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Titiksha (Pazienza, perseveranza) Shradda (Fede, dedizione)
TITIKSHHAA (Pazienza, perseveranza)
Dopo ‘uparati’ abbiamo ‘Titiksha’ (perseveranza, sopportazione, pazienza). Dicendo ‘dopo’ non intendiamo che Titiksha avvenga solo successivamente alla perfezione dell’uparati. Ripeto ciò che ho detto molte volte, perché è una raccomandazione che merita di essere ricordata sempre. Per raggiungere l’Atma-jnana, sono necessarie alcune cose: un intelletto discriminante, una mente spassionata, controllo dei sensi e della mente e la mente deve distogliersi da ogni oggetto e rimanere stabilmente nello stato di uparati.
In realtà esistono ancora altre cose da fare. Se si pensa di dover fare alla perfezione un singolo passo, prima di compiere il successivo, si sbaglia. Tutti gli strumenti devono essere predisposti simultaneamente, non uno dopo l’altro. Sebbene siano stati descritti dall’Acharya in un certo ordine, si devono predisporre e praticare simultaneamente. Altra cosa da ricordare. Si descrivono alcuni passaggi, come vivekam (la discriminazione), vairagyam (spassionatezza) e shamam (autocontrollo). In nessuno di questi ci si deve aspettare di raggiungere la perfezione fino alla condizione finale di Realizzazione. Ciascuno di essi sarà, fino alla fine, al di sotto del livello di perfezione. Tutti concorrono insieme alla perfezione, fino all’accadere improvviso della Realizzazione.
Perché dobbiamo sottoporci alla Sadhana? L’obbiettivo è la purificazione completa della mente, finché non sia rimasta più alcuna traccia della mente. Cosa significa che non vi è più mente? Il desiderio, che muove verso gli oggetti, sarà assente. Vi ho appena detto che lo sradicamento completo del desiderio e della ricerca degli oggetti non risulterà completo fino alla Realizzazione. In effetti questa affermazione si può modificare. Solo se si ha la Realizzazione, il sapore delle cose scompare. In altre parole, la Realizzazione del Sé è la prima cosa. Solo allora, immediatamente, cioè solo con la Realizzazione, il desiderio di beni materiali svanisce. La Bhagavad Gia è molto chiara su questo punto (II - 59): “L'anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi, tuttavia il desiderio (o il sapore) degli oggetti dei sensi rimane. Tuttavia anche queste sensazioni scompaiono quando ha luogo la Realizzazione dell’Atman”.
vishhayA vinivartante nirAhArasya dehinaH / rasavarjaM raso'pyasya paraM dRRishhTvA nivartate // “paraM dRRishhTvA*” vedendo l’Assoluto; proprio con l’esperienza del Principio Assoluto “rasaH api nivartate” il sapore dell’esperienza svanisce. Da una parte si dice che solo quando la mente svanisce insieme con tutti i sapori delle esperienze materiali si ha l’esperienza dell’Assoluto e dall’altra parte si dice anche che tali ricordi scompaiono solo quando si ha l’esperienza dell’Assoluto. Sembra un paradosso. Ma non è così. Il desiderio per i sapori deve andarsene, la mente deve andarsene; ogni sforzo deve essere compiuto per arrivare a entrambi i due risultati e avere la visione della Realtà (Atma-darshanaM). Non è facile. Il desiderio di quei sapori non scompare completamente. Ma quando l’impegno è stato totale, il Signore nella sua infinita compassione concede la Realizzazione dell’Atman e in questo modo distrugge i sapori e il loro desiderio mentale. Se tutto fosse il risultato dello sforzo personale, dove sarebbe la grandezza della Grazia divina? In altre parole, anche l’aspirante del più elevato livello deve impegnarsi nella pratica della Sadhana. Le varie componenti dell’Atma-Sadhana devo essere svolte simultaneamente, come uno studente delle superiori studia tutte le materie dell’esame finale, tutte insieme, sebbene di volta in volta sembri applicarsi in una certa sequenza. L’idea della sequenza progressiva dei passi della Sadhana è data soltanto per chiarezza di comprensione. La parola “uparati” indica il riposo dopo che legami ed attaccamenti sono stati deposti. A questo punto si deve essere in grado di applicare la sopportazione implicita in “Titiksha”. Sembra di dire ad un uomo che dorme di essere paziente! Diciamo “a questo punto” senza intendere una sequenza temporale, piuttosto una richiesta addizionale. Non dimentichiamo l’analogia con lo studente alle prese con gli esami. Se si prende seriamente l’uparati e si raggiungono certi risultati, la mente sarà libera dalle perturbazioni della gioia e del dolore, a differenza della mente normale che è sempre scossa tra questi due estremi. Ciò nonostante, se il piacere o il dolore si mostrano in modo anormale o subnormale, si tratta probabilmente di una oscillazione dello stato di uparati. In questo contesto Titiksha è la qualità prescritta dai Rishi nelle Upanishad. La parola “Titiksha” (sopportazione) si trova effettivamente nelle parole del Signore (Bhagavad Gita cap. 2-4) [...] “Sopporta il caldo e il freddo, il piacere e il dolore”, dice ad Arjuna.
In diversi passaggi della Gita, il Signore menziona questa coppia di opposti. Dice “Trascendi tutte le dualità e sii al di là di esse. Sii “dvandvAtIta”, colui che ha trasceso tutte le dualità. Che il tuo obiettivo sia stato raggiunto o no, sii equanime verso il compimento (siddhi) e il non-compimento (asiddhi). Tale equanimità implica semplicemente l’applicazione di Titiksha (tolleranza, sopportazione, perseveranza). Anche nell’ultimo capitolo si parla di siddhi-asiddhi e il Signore dice: “Colui che non è affetto dal successo o dall’insuccesso è stabilito nell’agire sattvico (Cap.18 – 26: “siddhy-asiddhyor-nirvikAraH kartA sAtvika ucyate”).
La coppia caldo-freddo menzionata all’inizio è ripresa nel capitolo sul dhyana yoga, dove il Signore aggiunge (Cap.6 - 7) un’altra dualità “mAna” and “apamAna”. In vari passaggi (2-57; 9-28; 12-17) si riferisce alla coppia “shuba-ashuba” come opposti. Shubha-ashubha (propizio e infauso) è di fatto “puNya-pApa”, meriti spirituali e demeriti. Altrove indica priya – apriya (desiderabile-indesiderabile), ishhTa – anishhTa (prescelto e non prescelto), lAbha – alAbha (guadagno e perdita), jaya – apajaya (vittoria e sconfitta) e in tutti i casi insegna l’equanimità nei confronti di questi opposti.
Dobbiamo essere tolleranti verso qualunque di queste cose oggi sembri esserci negativa, così che col tempo potremo essere del tutto indifferenti. Il freddo estremo, il caldo estremo, l’infausto, lo spiacevole, la tristezza, il disonore, la sconfitta – in queste circostanze dobbiamo rinforzare la tolleranza. E la stessa tolleranza va applicata anche verso ciò che oggi ci appare buono, come il caldo salubre, o il fresco salubre, il piacere, l’onore, il successo, le cose propizie e quelle divertenti. Il Signore non le avrebbe nominate entrambe se non avesse inteso anche queste ultime tra gli oggetti verso i quali dobbiamo essere equanimi. Sia il bene che il male devono essere presi con equilibrio, “sofferti” con equilibrio, trattati con eguale indifferenza.
Si può comprendere facilmente cosa significa tollerare/sopportare ciò che è negativo. Forse non riusciamo a tradurlo in pratica; ma sappiamo cosa significa. Ma cosa significa “sopportare le cose positive”? E’ uno scherzo? “Sopportare” le cose buone? Si potrà comprendere solo facendo alcuni passi avanti nella Sadhana. Anche le cose che sembrano “buone” diventeranno “indesiderate” ad un certo livello. Immaginate un vento leggero, che dia una sensazione piacevole fisicamente. Sorgerà un pensiero : “Perché rincorrere il piacere del corpo? Caldo o freddo, qualunque vento soffi, lasciamo che soffi”. Questo è quanto dovremmo verificare. Perché dovremmo isolare il cosiddetto vento caldo e leggero e il “piacere” che immaginiamo ci arrechi? Perché non essere indifferenti al suo “piacevole” effetto? Allo stesso modo, quando si acquisisce denaro o status, o quando si riceve riconoscenza, si comincerà a pensare: “Perché non dovrei permettere alla povertà di essere con me? Che gli altri evitino pure di essere gentili con me. Che sarà mai? Ho già allenato me stesso a tollerare le cose negative, perché dovrei essere differente quando si tratta di cose buone? Se cambio atteggiamento ora, avrò fatto una distinzione tra buono e cattivo”. I altre parole, così come oggi sentiamo le cose negative come indesiderate, allo stesso modo, salendo i gradini della Sadhana si comincia a percepire anche le cosiddette cose positive come indesiderate. La regola del “quel che sarà, sarà” è quella che conduce al sentimento di tolleranza del male, o Titiksha. Quando uno è pronto a rigettare il cosiddetto “buono” definendolo egualmente indesiderato, l’attitudine al Titiksha ha raggiunto il grado in cui anche l’indesiderabilità è tollerata. Questo è Titiksha verso le cose buone.
Se anche avessimo il desiderio di pensare con indifferenza alle cose buone come a quelle cattive, il nostro karma passato potrebbe trasportare buone cose a dispetto delle nostre intenzioni. Anche senza volerlo potremmo ricevere della ricchezza. Parenti ed amici potrebbero comportarsi bene. Altre cose positive potrebbero ancora accadere. Si potrebbe pensare: “Oh no, non voglio che accadano queste cose positive. Solo che mi mantengo calmo e sereno quando avvengono eventi sfavorevoli, potrò valutare i miei successi nella Sadhana. Le cose positive sono solo trappole che mi trascineranno più profondamente nell’illusione. Non le voglio.” Anche queste parole sono contrarie al precetto di Titiksha. Si deve mostrare Titiksha anche verso le cose buone; cioè, anche gli eventi positivi non devono essere scacciati – devono essere sofferti, sopportati! L’Acharya definisce Titiksha come “sahanaM sarva-dukhAnAM”, nel Viveka Chudamani e nell’Aparoskanubhuti. Significa “sopportare tutte le sofferenze”. Dove “tutte” include anche i cosiddetti piaceri, poiché ciò che appare piacevole diventa una vera sofferenza dal punto di vista dell’eternità. Solo l’Jnana è felicità. La felicità è soltanto quella che sgorga dall’advaita-jnana. Ogni esperienza nel mondo delle dualità è opposto all’jnana e perciò si considera come infelicità. Perlomeno quello che pare essere qualcosa di infelice ci offre di disgusto per il coinvolgimento nel mondo e perciò ci porta leggermente avanti verso l’illuminazione; mentre ciò che sembra un’esperienza felice ci lega maggiormente al coinvolgimento mondano. Di conseguenza si deve sviluppare l’attitudine a trattare le circostanze felici proprio come quelle infelici. Ad una fase successiva, così come si sopporta la miseria, così si diventa capaci di sopportare quando si presenta la felicità. Questo è quello che intende l’Acharya dicendo “dukhAnAM sahanaM” (sopportare il dispiacere) e si ferma qui. Tutte le scritture raccomandano di sopportare piacere e dolore egualmente; cioè, anche ciò che sembra essere un fatto positivo deve essere tollerato come si tollerano i fatti negativi.
Ovviamente questo accade quando si raggiunge un certo livello di maturità. Ma anche ad un livello precedente, a un livello “inferiore”, dobbiamo adoperare Titiksha in un altro modo. Quando ci capita una cosa buona la nostra mente si eccita per essa. Tale eccitamento è nocivo come quello che deriva da eventi infelici. In entrambi i casi a farne le spese è l’equanimità della mente. Solo quando la mente è ferma, priva di ogni vibrazione, si può avere l’illuminante realizzazione dell’Atman. Dunque anche l’eccitamento che consegue naturalmente un sentimento di felicità deve essere “sopportato”. Si tratta di un altro tipo di sopportazione. Quando non pensiamo un peso come una seccatura, questo non è più un peso per noi. Quando non vi sono pesi su piatti della bilancia, il perno dei bracci è fermo e stabile. Pensate al “bene” e al “male” come ai due piatti della bilancia. In qualunque dei due ponete un peso, l’equilibrio ne sarà alterato. Perciò né l’esperienze negative, né l’eccitamento del piacere devono alterare il centro dell’equilibrio dal suo normale punto di equidistanza. Anche il “bene” non deve costituire un peso. Questo è Titiksha verso il bene.
In tutto quello che abbiamo detto, quanto è stato definito “bene” non si riferisce al progresso spirituale. Si tratta di ciò che comunemente si dice “bene” dal punto di vista materiale e mondano e che ci allontana dal cammino spirituale.
Esiste un certo aspetto negativo in questi “beni” che non c’è nei fatti “negativi”. Quando incontriamo qualcosa di egoisticamente piacevole e felice, ci auguriamo che accada di nuovo, ne vogliamo “ancora”. Questo desiderio peculiare che il “buono” si ripeta in sanscrito si chiama “spRhaa”. L’antidoto a spRhaa è ancora Titiksha. Ricordate le parole del Signore: “dukhesh-vanudvigna-manAh sukheshhu vigata-spRhaH” (B.G. II-56 : Colui che non e' più turbato dalle tre forme di sofferenza ne' inebriato dalle gioie della vita, ed e' libero dall'attaccamento, dalla paura e dalla collera e' considerato un saggio dalla mente ferma. )
Quindi “Titiksha” indica il non essere perturbati da fatti miserabili e non essere inebriati (spRhA) dalla felicità per le cose buone. Non si deve essere influenzati dalle dualità come piacere e dolore. Essere lontani dalle dualità significa non-dualità. Quando le dualità scompaiono, la schiavitù del samsara è spezzata e le porte della Moksa (Liberazione) sono aperte. Nel capitolo V verso 3 della Gita, Bhagavan dimostra che l’obiettivo della Sadhana è il risultato di “Titiksha”: “nirdvandvo hi mahAbAho sukham bandhAt pramucyate” – Colui che ha abbandonato la dualità, ha liberato se stesso dalla schiavitù. Colui che possiede Titiksha è chiamato “titkshu”. Tale persone è descritta dall’Acharya come colui che tollera o sopporta tutte le dualità: titikshhuH dvandva sahishhNuH - in BrihadAraNyaka bhAshya (IV - 4 - 23). La scomparsa della dualità significa che sussiste solo l’Uno. E l’Uno è l’Atman, senza dubbio.
In sostanza, ciò che l’Acharya richiama fermamente è: “Non ci si deve preoccupare di ciò che è immediatamente un evento infausto, e neppure di ciò che appare piacevole, ma che in realtà è una cosa altrettanto miserabile.” Non preoccuparsi significa “non agitarsi” per queste cose. Non si deve andare alla ricerca di antidoti alla felicità (sukha) o all’infelicità (dukha). Silenziosamente si debbono sopportare ambedue.
*sahanaM sarva-dukhAnAM apratIkAra-pUrvakaM / cintA-vilApa-rahitaM sA titikshhaa nigadyate //* (Viveka Chudamani #24 (or 25)
sA titikshhaa nigadyate : Di lei si dice “Titiksha” sarva-dukhAnAM sahanaM : sopporta ogni infelicità (notiamo che anche la cosiddetta felicità è inclusa nell’infelicità) apratIkAra-pUrvakaM : senza cercare rimedi per annientare felicità e infelicità cintA-vilApa-rahitaM : senza preoccuparsi (*cintA*) o lamentarsi (*vilApa*).
Ora vorrei prendere in considerazione l’uso del genere femminile in questa frase. L’Acharya dice: “sA titikshhaa”. Titiksha è una nome femminile. Ma non si tratta di una questione grammaticale. Quando parla di “nitya-anitya-vastu-viveka” (discriminazione tra eterno ed effimero) dice “saH ayaM”: egli è quello – usando perciò un genere maschile. La parola “viveka” è maschile. Probabilmente a causa dell’antica opinione che la mente femminile sia propensa a vacillare e quella maschile possegga attitudine al discernimento.
Dall’altra parte il concetto del distacco è indicato col genere neutro: tad-vairAgyaM – tale è il distacco. Probabilmente perché grazie al distacco la mente diventa immune ed inerte!
Nel processo di discriminazione si verifica necessariamente un’analisi. Di conseguenza la mente diventa priva di desideri. Nella discriminazione avviene perciò un’azione (mentale) mentre nel distacco non è presente altrettanta attività. L’azione denota una potenza maschile (paurushhaM) e quindi viene indicata con “sah” (egli), mentre l’inattività, come l’inerzia del distacco, è caratterizzata dal neutro tat.
Le parole “shama” (controllo della mente) e “dama” (controllo dei sensi) sono entrambe usate nel genere maschile “shamaH” e “damaH”. Entrambe significano controllo, e di conseguenza adottano il genere che indica azione, cioè il maschile. [...]
La parola “uparati” è invece femminile. Se colleghiamo l’attività al genere maschile, lo stato di pace e di inazione deve essere femminile. Ecco che l’Acharya afferma: uparatir-uttaamA – la condizione più elevata è l’uparati (la cessazione) – usando il femminile per “il più elevato”.
E per la fase successiva, Titiksha, userà in maniera ancora più specifica il femminile “sA” (lei). La sopportazione è nota per essere una caratteristica femminile in generale – la qualità della madre. Non siamo soliti riferirci alla Madre Terra come ideale di sopportazione?
SHRADDHAA (Fede/Dedizione)
Nella serie iniziata con “shama”, il tema successivo è “Shradda” (fede, dedizione incondizionata). Quando qualcuno è coinvolto in qualcosa per assoluta convinzione – senza alcuna “prova” diretta – (come che) che le parole degli Shastra o dei santi sono giuste, questo atteggiamento è detto “Shradda”. Al confronto degli uomini, le donne sono molto più elevate nella “Shradda” - proprio perché non si lasciano trascinare in questioni accademiche. Infatti, io penso, anche dopo il loro odierno ingresso nel mondo degli studi, sono ancora un passo avanti nella Shradda. Forse nel futuro sarà differente.
Shradda porta al Credere (AstikyaM), come ho già detto. Nel novero di tutti quelli che sono diventati dei non-credenti, le donne sono probabilmente circa un quarto degli uomini. Persino le mogli dei leader di partiti dei non-credenti hanno fede nei templi, nelle austerità e nella devozione. Penso che “Shradda” sia giustamente una parola femminile!
Quando all’inizio ho parlato di Shradda vi dissi che l’argomento sarebbe ritornato al termine della Sadhana. Siamo giunti ora a quel secondo livello della Shradda, il più alto grado.
A questo punto il ricercatore ha fatto un buon numero di passi nella direzione della maturità spirituale. Ha indagato e dimostrato a se stesso cosa è eterno e cosa effimero; ha sviluppato distacco verso l’effimero; ha quietato la mente pensierosa con l’autocontrollo e l’ha ridotta al vuoto; ha coltivato pazienza e tolleranza – in tutto questo ha compiuto progressi sufficienti. Dunque perché la Shradda a questo livello? All’inizio del percorso l’aspirante è facilmente modesto e ingenuo e di conseguenza dotato di Shradda perché piuttosto spaventato dei severi precetti su discriminazione, distacco e autocontrollo, e insicuro delle proprie capacità di soddisfarli. A quel tempo è facile credere che vi siano nel campo spirituale molte cose che non possono essere comprese e argomentate con la mente razionale e si deve perciò avere fede nelle parole delle scritture e dei saggi. Ma quando si sono compiuti alcuni progressi sul cammino della Sadhana spirituale, è facile che si pensi che la mente è ora pulita e che perciò sarà capace di comprendere tutto ciò che si deve compiere sulla via della Realizzazione del Sé. Questo è un tipo di Ego che si insinua da dentro inavvertitamente. Ciò che deve accadere fino alla fase della Realizzazione non può essere compreso nemmeno dal più acuto intelletto. Perfino l’Jnani che abbia ottenuto la Realizzazione del Sé non sarebbe capace di spiegarlo per mezzo dell’intelletto. Si deve perciò proseguire ad applicare lo stesso regime senza dubitare finché la Realizzazione non sopraggiunge da sé, come il sole che sorge. E quando questi eventi si verificano, si devono prendere così come sono, senza analizzarli intellettualmente. Ci si deve accontentare di pensare: la Sadhana che mi ha portato fino a questo punto mi porterà ancora più avanti, per la stessa Grazia divina che mi ha sorretto finora; non la sottoporrò all’indagine dell’intelletto”. Anche dopo che si sia avuta l’Illuminazione, i fatti saranno inaccessibili all’intelletto. Anche il nostro Acharya – e nessun Maestro potrebbe essere migliore di lui – non ha tentato di comunicare quel segreto nel linguaggio dell’intelletto. “non lo posso descrivere. Semplicemente si deve procedere con fede” questo è il suo messaggio e perciò eccolo reintrodurre la necessità di Shradda anche nella fase più avanzata della Sadhana.
Ramanuja interrogò su alcune questioni intellettuali l’advaita vedanta e, non trovandovi appigli, credette di possedere la giusta risposta, che divenne la dottrina Vishishtadvaita. Bene, ma questa fu sufficiente a rivelare le cose nascoste? No. Ecco che allora Madhwacharya fondò la dottrina Dvaita. Ma ciò non di meno le domande intellettuali rimasero inesaudite. Sebbene questi argomenti funzionino a livello intellettuale, coloro che li hanno superati, senza preoccuparsi di verificare ogni cosa con l’intelletto, semplicemente seguono l’insegnamento dei propri Acharya con Shradda, e raggiungono un alto livello di conoscenza spirituale secondo i risultati stabiliti da questi.
Uno smarta (hindu ortodosso, in questo caso, appartenente alla tradizione advaita) può affermare che nulla eguaglia l’esperienza dell’identità tra Jiva e Brahman, qualsiasi altra cosa dicano i seguaci di altre tradizioni a proposito dei loro criteri. Lasciamolo dire. Essi sono comunque superiori a molti smarta che non praticano alcuna Sadhana con Shradda. Forse altri non raggiungeranno l’apice dell’esperienza realizzativa nel Nirguna Brahman, di cui parla il nostro smarta. Ma non è forse lo stesso Brahman che appare come Ishvara o Brahman Saguna? Coloro che ottengono i risultati prescritti da altre tradizioni in ogni caso stabiliscono un rapporto con Ishvara. E certamente ottengono una natura divina, la benedizione della Grazia e un cuore pieno di compassione. Anche dal lato della spiritualità, piuttosto che millantare di appartenere alla gloriosa tradizione dell’advaita, senza sapere però nulla dell’Atman, a parte il proprio corpo e il via vai della mente, i sinceri seguaci di altre tradizioni che sono convinti di essere al mondo solo per adorare e compiacere il Divino sono certamente più grandi. Colui che pensa che l’Atman sia la sua mente pura e piena fino all’orlo di tanta Bhakti (devozione), è superiore a colui che non ha alcuna esperienza di Realizzazione e di Atman. Una volta che la mente è diventata così pura, automaticamente nel corso del tempo esiste la possibilità che la mente, eliminando se stessa, conduca alla Realizzazione del Sé. Ma lasciamo che avvenga a suo tempo. In questo momento, i seguaci delle altre tradizioni, grazie alla Shradda hanno avuto, come detto, un contatto con il divino, la Sua grazia e i benefici che ne derivano. Per questo motivo vi sono grandi anime, conosciute in tutto il mondo, in tutte le nostre tradizioni.
E’ questo il gioco della Madre Divina – Elargitrice di Illuminazione – che ad un certo livello, l’aspirante si sollevi solo sulle forze della Shradda, senza compiere alcuno sforzo con l’intelletto. E’ in questa situazione che Shradda entra nell’aspetto più significativo. Anche coloro che hanno svolto dei passi significativi nella Sadhana, devono semplicemente continuare nella via della Shradda e non fare domande; qualsiasi domanda non riceverebbe una risposta appetibile dall’intelletto, né sarebbe possibile sollecitare il Guru a dare risposte intellettualmente comprensibili. [...]
Shradda non è soltanto una delle componenti della Sadhana; è la componente di punta. L’Acharya, nell’introduzione al secondo capitolo del BrihadAranyaka Bhashya, dice: “shraddhaa ca brahma-vijnAne paramaM SadhanaM”, e il Signore nella Bhagavad Gita (B.G.IV-39) “shraddhAvan labhate jnAnaM” : (Solo) L'uomo di fede conquista presto la suprema pace spirituale.
Uno status speciale è sempre attribuito ai mantra delle Upanishad, chiamati “mahavakya”, che dichiarano l’identità di Jiva e Brahman. Tra di essi, uno ha uno status particolare, perché è quello che viene direttamente impartito allo Shiashya (discepolo). Si trova nel Samaveda, dove viene dato ad un giovane, non a un rinunciante. Il Supremo Paramatma, indicato con “Quello” è ciò che Tu, il Jivatman, sei. Questo è il messaggio. A impartire l’insegnamento è Uddalaka Aruni, il padre, al figlio Svetaketu. Il padre recita di seguito una lunga serie di mantra, culminando con l’enfatico ritornello: “Quello è ciò che tu sei”. E proseguendo, verso la metà del racconto, dice: “Vai e portami un frutto di banyan, figlio mio”. E il figlio gli reca il frutto richiesto. “Spezzalo” gli ingiunge allora il padre. “Ecco fatto, Signore” “Cosa vedi dunque all’interno del frutto spezzato?” “Semi e ancora semi, come minuscole particelle” “Bene, figlio, allora spezza anche quei semi” “Ecco fatto” “Cosa vedi al loro interno?” “Nulla, Signore” “Il nulla di cui parli ha qualcosa di sottile e invisibile all’interno. E’ da quell’essenza sottile che nasce l’intero albero di banyan” disse il saggio Aruni, e a questo punto, si rivoge al figlio con calore: “Saumya (mio caro), credi a me. Abbi fede in quanto ti dico (shraddhasva)”. Shraddhasva significa “abbi Shradda”.
Questo è il mahavakya che troviamo al più alto grado del Vedanta, insegnato come primo passo per il Sannyasin quando è il tempo di prendere i voti di rinuncia. E quando questo upadesha fu dato per la prima volta al giovane studente, altamente qualificato, il Rishi ritenne necessario aggiungere: shraddhasva. Questo significa che Shradda è ciò che si deve avere come equipaggiamento necessario fino all’ultimo momento, anche quando sta per realizzarsi la conoscenza del Brahman.
Non si tratta solo della fiducia che dobbiamo avere nei concetti e simili. La fede deve anche essere verso “il Guru che ce li ha insegnati e per mezzo del quale vedremo aprirsi l’ultima porta”. E’ molto importante. Sebbene si tratti di uno jnani dovrà recitare la parte dell’umano, come Dio recita la parte di un Avatara. Vi è solo un metodo per insegnare il giusto cammino. Ma quando il maestro è impegnato in attività umane, il discepolo potrebbe trovarsi a dubitare che il maestro sia veramente uno jnani. Si incomincia col dubitare del perché il Guru agisca come un uomo ordinario, e se tale persona potrà davvero arrecare la liberazione spirituale che si sta ricercando, e quindi inizia la caduta del discepolo. Il dubbio assume proporzioni gigantesche e occupa la mente come un fantasma, impedendo di continuare la Sadhana. Il pensiero costante di essere ingannati divora il discepolo quanto il sogno del suo obiettivo. "samshayAtmA vinashyati" (B.G. IV - 40) dice il Signore – “Colui che dubita va in rovina”, e aggiunge a questo le parole ashraddha-dAnascha, che significano: “colui che non ha Shradda”.
Nei versi IX-13, dice: “ashraddha-danAH purushhaaH nivartante mRtyu-samsAra-vartmani” - L’uomo senza fede (è rovinato) e ricade nel ciclo della trasmigrazione”. Così ci mette in guardia con un avvertimento, allo steso tempo molto compassionevole. Non si tratta di un falso allarme; di certo accadrà così. Non dobbiamo permettere che accada. Dobbiamo sviluppare una fede salda: “Sono giunto presso questo Guru. Che altri lo vedano pure come pensano. Per quanto ne so, Dio non mi abbandonerà; certamente la Grazia di Dio, per mezzo di questo Guru, rivelerà ciò che sto cercando”. La convinzione e la fede che riversiamo sul nostro Vidya-Guru (il maestro che impartisce le basi dell’educazione) nei nostri primi anni di vita deve essere la stessa che proviamo verso il dikshA-Guru (il Guru che ci accorda infine lo status di sannyasin).
Naturalmente è vero che ci si deve affidare a un Guru, solo dopo aver fatto ricerche su di lui. Ma poniamo l’ipotesi di trovarci con un Guru fasullo. Anche in questo caso, avendo fede in lui e abbandonandoci a lui, l’Onnisciente Dio ci benedirà con l’Illuminazione, per mezzo di quel Guru, sebbene non sia uno jnani!
“La convinzione deriva soltanto dalla verità della nostra percezione effettiva; se invece si procede mediante la fede negli Shastra e negli Acharya che ripetono le affermazioni delle scritture, non si avrà una salda convinzione” – tale modo di pensare è niente altro che mancanza di Shradda. Shradda è invece la fede che afferma: “Se qualcosa non è comprensibile al mio intelletto limitato, significa che è più elevata di quanto possa cogliere il mio investigare; deve trattarsi della verità rivelata ai Rishi e tramandata dagli Shastra.”
Uno dei sei accessori della conoscenza vedica, il niruktaM, compilato da Yaska, si occupa del significato letterale delle parole dei Veda. Spiegando il significato di “Shradda”, dice che trae origine dalle parole “shrat” (Verità) e “dha” (fissare). Quindi il significato originario di “Shradda” è “fissare la mente su una verità” o, in altre parole, credere in qualcosa con convinzione.
Nella Chandogya Upanishad (VII-19-1) si trova un mantra che dice: “Questo è il tipo di Shradda che dobbiamo avere nei confronti di quell’invisibile soggetto che sempre deve tenere impegnata la nostra mente; solo così pensiamo correttamente”, dunque, quando c’è Shradda c’è il corretto pensare.
Brahma-vidyA (la Conoscenza rivolta al Brahman) deve essere insegnata solo a coloro che sono dotati di Shradda, dice la Mundaka Upanisad. Chi è qualificato in questo senso? L’Upanishad espone una lista di qualificazioni (III-2-10). Coloro che adempiono i loro obblighi (karma) nel giusto modo; quelli che hanno una eccellente istruzione nei Veda (shrotriyas); coloro che desiderano ardentemente la liberazione; coloro che hanno Shradda.
Anche nella Prashnopanishad (I-10) è detto che coloro che cercano l’Atman diventano qualificati mediante le penitenze (tapas), la castità/continenza (brahmacharya), la Shradda e l’apprendimento.
Nella Bhagavad Gita, Bhagavan illustra in un intero capitolo i dettagli delle qualità divine in contrapposizione alle qualità “asuriche” (non divine), e al termine del capitolo dice: “Colui che trasgredisce le regole e i regolamenti degli Shastra non otterrà né successo né felicità; perciò, Arjua, ritieni gli Shastra la legge fondamentale (pramANa) e decidi cosa fare e cosa non fare”. Dicendo questo, proprio all’inizio del capitolo successivo, indica l’esistenza di una Shradda innata, completamente slegata dagli Shastra, e che può essere di tre generi differenti, cioè rajas e tamas che sono indesiderabili, e un tipo sattvico fortemente desiderabile. Questo solo per dire quanta importanza è dedicata al concetto di Shradda.
L’Acharya mette molta enfasi, in tutte le sue opere, a sottolineare il ruolo della Shradda nei Shastra e nel Guru. Indicò “Shradda” come una delle “sei preziose qualità” (shamAdi-shhaTka-sampat') insieme a shama, dama, uparati, Titiksha, samadhana. Le prime quattro erano menzionate nello stesso ordine nella Brihad-Aranyakopanishad; le mantenne perciò nello stesso ordine aggiungendo Shradda come quinta. Quindi Shradda viene dopo Titiksha, ma prima di Samadhana.
La parola “samadhana” ha molti significati. Uno di essi è lo stabilire la verità dopo aver incontrato il dubbio. Solitamente il rappresentante di una scuola faceva un’affermazione e l’oppositore, di un’altra scuola, sollevava delle obiezioni sulla sua affermazione. Il procedimento di dibattimento si chiamava pUrva-pakshhaM, nel suo insieme. Dunque il proponente affrontava tutte le obiezioni e affermava così la sua dimostrazione. Il processo mediante il quale si affrontavano le obiezioni aveva il nome di “samadhanam”, e la dimostrazione della proposizione iniziale “siddhantanam”. Quando gli ascoltatori ascoltavano le argomentazioni della parte avversa, anche i discepoli del proponente, potevano effettivamente iniziare a dubitare della veridicità dell’affermazione del proprio maestro. La loro fede nel maestro poteva perciò vacillare. Tale perdita di fede, opposta a Shradda, è quanto viene pacificato dal samadhana del Guru.
Quando l’Acharya include Shradda tra le condizioni della Sadhana, è implicito ciò che viene definito “aShradda”, l’opposto della fede, la perdita della fede. Superare questa mancanza è “Shradda”, oltre la quale è “samadhana”, come la pace dopo la guerra. Quando la fede si deve misurare con la mancanza di fede, si necessita di più fede (Shradda). Dopo di che, quando è terminata la contesa, si è nel “samadhana”. Tutto questo significa che Samadhana deve essere preceduta da Shradda.
Per questo motivo l’Acharya decise di mantenere “Shradda” – prerequisito basilare di qualsiasi istanza spirituale – come elemento della Sadhana fino al più alto livello, all’ingresso nel Sannyasa, e proprio prima di Samadhana. Poiché Samadhana è lo stadio in cui la mente è abbastanza stabilizzata da acconsentire al rigore del Sannyasa. E naturalmente viene elencata dopo i primi quattro, sama, dama, uparati e Titiksha.
Gli elementi della Sadhana, sebbene ordinati in sequenza, non devono essere intesi come sequenziali. Ho già detto che devono essere praticati simultaneamente. Mediante la pratica continua della Sadhana si sale la scala spirituale, ma si può ancora scivolare. Spesso si cade di più di quanto si salga, si sale di due gradini e poi si cade di quattro. Così che proseguendo si ottiene di salire sempre solo due gradini, ma, scivolando, di cadere solo di tre o di due. Si continui a praticare. Praticate, praticate, praticate. Una pratica persistente e sostanziale può dare anche di più di quanto ci si aspetti, se insieme si possiede intensità nella Sadhana, forza di volontà e il potere della Grazia di Dio. Qualcuno potrebbe perfino saltare come una rana dal gradino più basso della scala fino ad un livello molto elevato. E queste cose sono possibili solo per mezzo di Shradda. Ecco perché Shradda è posta prima di Samadhana. L’Acharya ha lasciato una definizione molto profonda di Samadhana, ma la vedremo in seguito. Prima vediamo come ha definito Shradda. E prima ancora, così come abbiamo visto perché si indica prima di Samadhana, vediamo perché si trova dopo Titiksha.
La definizione di Shradda data dall’Acharya è:
Shastrasya Guru-vAkyasya satya-buddhyA-vadhAraNA / sA shraddhA kathitA sadbhiH yayA vastU-palabhyate // (Vivekachudamani, versi 25/26)
“I saggi dicono: Shradda è la convinzione che sorge intellettualmente che la parole degli Shastra e del Guru sono del tutto vere; con questa Shradda si conquista la Realtà”.
Normalmente riteniamo che la fede sia ciò che non si serve delle funzioni dell’intelletto. Qui si dice che le parole delle Scritture e quelle del Guru si ritengono vere dopo averle esaminate con l’intelletto (buddhyavadhAraNA). Non è una contraddizione. Poiché analisi e convalida dell’intelletto non significa prendere per vere le parole degli Shastra del Guru solo se l’intelletto le conferma con la sua analisi. Quindi cosa significa? Che l’intelletto deciderà dopo aver confermato questa analisi: “Non posso ritenere di sapere ogni cosa. Non è possibile giudicare da soli ogni cosa. Per quanto riguarda l’aldilà e il Sé, che sono incomprensibili alla gente comune, ma intuite per mezzo della saggezza realizzata (jnAna-dRRishhTi) accordata da Dio e per esperienza diretta dagli autori degli Shastra e dal Guru; ciò che essi hanno affermato deve essere accettato da noi senza investigare oltre”. Dunque l’intelletto non è chiamato a decidere della Verità; l’intelletto decide che non vi è posto per l’intelletto, qui.
Badate bene! Non stiamo parlando di uno stupido, povero di intelletto, che accetti qualsiasi cosa senza interrogarsi. Questi sarebbe senza dubbio tratto in inganno. Quando abbiamo menzionato il “nitya-anitya-vastu-vivekaM” abbiamo parlato della discriminazione tra il bene e il male che certamente necessita dell’uso dell’intelletto. Al fine di esercitare il discernimento, si deve sviluppare e allenare l’intelletto al suo massimo. Dall’altra parte quando gli Shastra o il Guru dicono qualcosa che non è comprensibile all’intelletto, si deve accettare senza permettere all’intelletto di intervenire. E’ più difficile impedire all’intelletto di intervenire che permettergli di esercitare le sue funzioni. E’ possibile solo dove si abbia una estrema umiltà. Si deve accrescere questa umiltà. Piuttosto che la fede cieca dell’uomo sciocco, si coltivi una fede intelligente, verso le parole degli Shastra e del Guru, senza controbattere con obiezioni – questa è la Shradda di cui abbiamo parlato.
”avadhArana” è un parola con due significati. Uno è “profonda convinzione”, l’altro è “limitazione”. Si devono integrare qui entrambi i significati. L’intelletto limita se stesso, giungendo alla conclusione che qui siamo “al di là della mia giurisdizione” e quindi alla determinazione di accogliere come vere le parole degli Shastra e del Guru. Con la Shradda si può conoscere la Verità, è quanto affermato con le parole “yayA vastu upalabhyate”. “Essa” (sA), Shradda, - la parola è femminile – per mezzo della quale la Realtà Assoluta (vastu) è ottenuta (upalabhyate) [...] : “Per mezzo di Shradda si ottiene la Realtà” - yayA vastu upalabhyate.
Sebbene comunemente chiamiamo tutto ciò che esiste nel mondo fenomenico “realtà” (vastu), quando sopravviene l’illuminazione questa esistenza si risolverà in pura immaginazione, perché solo il Brahman assoluto esiste in senso assoluto. Questo è la “Realtà” ultima, vastu. E questo “vastu” si ottiene per mezzo della Shradda.
Nella definizione di Shradda, l’intelletto riconosce i suoi limiti e conclude che gli Shastra e le parole del Guru sono vere – tale convinzione è Shradda, dice l’Acharya. Nell’Aparokshanubuti, invece, non riserva all’intelletto il compito di autolimitarsi; non gli accorda un simile ruolo e propone di conseguenza la semplice definizione che viene comunemente intesa: “nigamA-chArya-vAkyeshhu bhaktiH shraddheti vishrutA” – Shradda è l’espressione della Bhakti (fede e devozione) nei confronti delle parole del Guru e degli Shastra.
E’ molto frequente accomunare le parole Shradda e Bhakti. Bhakti è espressamente l’aspetto dell’amore e del gradimento e Shradda della fede. Ma se ci riflettiamo, la fede o la fiducia nascono dove c’è gradimento e il gradimento dove c’è fidatezza. I due aspetti sono inseparabili. Nelle parole del Guru e degli Shastra proviamo fede e insieme gradimento, amore e fiducia. Tutto questo è Shradda. L’amore è ciò che coinvolge il cuore. Il sentimento di profonda fiducia, dal cuore, nei confronti del Guru e degli Shastra è Shradda.
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