “Samadhana”.
 
Ho già detto che l’Acharya aggiunse “Shradda” alle sei caratteristiche indicate dal Rishi Yajnavalkya nella Brihadaranyaka Upanishad. Yajnavalkya definì colui che possieda le qualità richieste “shanta, danta, uparata” ecc. L’Acharya definì per queste qualità i conseguimenti necessari, “Shama, dama, uparati” ecc facendone gli elementi della Sadhana. Yajnavalkya diede nome a colui che possegga l’ultimo (il quinto) conseguimento “Samahita”. Ciò che fa di costui un Samahita è definito dall’Acharya “Samadhana”. “Sama”+ “Ahita” è “samAhita”, “sama” + “AdhAna” è “samAdhAna”. Ahita e Adhana hanno lo stesso significato, cioè, “unificare, concentrare, stabilire in un solo punto”. Cosa deve essere stabilito e concentrato? Dove?

“Sama” significa eguaglianza, né più né meno, ma non solo: ciò che è pieno e completo si dice “sama”. Samadhana significa unificare la mente e stabilizzarla completamente in un solo punto. Non deve esserle possibile muoversi di qua e di là. Tutti sappiamo che la mente pensa contemporaneamente molte cose. Farla convergere in un solo punto e stabilizzarla fermamente in esso è “Sama Adhanam” o “Samadhanam”. Colui che ha fissato la mente in un solo punto è chiamato “Samahita”. Così facendo le perturbazioni della mente sono tutte placate e si è focalizzati in un solo punto. Per mezzo della “Samadhana” si ottiene la pace di una mente quieta e stabile.

Qual è quella cosa su cui la mente deve essere focalizzata senza deviare in altre direzioni? “shuddhe brahmaNi”: nel puro Brahman incontaminato. Stabilizzare la mente, continuamente e sotto ogni aspetto, nel Brahman è “Samadhanam”. [...]

Brahman è l’unica cosa a non essere mescolata a Maya. Quello che chiamiamo il substrato dell’intero universo è Brahman; la stessa cosa quando è riferita al sostrato del Jiva (essere vivente) è l’Atman. Brahman è l’Atman ed è completamente immune da Maya. Per questo motivo è chiamato shuddha brahman. Anche una piccola contaminazione di Maya ne farebbe qualcosa di differente. Isvara contiene questa piccola parte di Maya. L’universo, che è completamente permeato di Maya, è ordinato da Isvara, che ha Maya con sé (mAyA-sahita Ishvarah). Brahman non compie alcuna azione nei confronti dell’universo. Brahman non ha nulla a che vedere con l’universo e i suoi fenomeni. Naturalmente ne è il substrato, la base; ma a partire dal Brahman è Maya a produrre la visione dell’universo. Brahman non ha alcuna relazione con esso.

La luce fioca produce la visione del serpente in una corda, ma la corda realmente non ha alcuna relazione col serpente. E’ sempre solo una pura e semplice corda.

Tale puro essere-in-sé è detto shuddha Brahman. Se la mente, invece che portarsi a meditare sulla forma (saguna) di Isvara, si concentra su Brahman nirguna (senza forma), si dice “samadhanam”.
La nostra Sadhana è l’Atma-Sadhana, orientata alla Realizzazione del Brahman senza attributi (nirguna), che è l’Atman. Perciò è necessario mantenere la mente immobile nel Brahman che trascende maya, piuttosto che su Isvara e la sua Maya.

Per Isvara si intendono tutte le differenti forme di Dio. In origine una di tali forme è stata adorata da noi, e perciò la mente è stata allenata a concentrarsi su un solo oggetto. Quello era il primo stadio. Nella seconda fase, la mente deve pervenire al Brahman senza forma. Ad intermittenza riaffiorerà il ricordo della forma di Isvara. Quando questo avviene, non si pensi a Lui come l’ordinatore di questo universo illusorio, ma lo si pensi come la Grazia Personificata (anugraha-svaruupaM) che ci accorda la possibilità di trascendere questa illusione. E con la ferma convinzione che “E’ Lui (la forma Saguna) che ci illumina il cammino dell’Jnana, verso il Nirguna Brahman, così che non si debba più restare aggrappati alla sua forma” si riconduca la mente al principio, l’Atman. Egli è colui che risplende come Atman. Perciò proseguire verso la ricerca dell’Atman è bene quanto lo è proseguire nella ricerca di Lui attraverso la Bhakti (devozione). La mente deve sempre volgersi verso il Brahman Nirguna; anche se riaffiora il ricordo del Saguna Brahman, si deve dissolvere il Saguna nel Nirguna.

Ho parlato sempre della mente. Ma l’Acharya si riferisce alla “buddhi”, l’intelletto: “samyak
AsthApanaM buddheH” sono le sue parole, cioè, l’intelletto deve essere trattenuto e stabilizzato nel Brahman. L’intelletto (buddhi) è solo un aspetto parziale della mente.

”Cit” è la conoscenza. L’organo che nell’essere vivente è associato alla conoscenza è “cittam”, un organo interno chiamato “antah-karaNaM”. Per “conoscenza” non è inteso ciò che si opera nell’intelletto (buddhi), sebbene l’opera dell’intelletto sia una parte di questa conoscenza, “cittam” non è solo questo. Anche le sensazioni che albergano nella mente (manas) ne sono parte. Il lavoro della mente, il lavoro dell’intelletto, ciò che la mente pensa, sente, ciò che l’intelletto conosce – tutto questo insieme costituisce quello che chiamiamo “cittam”. A causa di questo lavoro combinato di mente e intelletto, è d’uso nei testi dell’Advaita riferirsi al lavoro di rettificazione della mente e dell’intelletto e la loro stabilizzazione come “citta-shuddhi, citta aikAgriyaM”

Abbiamo quattro elementi: cittaM (organo della conoscenza), manas (mente percettiva), buddhi (intelletto), ahamkAraM (senso dell’io). Il “pensiero” è comune a tutti e quattro. Il Cittam che produce il pensiero agisce in associazione con gli altri tre. Manas è lo strumento della sensazione. Non distingue tre buono e cattivo, si immerge in ogni genere di sensazioni. L’intelletto è lo strumento della discriminazione tra buono e cattivo. Solo l’intelletto è in grado di giudicare. Ahamkara è il sentimento (bhava) che sorge per primo in ogni pensiero. Il pensiero di un essere individuale (jiva) differente dal ParamAtma, con un suo proprio “io”, è conosciuto come ahamkara (ego). Solo qualora questa immedesimazione nella separatezza sarà distrutta, lo Jiva scomparirà e sorgerà la Realizzazione dell’unità di Atman e ParamAtman. La distruzione/fine dell’ego è l’apice della Sadhana.

Quando l’Acharya definisce “samadhana” parla dell’intelletto (buddhi) – il ruolo/atteggiamento di “cittam” quando esercita la facoltà della discriminazione – e afferma che è questo intelletto che deve essere fissato sul Brahman.

Di solito, cittam è equiparata a manas (mente). Così, si cerca di osservare e controllare la mente (manas) – tale è il senso comune. Anche se non ne comprendiamo il significato, abbiamo l’abitudine di dire: “La mente non conosce pace (samadhana)” oppure “Fermare la mente, pacificare l’irrequietezza della mente” […]. Quindi mettiamo sullo stesso piano “manas” e “antaH-karaNaM” nel normale scambio di idee. “Controlla la mente, rimuovi la maya che ricopre la mente, elimina le scorie della mente” -  queste solo le affermazioni che troviamo nella letteratura spirituale e nell’Atma Sadhana. La ragione di tutto ciò è che la mente trascina lo Jiva, mediante le sue sensazioni, in tutte le direzioni. Quando l’Acharya definisce “Shamam” nell’elenco delle sei qualità dice “è lo stato in cui la mente (manas) si trova ancorata all’obiettivo (lakshyaM) dell’Atman – “svalakshhye niyatAvasthA manasaH shama
ucyate”.

La successiva, Dama, è il controllo delle funzioni agenti della mente, i sensi. “Uparati” è un’altra componente del controllo della mente. Ritirando i canali (vritti) dalle attrazioni esterne si ha l’”uparati” e i canali non sono altro che le fluttuazioni della mente. La tolleranza e la pazienza prescritte in “titiksha” sono ancora un compito della mente. Dunque tutto ciò che abbiamo visto fin ora sono esercizi (sadhana) volti a correggere la mente.

Quando [L’Acharya, Adi Shankara] parla di “Samadhana” intende il fissare l’intelletto (buddhi). Abbiamo sentito dire molte volte: “La mente deve diventare ferma; la mante deve essere guidata e fissata su un solo oggetto; la mente deve essere ancorata…” In questo tipo di contesto suonerebbe strano se vi dicessi di fare queste operazioni con l’intelletto; non volevo apparire eccentrice, fin dall’inizio. Perciò ho cercato di fare il furbo e non dire se si trattasse della mente o dell’intelletto ad essere messo sotto controllo e ho parlato di “cittam” (pensiero, conoscenza) che è comune ad entrambi. Lo stesso Acharya mi ha mostrato come procedere. Nell’Aparoksanubuti (verso 8) scrive: “La concentrazione unitaria di Cittam sull’obiettivo della Realtà Assoluta (sat) è detto ‘Samadhana’” : cittaikAgRyaM to sallakshhye samAdhAnam-iti smRtaM.

Fatta questa introduzione, vediamo perché l’Acharya si riferisce all’intelletto, in questo caso (invece che, semplicemente, alla mente).
Quando, in precedenza, ha parlato della Shradda, sebbene dicesse  che la buddhi (intelletto) deve essere tenuto in disparte e che solo la mente deve accogliere la fede, ha comunque sostenuto che è la conferma da parte dell’intelletto (buddhy-avadhAraNaM ) a potersi definire Shradda. E abbiamo spiegato che è l’intelletto a decidere che non può giocare alcun ruolo e perciò aprire la strada alla mente all’accettazione delle parole del Guru e degli Shastra.

Nella stessa direzione si dice, in questo contesto, che l’intelletto deve essere focalizzato sul Brahman e che ciò è detto essere Samadhana.  L’intelletto, infatti, non essendo sviato dalle emozioni, è la componente dell’organo interno che soppesa il vero e il falso e formula i giudizi su ogni faccenda terrena. La Buddhi deve ora essere ritirata dall’esercizio di questa funzione e portata a convergere verso ciò che riguarda il Brahman. Questo, dice, è Samadhana. Di solito crediamo che il gioco vorticoso delle emozioni ci sia negativo; non pensiamo allo stesso modo del procedere dell’intelletto. Nel nome della “volontà di conoscenza” l’intelletto va alla ricerca di ogni genere di informazioni e tutti noi abbiamo l’abitudine di pregiare tale attività.  E’ cosa comunemente accettata dire: si dovrebbe conoscere ogni cosa, ogni arte e ogni scienza, anche il furto è un’arte. Anche l’Acharya ebbe il titolo di “sarvajna” (che tutto sa) e io stesso vi ho detto varie volte la stessa cosa. Ma una tale cosa non si dice a un Sadhaka che sta varcando il secondo stadio. Sono cose che si dicono solo a chi è molto più indietro, allo stadio in cui ancora l’intelletto deve essere assottigliato, perché la sottigliezza affilata dell’intelletto deve essere usata nella discriminazione tra l’effimero e il trascendente (nitya-anitya-vastu-vivekaM). Il Viveva (discriminazione filosofica) è una funzione completamente intellettuale. Dopo essere diventati Atma-sadhaka (ricercatori dello Spirito) non si necessita di alcuna conoscenza esteriore.

La sola conoscenza che, a questo punto, è necessaria è la Conoscenza del Sé. L’intelletto non deve mai più regredire in altre questioni. Il solo oggetto cui deve ancorarsi è il puro Brahman. La Gita (V -28) dice: yatendriya-mano-buddhiH, non si devono controllare solo i sensi e il manas, ma anche l’intelletto. L’intelletto deve essere concentrato nel Brahman, senza contaminarsi con altri oggetti.

La concentrazione dell’intelletto nel Brahman è definita “brahmaNi buddheH sthApanaM” dall’Acharya. Ma le Upanishad, d’altro canto, affermano che non si può raggiungere il Brahman con il solo potere dell’intelletto. In due Upanishad, precisamente Kathopanishad (II - 23) e Mundakopanishad (III-2.3)è detto con insistenza “na medhayA” , non con l’intelligenza. Non con la mente, né con la parola, né con l’intelletto si può raggiungere il Brahman – è ben noto. Quindi perchè l’Acharya sembra affermare il contrario? Shankara non sta parlando dello stato di Samadhi che identifica la realizzazione finale, ma dello stato inferiore, “samadhanam”, che ricordiamo ne è ben distinto.
Dunque né con l’intelligenza né con lo studio dei Veda si può ottenere l’Atman. Se questa è la conclusione delle due Upanishad, come ottenere l’Atman? Si deve “scegliere”. Tale scelta è detta “varanam”, vediamo che cosa significa.

Che cos’è varanam? “Vara” significa “migliore”, ciò che viene prescelto tra vari è detto “varah”, ciò che è ritenuto il migliore possibile. L’atto di scegliere è “varanam”. Se cerchiamo il Guru più adatto a noi, e infine ne troviamo uno cui riferirci come nostra guida prescelta, questo è il “guru-varaNaM”. Di conseguenza vi è anche il sishhya-varaNaM, il discepolo prescelto.
Allo stesso modo dobbiamo scegliere l’Atman, eliminando ogni altra cosa. Dobbiamo pregare “Ti prego, rivelati, o Atman! Non sei altri che me, ma non sono capace di riconoscerlo. La mia mente, la parola, l’intelligenza che mi dfiniscono come ‘io’, non sono capaci di riconoscerti. Perciò, ti prego, rivelati”. Una continua preghiera di questo genere, porterà un giorno a illuminare la verità. Annullerà l’intelletto, il manas e la parola e porterà alla realizzazione del Sé come Atman.

Questo è l’atman-varanam, l’azione reciproca, splendidamente descritta dalla Upanishad, detta “vi-varanam”, la rivelazione di ciò che è all’interno, o nascosto.

In sostanza, il Sadhaka deve fare semplicemente questo. Deve accettare che l’acume intellettuale non funzionerà con il Brahman. Otterrà successo solo una preghiera costante che, dopo avere rinunciato a tutto il resto, sia rivolta all’Atman come unico obiettivo prescelto. La parola ‘varanam’ che indica la scelta, include anche il concetto di preghiera; così l’Acharya volle costruire il suo commento per le affermazioni della Kathopanishad.

Dice quindi: “Si stabilisca la buddhi (intelletto) nel shudda Brahman”. Cosa sta a significare? Io penso si tratti soltanto di questo: l’intelletto deve concentrarsi, non sul shudda Brahman, ma in maniera univoca sulle parole del Guru e degli Shastra a proposito del Brahman.

Alla possibilità di immergere l’intelletto o buddhi nell’oceano del Brahman si previene soltanto alla fine del terzo stadio, con il Samadhi. Questo invece è “Samadhanam”, “Brahmani” non significa “nel Brahman” ma nella dottrina sul Brahman – ciò che il guru e gli shastra hanno detto in proposito. Questo è il giusto modo di intendere questa istruzione. Lo scopo è di dirigere l’intelletto a rimanere sempre applicato nelle questioni filosofiche della Brahma Vidya.

Nell’esercizio della shradda abbiamo fatto confermare (avadhAraNa) all’intelletto la fede nelle parole del Guru e degli Shastra. Di conseguenza, come conclusione logica, gli Shastra sull’Atman sono stati conosciuti, dallo stesso intelletto, che non ha sollevato alcun dubbio. Il Guru potrà aggiungere le proprie conoscenze, che potrebbero non trovarsi negli Shastra.  Anche queste istruzioni dovranno essere accolte allo stesso modo.

La realizzazione o l’esperienza del Brahman (*brahmAnubhava*) avviene molto più tardi. La vera Illuminazione. Quello che si deve invece apprendere ora per mezzo dell’intelletto deve essere ritenuto “buddhi-jnAnaM” [conoscenza intellettuale - ndt]. Tutte le forze intellettuali devono essere concentrate, adesso, su questo esercizio. Si tratta della “giusta fissazione” (samyak
AsthApanaM) e deve stabilirsi in continuità. Questa è la Sadhana dell’intelletto.

Ancora il Sadhaka non è maturo per stabilizzarsi nel dhyana (meditazione continua) e dissolvere l’intelletto nell’Atman. A questo stadio l’intelletto continua ad assolvere le sue funzioni. Si usi l’intelletto unicamente per quelle funzioni che aiutano l’evoluzione spirituale. E quali altre sono a parte l’apprendimento di una profonda conoscenza delle dottrine degli Shastra sull’Atman? A parte l’iniziazione formale (upadesha) all’uso dei mahavakia (che si ha solo prendendo i voti di sannyasa) tutto il resto deve essere appreso in questa fase mediante lo studio.

Si deve imparare ai piedi del Guru, questi è il Vidya-guru. Colui che più tardi celebrerà il Sannyasa e darà l’iniziazione ai Mahavakia è l’Ashrama-guru. Va da sé che quest’ultimo dovrà essere un Sannyasin.


 CHI E’ QUALIFICATO A RICEVERE L’INSEGNAMENTO DELLE UPANISHAD?

Esiste l’opinione che solo i Sannyasin abbiano il diritto di studiare le Upanishad. Ovvero che solo i Sannyasin possano insegnare le Upanishad e solo ad altri Sannyasin. Si dice che tutti gli altri, Brahmachari (studente bramino), capofamiglia, etc. debbano imparare il Vedanta soltanto dai libri divulgativi. Quando un Brahmachari studia la recitazione dei Veda impara anche a recitare le Upanishad. Certamente. Tra le varie conoscenze e iniziazioni, alcune sono destinate ai capofamiglia. Anche così, anche se non c’è impegno a comprenderne il significato, si può impararne la recitazione. Se lo desidera, qualcuno potrà cercare di farsi un’idea generale del contenuto. Ma lo studio dettagliato del significato delle Upanishad è solo per i Sannyasin. Questa è l’opinione di cui parlavo.

Ma ciò che mi interessa è quanto la tradizione ci ha passato. Studenti o capofamiglia, un tempo tutti imparavano, e approfonditamente, le Upanishad. Quindi io ritengo che solo l’iniziazione ai Mahavakya deve essere rimandata alla pronuncia dei voti di rinuncia.

Ovviamente con la recitazione delle Upanishad si troveranno i Mahavakia. Ma solo il Sannyasin potrà farne uso per la recitazione del japa [meditazione per mezzo della ripetizione continua - ndt]. Per questo, si dovrà diventare discepoli (Diksha) e quindi ricevere il Mahavakia Mantra soltanto dal proprio Guru.

Altrimenti, tutti coloro che sono qualificati alla lettura dei Veda, in qualsiasi stadio di vita si trovino, possono imparare le Upanishad da un Guru. Questa penso sia l’opinione degli eruditi ed è stata in voga per molto tempo.

A sostegno di questo si potrebbe aggiungere che in origine, coloro che insegnavano le Upanishad e quelli che le imparavano non erano affatto dei Sannyasin. Ma non voglio propendere per questa tesi. Poiché la mutare degli Yuga [cicli cosmici – ndt] anche il Dharma [dovere – ndt] muta. La forza spirituale della gente dei tempi antichi non sussiste negli Yuga successivi. Perciò i Dharma Shastra [scritture che contengono le prescrizioni obbligatorie – ndt] proibiscono certe cose che erano usuali negli Yuga antichi. Non dobbiamo trasgredire queste ingiunzioni delle Scritture. Quindi non è un argomento valido citare usanze del tempo delle Upanishad a sostegno della continuità di tali pratiche. Certamente la SmRti non dice che le Upanishad sono solo per i Sannyasin. Ma invece che proporvi la mia posizione su questo argomento, preferisco proseguire con ciò che ci ha consegnato la tradizione.

Gli “Shanti Patham” sono alcuni mantra o formule di invocazione, da recitarsi al principio di ogni lezione di Upanishad. Uno di questi mantra dice: Colui che creò Brahma il Creatore e insegnò a lui i Veda, quell’Onnipotente è Colui che illumina il mio intelletto; ed io, che ricerco la Moksha, mi arrendo a Lui”. La parola che viene usata per ricercatore di Moksha [Liberazione – ndt] è “Mumukshu”. Soltanto il ricercatore avanzato è detto Mumukshu.  Nella Svetasvatara Upanishad, che sebbene non appartenga alle dieci Upanishad principali, è stata commentata dal nostro Acharya [Shankara] è detto che il testo è destinato ai Sannyasin anziani. Coloro che ritengono le Upanishad destinate solo a un pubblico di Sannyasin di solito citano questa frase. Ma l’Acharya ha dichiarato nel commento che varie porzioni delle Upanishad sono dedicate ai soli manda-adhikAri (quelli che non  sono pienamente qualificati). Di sicuro un Mumukshu non è un manda-adhikAri. Dunque, analizzando il punto di vista tradizionale, piuttosto che affermare che le Upanishad si possono imparare soltanto dopo aver acquisito un percorso avanzato nella Conoscenza (Jnana), direi che solo attraverso la conoscenza delle Upanishad si può avanzare nell’Jnana. La pratica tradizionale ha adottato legittimamente questa relazione.


SEVERITA' DELLA SADHANA

Samadhana è lo stabilirsi dell’intelletto, completamente e saldamente, nella filosofia pertinente al Brahman.

Samyag-AsthApanaM buddheH shuddhe brahmani sarvadA /
tat-samAdhAnam-ityuktaM na tu cittasya lAlanaM //

La giusta fissazione dell’intelletto nel shuddha-brahman è sempre definita Samadhana. Non il crogiolarsi con la mente (Cittam).

Si noti che Shankara inizia la frase parlando della Buddhi (intelletto) e finisce con Cittam (mente) Quest’ultima è la sorgente del pensiero discorsivo che solitamente si nomina insieme agli altri tre, cioè buddhi (intelletto), manas (mente sensoriale), e ahamkara (ego). Cittam si può intendere riferita a buddhi o a manas, a seconda del contesto. In questo caso si parla all’inizio di intelletto concentrato in solo punto e subito dopo di cittam; quindi l’ultima va intesa come buddhi o come sorgente del pensiero discorsivo.

” na tu cittasya lAlanaM” è una preposizione significativa. lAlanaM significa esprimere affetto viziando. A volte offriamo dei dolci a un bambino per convincerlo a fare una cosa. Lo stesso tipo di indulgenza si rivolge al Sadhaka alle prime armi così che acquisti interesse a raggiungere livelli più elevati di spiritualità. Piuttosto che forzarlo nel difficile compito della concentrazione sul Nirguna (Assoluto non formale) gli permettiamo di fare ricorso a un Saguna Upasana, ad alcune delle forme del Divino, e perciò in un certo senso lo viziamo. Ma quando avrà compiuto un certo progresso nella Sadhana, non dobbiamo proseguire con questa indulgenza. A livello avanzato dobbiamo mettere fine alla troppa indulgenza e farlo rivolgere energicamente all’upasana del Nirguna Brahman. Nella prima fase siamo stati tolleranti, per il tempo necessario, ma quando il sadhaka è giunto al secondo stadio ed è pronto per il Sannyasa, non deve più esserci “lAlanaM” della “Cittam”. Ci si deve completamente al solo pensiero del Brahman e alla dottrina del Brahman.

Queste raccomandazioni non sono rivolte soltanto ai Guru che istruiscono dei discepoli, ma anche a ciascuno di noi. Ognuno deve guardarsi dal viziare se stesso. Quando l’Acharya dice: “osserva che l’intelletto si concentri sul Brahman e le dottrine connesse col Brahman e non concederti dei vizi” ammonisce che non si deve pensare di poter lasciare l’intelletto a trastullarsi come preferisce, credendosi abbastanza maturi da tornare indietro quando necessario. Ad un certo punto bisogna smettere di viziarsi, e il momento arriva quando si è giunti al passaggio del Samadhana.

 I SEI ASPETTI DEL PARAMATMA E I SEI ASPETTI DEL JIVATMA

[…] Siamo soliti chiamare Dio Onnipotente con l’epiteto di Bhagavan. La ragione di questo nome è che il signore ha sei “bhaga”, così è detto nel vishnu Purana. “Bhaga” significa tesoro, eccellenza, Bhaga è anche un nome del dio del Sole. Qualsiasi cosa eccella splendendo come il Sole è detta “bhaga”. Il Signore ha sei bhaga:

1. Dominio: il potere che controlla ogni altra cosa. E’ detto “aishvarya”
2. Dharma: il potere che ha stabilito l’ordine dell’universo e regolato la vita di ciascuno attraverso le Scritture (Shastra). Egli è personificazione di questo ordine regolatore.
3. Yashas: Fama o Gloria. Noi cantiamo la Sua Gloria, e per secoli, fin dal tempo dei Rshi dei Veda, la gente ha cantata la Sua Gloria e la Maestà e ancora sembrano non aver finito.
4. Shrl: Prosperità. Tutta la prosperità che conosciamo proviene da Lui. La piccola prosperità del mondo che conosciamo proviene da Lui. La piccola prosperità del mondo che vediamo non è più dell’uno per cento della beatitudine del Brahman, e quel poco risplende come una grande opulenza per effetto della Sua Maya.
5. Vairagyam: Distacco. Sebbene ogni dono e ogni ricchezza provengano da Lui, egli non ha alcun attaccamento o legame con esse, sebbene gli appartengano.
6. Moksha: Liberazione. Nonostante sia il Signore dell’universo, si libera di esso come Maya e rimane nel Suo stato naturale come Brahman, e questo, Moksha, è il Suo sesto bhaga.

Con ciò abbiamo visto i sei elementi che hanno inizio con Shama. Questi sei costituiscono il terzo livello della Sadhana in quattro parti sAdhana-chatushhTayam. Il quarto e ultimo è Mumushutvam (anelito di Liberazione).
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 Libri per approfondire:


L'appello dell'Acarya. I discorsi di Madras Chandrasekharendra Sarasvati, Asram Vidya

La liberazione in vita (Jivanmuktiviveka)  Vidyaranya, Adelphi

Upanisad antiche e medie a cura di P. Filippani Ronconi Bollati Boringhieri

Svetasvatara Upanisad Asram Vidya

Brhadaranyaka Upanisad con il commento di Sankara Asram Vidya

Prasna Upanisad Asram Vidya

Mândûkya Upanishad. Con le Kârikâ di Gaudapâda e il commento di Shamkara. Asram Vidya

Chandogya upanisad con il commento di Sankara Asram Vidya

Taittiriya Upanisad Asram Vidya

Lo Yoga. Immortalità e Libertà Eliade Mircea, BUR

Tecniche dello yoga Eliade Mircea, Bollati Boringhieri

Bhagavadgita  Adelphi - Bhagavadgita Feltrinelli

L'istruzione in un migliaio di versi - Upadesasahasri Shamkara, Asram Vidya

Aparokshânubhûti. Autorealizzazione. Con testo sanscrito Shamkara, Asram Vidya 

Vivekacudamani. Il gran gioiello della discriminazione. Con testo sanscrito. Shamkara, Asram Vidya

Brahmasutra con il commento di Sankara  Asram Vidya

Opere minori. Vol. 3 - Vol. 2  Vol. 1  Shamkara, Asram Vidya

Jnana-yoga  Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini

Yoga pratici Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini

Vita di Ramakrishna Rolland Romain, Vidyananda

Ramakrishna e i suoi discepoli Isherwood Christopher, Guanda

Il vangelo di Sri Ramakrishna Gupta Mahendranath, Vidyananda

 

"Sage of Kanchi" film-documentario sulla vita di Sri Chandrasekharendra

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