Le sei preziose qualità del ricercatore Shama e Dama Uparati (Cessazione)
Le sei preziose qualità del ricercatore
La terza parte della Sadhana-chatushhTayaM è chiamata ‘shamAdi shhaTka-sampatti’ – i sei preziosi tesori, il primo dei quali è Sama. Essi sono: Shama, Dama, Uparati, Titksha, Shradda, Samadhana. Di questi è noto Shradda, che tutti ritengono significhi un profondo interesse o coinvolgimento. Non è così. Una ferma convinzione o fede è Shradda; ho già detto che Shradda è la fede nelle parole delle Scritture e del Guru. Ugualmente la sesta qualità, Samadhana è una parola ben nota ma non compresa correttamente. Ne approfondiremo il significato quando verrà il momento.
Dove sono prescritti esattamente Shama, Dama e gli altri? Nella in Brihadaranyaka-Upanishad, (IV - 4 - 23) tra gli insegnamenti di Yajnavalkya a Janaka, è detto che uno Jnani deve essere Shanta (in possesso di Shama), Danta (in possesso di Dama) Uparata (in possesso di Uparati) Titukshu (in possesso di titiksha) e Samahita (in possesso di Samadhana). In altre parole, solo chi ha praticato e acquisito tutto questo può diventare uno Jnani ovvero conseguire l’Jnana. Sono qui menzionati cinque dei sei attributi. Nello stesso ordine furono enunciati anche dall’Acharya. Shradda è escluso dall’elenco, poiché è in effetti la base di tutto. La Shruti ne parla diffusamente. Dunque continueremo a riferirci a questi termini come i sei del “Shama e gli altri”.
Shama e Dama
Che cos’è Shama? L’Acharya ne dà la seguente definizione:
Virajya vishhaya-vrAtA doshha-dRRishhTyA muhur-muhuH / svalakshhye niyatAvasthA manasaH shama uchyate // (Vivekachudamani: 22)
L’insieme di tutte le esperienze sensorie del suono, del tatto, della forma, del gusto e dell’odore sono dette vishhaya-vrAta. Mediante la discriminazione (viveka) e il distacco (vairagya) si deve analizzare e scoprire che tutti questi sono ostacoli sul cammino della realizzazione del Sé e quindi devono essere evitati. Ciò è detto con le parole: muhur-muhuH doshha-dRRishhTyA virajya – ‘riconoscendo che essi sono nocivi, li si eviti con disgusto’.
La nostra mente pensa continuamente a quanto è considerato piacevole ed è disturbata ogni volta si trovi nell’incapacità di ottenere soddisfazione. Perciò non ha pace né felicità. Qualora si rifiutino gli oggetti dei sensi come nocivi diviene possibile stabilizzare la mente sul fine della Sadhana, l’Atman, pieno di pace di felicità. In altre parole, la mente che rincorre instancabilmente gli oggetti molteplici può essere fermata nella sua corsa e orientata verso un solo obiettivo. Questo tipo di controllo è detto Shama.
Si dovrebbe pensare agli effetti negativi del ‘vishhaya-vrAta’, il gruppo delle esperienze sensorie; ‘virajya’: evitarle con disgusto; ‘sva-lakshhye’ verso un solo obiettivo ‘manasaH niyata avasthA’ mantenere sotto controllo la mente; ‘shama uchyate’ questo è detto Shama.
In breve, il controllo della mente è Shama.
Perché la mente rincorre gli oggetti dei sensi? Accade a causa delle tracce residue delle esperienze passate. Le chiamiamo ‘odori’ o ‘vasana’. Si ripresentano vita dopo vita. La percezione delle ‘vasana’ continua in forma latente e sottile anche dopo la morte del corpo fisico. Quando l’anima ritorna a nascere e acquista un nuovo corpo, le vasana latenti iniziano a riattivarsi. Se si sradicano completamente le vasana, la mente si placa automaticamente. Questo è quanto l’Acharya chiama Shama nell’AparokshhAnubhUti: sadaiva vAsanA-tyAgaH shamo'yam-iti shabditaH – Si dice Shama la fine permanente dell’attività dei desideri e delle vasana.
E’ sufficiente comprendere che Shama è il controllo della mente.
L’elemento successivo è Dama. E’ il controllo degli organi di senso. In realtà ci sono molte cose da dire ancora su Shama. Ma il controllo della mente e il controllo dei sensi vanno di pari passo. Dunque parliamo un po’ del Dama così da poter poi approfondire entrambi.
Gli organi di senso sono dieci: cinque organi d’azione e cinque organi di percezione. Gli ultimi non possono ‘agire’ da soli. Gli organi d’azione invece agiscono autonomamente: azioni si svolgono con le mani e si chiamano perciò azioni manuali, le gambe agiscono camminando, saltando e correndo, la bocca parlando e cantando, e i due organi rimanenti eliminando gli escrementi o vIryaM dal corpo. Dall’altra parte gli organi di percezione sono quelli che conoscono (o percepiscono) le cose del mondo esterno e le ‘esperiscono’. Gli orecchi esperiscono il suono, la pelle le sensazioni tattili, il liscio, il ruvido,il caldo e il freddo, gli occhi i colori e le forme, la lingua i sapori come dolce, amaro, aspro e il naso gli odori.
Quando non teniamo questi organi sotto controllo accadono ogni genere di errori. Il Jiva è irretito dal mondo di Maya mediante le esperienze degli organi di senso. Solo controllando questi organi possiamo sperare di penetrare nel mondo della spiritualità. Tale controllo è chiamato ‘dama’.
Il significato principale di ‘shama’ e di ‘dama’ è per entrambe ‘controllo’ senza ulteriori qualificazioni specifiche, in relazione alla mente o al controllo dei sensi. Ma l’uso tradizionale riconosce due controlli – uno, il controllo degli organi di senso che ricevono le informazioni del mondo esterno e rispondono mediante organi delle azioni, percezione e risposta; quindi, due, il controllo della mente che crea il suo proprio mondo di pensieri che rimugina costantemente con o senza scopo. L’uso distingue questi due generi di controllo e adopera perciò ‘shama’ per il controllo della mente e ‘dama’ per il controllo dei sensi. Sebbene entrambi i termini significhino semplicemente ‘controllo’, fu l’Acharya stesso, in apertura del suo ‘shhaTpadI stotraM’ ad andare contro l’usanza tradizionale usando ‘damaya manaH' per dire ‘ controllo della mente’ e ‘shamaya vishhaya mRRiga-tRRishhNAM'per dire ‘controllo dei sensi che rincorrono il miraggio degli oggetti esteriori’. […] Questa interpretazione ha scatenato numerose controversie tra gli studiosi. Vi ricorderete che ho detto poco fa che le sei qualificazioni, con l’eccezione di shradda, sono enunciate nella Brhadaranyaka Upanisad. Nel suo commento a questo passaggio, l’Acharya interpreta ‘shanta’ (colui che è dotato di ‘shama’) come ‘colui che ha il controllo dei sensi esterni’ (‘bAhyendriya vyApArata upashAntaH’), quindi uno che abbia conseguito quella posizione generalmente accettata come ‘dama’; e interpreta perciò ‘danta’(colui che è dotato di ‘dama’) come ‘colui che ha liberato se stesso dalla sete (tRRishhNA) dell’organo interno’, la mente, (*antaHkaraNa-tRRishhNato nivRRittaH*) quindi, quello stato generalmente accettato come ‘shama’. D’altra parte nel Viveka-chudamani riprende il significato tradizionale. Ma non c’è ragione di sollevare alcuna controversia. Shankara scrisse i commentari alle Upanishad subito dopo l’iniziazione al Sannyasa, nella sua giovinezza. Successivamente, dopo avere viaggiato a lungo per il paese, decise probabilmente di adeguarsi all’usanza tradizionale.
Dama e shama implicano entrambe il controllo di sé esercitato da se stessi. Dunque quando parliamo di auto-controllo in senso integrale, di controllo dei sensi e della mente, possiamo usare correttamente dama o shama. Nel BrihadaranyakaM quando Brahma insegna agli esseri divini l’umiltà, dice semplicemente “damyata”, usando perciò soltanto ‘dama’.
Un nome alternativo per Bharata, figlio di Dushyanta e Shakuntala è ‘sarva-damana', che significa colui che controlla e domina su tutto. A causa della superiorità della sua bellezza Damayanti fu così chiamata. Il Dio della Morte, Yama, è chiamato ‘shamana’ perché conduce alla pace la vita di ciascuno, sia un re o un poveraccio, quando viene il suo momento.
Dalla parola ‘dama’ derivano le due parole ‘damanam’ e ‘danti’; così come dalla parola ‘shama’ provengono ‘shamanam’ e ‘shanti’, più diffuse delle precedenti. Sebbene si tratti sempre di controllo, in questa accezione denota un tipo di controllo gentile, non violento. La stessa parola ‘shanti’ indica il calmarsi e un processo pacifico ovvero uno stato in cui non si verifica un controllo sensibile.
‘Shanti’ è lo stato di calma mentale; ‘danti’ è la calma dei sensi. Ai Sannyasin si è soliti dare titoli quali ‘shAnti dAnti bhUmnAM’.
Occhi ed orecchi si possono schiudere per impedire che vedano o che odano. Mani e gambe possono essere tenute ferme al punto di non essere più in grado di muoversi. Ma ciò nonostante la mente potrebbe proseguire il suo corso senza alcuna disciplina. Sebbene i sensi non percepiscano, la mente può immaginare gli oggetti e rincorrendoli, farsene turbare. L’azione dei sensi si verifica unicamente per l’attivazione della mente e la sua soddisfazione, o soddisfazione dei desideri. Perciò è necessario immobilizzare la mente al fine di fermare le svariate attività dei sensi. A causa dell’importanza del controllo mentale e della disciplina, la sadhana esplora prima il shama e poi il dama.
Si potrebbe obiettare. “Se si è conseguito il controllo della mente [shama], il controllo dei sensi [dama] sarà automatico; perché affrontarli separatamente?” Il completo controllo della mente, detto anche ‘la morte della mente’ [mano-nAshaM] si verifica quasi all’ultimo stadio. Stiamo parlando ora del penultimo stadio. Ovviamente si deve cercare di controllare la mente a partire dall’inizio. Ma questo tentativo avrà successo solo nel corso del tempo. Quando gli occhi vedono un cibo appetitoso o il naso afferra qualcosa di piacevolmente noto, la nostra disciplina solitamente svanisce. Le gambe ci conducono al piatto e la bocca comincia a masticare. Quindi anche se la mente era riuscita a sostenere un po’ di controllo di sé, i sensi percepiranno gli oggetti e inizieranno a desiderarli, vanificando il controllo della mente. Finché non raggiungiamo una certa stabilità spirituale, la mente funziona in questo modo – cioè lasciandosi controllare se non compaiono oggetti nel raggio della percezione sensoria, e perdendo il controllo non appena i sensi percepiscono qualche oggetto di tentazione. Queste sono le situazioni in cui si deve essere capaci di imprigionare occhi, orecchie, naso, gambe, mani, ecc. Ecco perché ‘dama’ è menzionato contemporaneamente a ‘shama’.
La Kathopanishad descrive una bella analogia per la mente e i sensi. Il Jiva è come il signore seduto sul carro. Il corpo è il carro. L’intelletto è il cocchiere. Il carro è trainato dai cavalli, che sono i sensi. Il cocchiere governa il carro tirando le redini e quindi controllando i cavalli. Le redini sono la mente. L’intelletto - quando è già stato temperato mediante viveka e vairagya, le prime due parti della sadhana – è ora un intelletto saggio, e dunque un cocchiere esperto che può guidare il carro fisico lungo il cammino della vita. Il sentiero giusto è il sentiero spirituale. Il cocchiere deve tirare le redini con abilità, non troppo, non troppo poco, così che i sensi/cavalli vadano soltanto nella direzione della più alta esperienza di vita. Quando si è giunti alla realizzazione del Brahman, ecco che si possono lasciare i cavalli (i sensi) così come le redini (la mente) e il cocchiere (l’intelletto) – e il Jiva che ha diretto il viaggio può finalmente godere del Sé in sé e per sé.
’Dama’ significa auto-controllo; ma fin ora sono stati indicati solo i sensi percettori (jnAnendriyas). Così come la mente è la forza dietro i cinque sensi di percezione, dalla loro forza proviene la motivazione che spinge i karmendriyas (organi dell’azione) ad agire. Ecco perché il controllo degli organi dell’azione non è considerato separatamente. Il controllo degli indriyas è solitamente limitato al controllo dei sensi percettori solamente. Nel Viveka Chudamani, in seguito, si legge che i cinque sensi sono i prodromi di tutti i mali.
“Il cervo va incontro alla sua rovina a causa dell’udito (il cacciatore suona il flauto e il cervo ne resta incantato e si ferma; così viene catturato). L’elefante incontra la sua rovina mediante la pelle (l’elefante maschio viene catturato mentre si abbandona al contatto di una femmina utilizzata per tendergli una trappola). La falena va incontro alla morte a causa della vista (brucerà infatti attratta dalla luce di una lampada). Il pesce andrà verso la sua rovina a causa del gusto del palato (l’esca del pescatore attrarrà il pesce che finirà catturato dalla lenza). L’ape andrà verso la rovina per il profumo (catturata dal fiore che si richiude su di essa). Ecco che ciascuno dei cinque sensi di percezione sono causa di della morte di cinque specie di esseri. Gli uomini, d’altro canto, sono preda di tutti i cinque sensi. Cosa dire di loro?”
Nello sloka 23 si definisce il ‘dama’. E’ scritto: ‘dama’ è il controllo di entrambi i tipi di organi di senso, percezione e azione; il controllo dell’esperienza di piacere ottenuta mediante entrambi:
vishhayebhyaH parAvartya sthApanaM sva-svagolake / ubhayeshhAM indriyANAM sa damaH parikIrtitaH //
’Dama’ è detto il ritiro di tutti i sensi dai vari oggetti di fruizione e la limitazione di essi alle rispettive sfere (sva-sva-golake)
E’ chiaro il significato del ‘ritiro dei sensi’; ma la ‘limitazione dei sensi alle rispettive sfere’ può essere chiarito meglio. Vi dirò come io intendo questo passaggio. Non significa che non si debba vedere nulla, udire nulla, mangiare nulla, o che non ci si debba muovere o fare nulla con le mani o con i piedi. No, l’Acharya non intendeva questo. Se smettiamo ogni attività letteralmente il cammino della vita non sarebbe più possibile. E che ne sarebbe della Sadhana? Solo se lo schermo è presente possiamo proiettarci delle immagini. Tutto ciò che è necessario per la vita – come vedere, udire, mangiare, camminare, muoversi – deve essere fatto. Dunque quello che è necessario fare costituisce automaticamente un limite, una sfera di attività limitate, per tutti i sensi. Questo viene chiamato ‘golaka’ dall’Acharya. Questa particolare attività di ciascuno dei sensi (indiya) necessaria alla vita è il raggio di attività, golakam. Quando si trascende questo limite si ha un effetto dannoso per lo spirito. Si tratta di un limite che non deve mai essere superato. Un’automobile per esempio può andare ad una certa velocità; il vero scopo dell’automobile è recarsi nei luoghi che si desidera raggiungere. Ma abbiamo un limite di velocità. Allo stesso modo nel viaggio della vita, a qualunque tappa ci troviamo di esso, lavorano i sensi. Non possiamo reprimerli eliminando il loro operato.
Nella Bhagavad Gita il Signore ha detto (III – 8): “Compi le azioni che ti spettano; se non compirai alcun lavoro non ti sarò possibile continuare a vivere”. Questo si deve collegare a quanto abbiamo detto.
Non figuratevi ‘golaka’ come una sfera. Vedetela come un’orbita – il tracciato del movimento, non il semplice movimento. Quando tutti i pianeti mantengono la propria orbita attorno al sole, il sistema solare e i suoi abitanti proseguono normalmente a propria routine.
Affinché la vita nell’universo prosegua regolarmente, il movimento dei pianeti deve essere conforme all’ordine. Cosa accadrebbe se un pianeta fuoriuscisse dalla sua orbita? Cosa accadrebbe se i pianeti non si trovassero ciascuno nella propria orbita? Sarebbe il caos. Allo stesso modo i dieci sensi dell’uomo devono essere mantenuti nelle rispettive orbite e limitati a svolgere il proprio lavoro; altrimenti non ci sarebbe vita alcuna, ma solo morte. […] In breve dobbiamo vigilare che le indriya svolgano il lavoro necessario, ma senza fuoriuscire dalla sfera limite del loro raggio di azione. Lo ‘sthApanaM’ (fissaggio, stabilizzazione) dei sensi nelle relative sfere d’azione non significa fermarli, ma ancorarli al percorso definito. Ricordatevi che questo si applica ad entrambi i generi di sensi: jnAnendriyas (sensi di percezione) e karmendriyas (organi/sensi dell’azione).
Solitamente i cinque sensi percettori e i cinque organi dell’azione sono conteggiati insieme alla mente, come gli undici indriyas. Gli undici Rudra di Shiva sono gli adhi-devata, le divinità che presiedono a questi sensi. Quando digiuniamo nel giorno di Ekadasi (l’undicesimo giorno del ciclo lunare) lo facciamo per affamare gli undici indriyas. Manu ha detto:
ekAdashaM mano jneyaM svaguNeno-bhayAtmakaM / yasmin jite jitAvetau bhavataH panchakau gaNau // (Manusmriti II - 92)
“Conosci la mente come l’undicesimo indriya, che intrattiene una relazione attiva con i due gruppi di cinque indriya; eliminando questa solo, avremo il dominio degli altri dieci”.
Esiste un’altra classificazione. La mente e i sensi percettori (jnAnendriyas) sono contati assieme come sei. Nella gita il Signore dice: ‘indriyANAM manashchAsmi’ (X -22). E più nello specifico, dice in XV-7, ‘manaH shhashhTAnIndriyANi’ – i sei indriyas inclusa la mente.
In alcuni passaggi l’Acharya sostiene questa classificazione. Per esempio, gli indriyas sono talvolta chiamati ‘karana’ strumenti, poiché sono gli strumenti che permettono di compiere le azioni che esaudiscono la volontà dello jiva. D’altra parte, le azioni quali pensare, pianificare, provare felicità e dolore – sono svolte dalla mente che è all’interno. Perciò la mente è chiamata ‘antaH-karaNaM’. Insieme ai cinque karana che svolgono il lavoro all’esterno, l’Acharya visualizza il sestetto come un’ape e scrive nel Soundaryalahari (90) ‘majjIvaH karaNa-charaNaH shhaT-charaNatAM’: l’ape ha sei zampe e così lo jiva ha sei indriya (karana) è come un’ape. Ogni movimento si attua per mezzo di queste zampe. Nella vita ogni azione si svolge per mezzo dei sei karana; perciò sono utili come le zampe dell’ape. L’ape immersa nel fiore di loto resta immobile, incantata e dimentica di sé. Così la preghiera del devoto è di essere immerso nei piedi di loto della Dea Madre, dimentico di sé come un’ape nel fiore di loto. Così è quando la mente e i sensi sono stati placati, realizzati shama e dama, lo Jiva è immerso nell’Assoluto. […]
In breve, il controllo dei sensi e quello della mente devono procedere a braccetto, completandosi a vicenda. Infatti tutti gli aspetti della Sadhana devono muoversi compattamente ed essere praticati insieme. Vi ho già detto che non dovete seguire i precetti in successione, isolatamente. Devo ripetere questa raccomandazione nel caso di ‘dama’ e ‘sama’, con ancora maggior convinzione.
Talvolta i sensi agiscono involontariamente; forse potremmo dire che in questi casi la mente non ha niente a che fare con essi. Ma nella maggior parte delle volte, fermando la mente o le indriya non si ha più risposta delle mente. Il movimento delle indriyas è di fatto la risposta deliberata della mente che ricerca di soddisfare i desideri mediante i sensi. Ovviamente ci può essere una parte di movimenti involontari degli indriya stessi. Possono essere movimenti soltanto, non arresti di movimento. Solo la mente può fermare il movimento dei sensi. Dunque shama e dama sono entrambi responsabilità della mente.
Il Signore Krisna parla anche di ‘dama’ in termini di controllo della mente: "indriyANi manasA niyamya" in III – 7 (Bhagavad Gita?) e la stessa espressione ricorre in VI-24, dove dice: "manasaivendriya-grAmaM viniyamya" – che significa, il gruppo dei sensi deve essere tenuto sotto controllo dalla mente. Dalla mente, non dal soggetto. Dunque controllandoli, gradatamente e lentamente (shanaiH shanaiH uparamet), si giunge a placarli. ‘Uparati’ segue ‘shama’ e ‘dama’ nel shhaTka-sampatti. ‘Uparati’ significa la pacificazione di tutto. […]
"bhavanti bhAvA bhUtAnAM matta eva pRRithak-vidhAH" – Tutte le differenti attitudini provengono da Me, dice il Signore. E ne espone una lista delle più elevate: (X-4,5) intelletto, saggezza, non-illusione, perdono, verità, autocontrollo (dama), quiete (shama)… E nella lista di qualità divine descritta nel 16° capitolo include shama e dama. Come ho già detto, ciò che si ottiene mediante shama è ‘shanti’ (pace) e mediante dama è ‘danti’.
Un Sannyasin è chiamato ‘yati’, il cui significato è colui che controlla o che possiede controllo. Le parole ‘yama’ e ‘yata’ indicano entrambe controllo o disciplina. Il divino Yama (la Morte) è colui che controlla tutti con la paura. Il genere di controllo che esercita Yama riguarda gli altri. Ma il significato di ‘yati’ è il controllo di sé. Perciò gli Sahastra e la Gita, indicano lo ‘yati’ come ‘yatAtaman’ o ‘samyatAtmA’. Chi abbia acquisito ‘shama’ e ‘dama’ è uno ‘yati’ o un ‘sannyasi’.
Il Signore ha detto (IV-39) “shraddhAvAn labhate jnAnaM tatparaH samyatendriyaH” - colui che con fede e dedizione (shradda), ha preso il controllo dei sensi ed è perciò ‘samyatendriya’, raggiunge l’Jnana. Con queste parole ha integrato simbioticamente shradda, shama e dama, tre elementi della sAdhana-chatushhTayaM!
Descrivendo gli attributi di uno sthita-prajna, dice: “Come una tartaruga ritira la testa nel guscio se scorge un pericolo, l’essere umano dovrebbe ritirare i sensi dagli oggetti sensibili, rivolgendoli in se stesso”, sottolineando l’importanza del controllo dei sensi attraverso questa bellissima analogia. Ogni volta che i sensi vanno disordinatamente a loro piacimento, per l’essere umano è un momento di pericolo. La tartaruga ritrarrà la testa nel guscio solo al sospetto di un pericolo; ma l’esser umano deve sempre ritirarsi. Il Signore sottolinea questo fatto usando una semplice parola in più: sarvashaH, che significa ‘sempre e con ogni mezzo’: yadA samharate cAyaM kUrmo'ngAnIva sarvashaH
Nella Brhadaranyaka Upanishad l’intera comunità divina riceve un consiglio: (V.2-1) “dAmyata”, cioè: tenete i vostri sensi sotto controllo. La storia è così: Non solo gli Dei, ma gli Uomini e anche gli Asura – tutte le tre specie andarono da Prajapati, il Creatore, per riceverne consiglio. Brahma disse loro una sola lettera “da” e poi chiese loro se avessero capito.
Normalmente ciascuno conosce le proprie debolezze. Così se qualcuno dà un consiglio poco chiaro e chiede di comprendere ciò voleva dire, ognuno intenderà il messaggio nel modo che ritiene sia applicabile a sé. Comprendere da soli un messaggio in questo modo è molto utile. Ecco come, nella storia della Brhadaranyaka Upanishad, la singola lettera “da” fu detta da Brahma a tutte le tre specie di esseri (deva, asura e manushya) contemporaneamente, ma ciascuno di essi la intese come la prima lettera di un messaggio indirizzato precisamente a sé. Gli Dei, ritennero che stesse per ‘damyata’, controllate I vostri sensi. Il Creatore approvò la loro interpretazione. Gli umani ritennero che significasse “datta”, dare: fate la carità, siate caritatevoli. E anche questo fu approvato dal Creatore. Gli Asura intesero “dayadhvaM”, siate compassionevoli. E ancora il Creatore diede la sua approvazione.
L’Acharya nel suo commento scrive che le tre categorie di esseri – deva, manushya e asura – si trovano tutte tra gli esseri umani. Le persone che sono generalmente note per essere buone, ma che non hanno controllo dei propri sensi sono gli ‘dei’. Coloro che non hanno disposizione caritatevole e sono avidi sono i manushya, poiché la più grande debolezza umana è l’avidità e la conseguente assenza di disposizione caritatevole. Coloro che non possiedono invece neanche un briciolo di compassione nei loro cuori sono classificati come asura. In altre parole, tutti i tre messaggi sono diretti all’umanità.
La morale di questa storia è che anche coloro che possiedono delle buone qualità, mancano di autocontrollo. Questo poiché l’attrazione per gli oggetti sensibili ha il potere di trascinare l’uomo nel vortice di maya. Perciò uscire da questa attrazione può essere molto difficile. Non è necessario separare shama e dama in due fenomeni distinti, persino per gli dei fu consigliato il controllo di mente e sensi – e tale controllo va perseguito con ogni sforzo. Non si deve abbandonare l’impegno dopo pochi tentativi infruttuosi. Non ci si deve sentire abbattuti dall’insuccesso degli sforzi. Abbiate fiducia in Dio e continuate a sforzarvi costantemente. Mantenetevi saldi nella pratica senza scoraggiarvi.
Anche quando gli oggetti esteriori non sono nel raggio di percezione dei sensi, la mente potrebbe pensare per tutto il tempo alle esperienze ad essi collegate. Il controllo di questi pensieri è ciò che definiamo controllo della mente. Non è affatto facile da ottenere. […] Vrata, il digiuno degli occhi dalle visioni degli oggetti, o l’evitamento de piacere dei sensi durante giorni stabiliti – questi sono alcuni sforzi che si possono praticare con continuità. Porteranno la mente ad apprendere la pratica del shama e a diventare un po’ più matura. Quando gli oggetti dei sensi non sono presenti, si può imparare a controllare la mente dal pensare alle esperienze di essi e cercando di mantenerla in quiete; ma quando ritorneremo dalla solitudine al mondo esterno, immediatamente le orecchie desidereranno musiche di intrattenimento e la lingua vorrà un caffè o un'altra bevanda, come loro abitudine. Quindi ciascun indriya, senza alcun intervento della mente, rincorrerà le sue vecchie vasana. Libero dalle redini, il cavallo riprenderà la sua corsa! Di nuovo deve essere utilizzata l’arma del dama. Dunque oltre al dominio delle indriya in rincorsa degli oggetti esterni, si deve esercitare shama sulla mente così che non sia questa a mettere in moto il desiderio, a prescindere dalla disponibilità immediata di oggetti sensibili. Shama e dama si possono usare perciò anche alternativamente oltre che simultaneamente, finché non si è completamente raggiunto il necessario controllo di entrambe le sfere. Il traguardo di questo apprendistato è ovviamente la pace totale [shanti] che si ottiene con la piena acquisizione del ‘shama’.
Quando la mente è finalmente placata e stabile, quello è l’Atman. Quando la mente si ferma, l’Atman risplende. Anche nello stadio precedente, i sensi potrebbero involontariamente sospendere la loro attività e la mente potrebbe realizzare la sua volontà di controllo dei sensi. Dopo di che, resterebbero da eliminare solo le vasana rimanenti nella psiche. Questa eliminazione avviene quando ‘shama’ è completamente acquisito. La totale cessazione della mente genererà la realizzazione dell’Atman. Dunque shama è la quiete finale. Ecco perché recitiamo “shanti shanti shanti” e ne parliamo come "Atma-shAntiH". La parola ‘danti’ (controllo di mente e sensi) è equivalente. L’azione del controllo implica una forza, da cui scaturisce ‘Shanti’. Ma non si dica “controllo, poi shanti”, bensì “controllo, che è già shanti”.
Tutti i grandi hanno pregato per ottenere la calma controllata della mente. Il Signore Krishna ci ammonisce:
Yato yato nishcharati manash-chanchalam-asthiraM / Tatas-tato niyamyaitat Atmanyeva vashaM nayet // (VI - 26)
[26. Ovunque la mente vaghi a causa della sua natura agitata e instabile, deve essere ricondotta al Se'. ]
L’uso delle parole ‘chanchalaM’ (agitata) e ‘asthiraM’ (instabile) per descrivere la natura turbolenta della mente è significativo. Ma in qualunque caso si verifichi questa agitazione e instabilità verso gli oggetti esterni, in qualunque circostanza la mente deve essere riportata e fissata entro i confini del Sé, dice il Signore.
Uparati (Cessazione)
Quando dunque si è stabilizzati nell’Atman, questo è lo stadio successivo della sestina, detto ‘uparati’. Uparati significa fine, cessazione. Comprende anche il significato di morte. In una delle sua canzoni, Tayumanavar dice ‘la mente deve imaparare a morire’. Questo è lo stato in cui la mente ha raggiunto una condizione di non-attività e si è perciò acquietata. Mediante la continua pratica di shama e dama, la mente si è liberata dagli oggetti esterni ed è stabilmente nella quiete, priva di attività – ciò è l’uparati. Ecco la definizione del Vivekachudamani (24):
”bAhyAvalambanaM vRRitteH eshho'paratir-uttaMA”
L’uparati qui menzionata come la più alta (uttamA) è il dominio dell’esteriore ‘bAhyAvalambanaM’. Esteriore non significa soltanto ciò che viene percepito dai sensi, come la vista, l’udito o il movimento delle gambe e delle mani. Tutto ciò che è “esteriore” rispetto all’Atman, altro dall’Atman, è incluso nell’’esteriore’. Tutti i pensieri che sorgono nella mente sono parte dell’esteriorità. La mente stabilizzata è perciò priva di tutto. La parola ‘stabilizzata’ equivale a ‘morta’, perciò si chiama uparati. La mente è ora priva di azione. Ma non è ancora la realizzazione dell’Atman. Quando questo si verifica abbiamo l’esatto opposto alla morte; è lo stato di immortalità, amRRitaM. Ma a questo stadio l’Atman non è stato ancora realizzato, sebbene la mente sia priva di turbolenze o vibrazioni, come fosse morta.
Nelle Upanishad troviamo varie discussioni che riportano gli opposti argomenti delle varie scuole filosofiche. La dissertazione di uno dei contendenti può arrivare a rispondere a tutte le obiezioni rivolte dall’avversario, tanto che questi ne rimanga persuaso e infine totalmente messo a tacere. La parola usata in queste circostanze è "upararAma", che significa: l’avversario si fermò, terminati gli argomenti. In altre parole egli raggiunse l’uparama, lo stato di quiete. Le parole uparama e uparati sono equivalenti. Infatti ‘yama’ e ‘yati’ indicano entrambi lo stato di non-azione o quiete, così come uparati.
Colui che ha raggiunto l’uparati è detto uparata. Tale persona è descritta dall’Acharya nel suo commento alla Brhadaranyaka Upanishad come sarvaishhaNA vinirmuktah sannyAsI (IV - 4 - 23). EshhaNa, significa desiderio. In un altro passaggio della stessa Upanishad (III-5-1) l’Jnani è detto girovagare come un mendicante, avendo abbandonato l’eshana per la progenie, l’eshana per il denaro e l’eshana per la vita mondana. Generalmente i tre desideri, precisamente putra-eshhaNA (desiderio di progenie), dAra-eshhaNA (desiderio della moglie) e vitta-eshhaNA (desiderio del denaro) sono chiamati la triade dei desideri (eshhaNA-trayaM). Nel LalitA-trishati, la Madre Divina viene chiamata “eshhaNA-rahitA-dRRitA”, colei che è propiziata da coloro che non hanno desiderio.
Vairagya, il distacco, connota a sua volta uno stato in cui il desiderio è stato distrutto. Ma in questo caso il disgusto dell’oggetto rimane dominante. E’ lo stato in cui si rifiutano le cose a causa del disgusto. Ma ora, nell’uparati non vi è disgusto né desiderio.
Quando diciamo ‘Vairagya’ intendiamo un implicito disgusto verso i desideri, per cui il desiderio principale diventa quello di distruggerli. Nello shama-dama il solo obiettivo è dominare la pulsione della mente verso i desideri e i sensi dall’azione di soddisfare le pulsioni. Ma nessuna azione ulteriore. La mente è finalmente placata dopo aver esercitato vairagya, shama e dama. Ma l’arresto non è ancora completo, poiché il totale annichilimento è tuttora molto lontano. La quiete attuale è simile ad una sospensione. L’ AtmAnubhava, la beatitudine, ecc non sono ancora qui. E’ come se si fosse fatto un vuoto; perciò vi è pace fino che la turbolenza è assente.
Poiché il desiderio è stato distrutto, l’Acharya chiama questo uparata un sannyasin (nel Brihadaranyaka Bhashya). In realtà oltre le sei qualità, ne abbiamo un altro gruppo di tre: titikshhA, shraddhA and samAdhAna. Dobbiamo ancora vedere di cosa si tratta. Solo dopo queste tre, abbiamo ancora ‘mumukshhutvaM’, l’ardente desiderio di Liberazione. Solo dopo di questo, il sannyasa. Come mai qui, chiederete. Ricordate cosa vi ho detto in precedenza. Le Sadhana non sono stabilite come sequenze di passaggi di cui uno segue l’altro in successione rigida. Avvengono mescolando tra loro vari passaggi. Quando avviene ciò che è indicato, quando si raggiunge un completo vairagya come descritto prima, si può prendere immediatamente il sannyasin. Se si è fermamente stabilizzati in uno dei sAdhanAngas, gli altri avvengono di conseguenza. Lo faranno. Ecco perché è detto: quando si è raggiunto l’uparati, segue il sannyasa. Il significato letterale di sannyasi è ‘persona felicemente rinunciante’, questa deve essere la ragione per cui un uparata è chiamato sannyasi. Infatti le qualità che ancora devono emergere sono titiksha, shradda, samadhana – in nessuna delle quali si trovano caratteri di rinuncia. Lo comprenderete appena vi spiegherò questi passaggi. Quando la cognizione dell’esterno (bAhyAvalambanaM) è terminata, si ha l’uparati; e l’abbandono di tutto questo è il sannyasa. ‘Niasa’ è abbandonare o gettare via, farlo bene è ‘sannyasa’.
Nel Viveka-cudamani, all’inizio l’Acharya parla di Sadhana-chatushhTayaM. Di nuovo, all’interno, parla di viveka, Vairagya e uparati. Potreste ben domandare come mai si insegni queste cose a una persona che ha già preso il sannyasa e si sta avviando quasi alla conclusione della sadhana. Tutti i SadhanAnga maturano gradualmente verso la perfezione, mano a mano che ci si evolve spiritualmente. Perciò il viveka-vairAgya elaborato all’inizio, è ripreso nello sloka 175 (o 177) in cui si afferma che solo mediante ‘atireka’, cioè una crescita eccezionale, la mente diventa pura e qualificata per la liberazione. Ancora, proseguendo (shloka 376/377) agiunge:
vairAgyan-na paraM sukhasya janakaM pashyAmi vashy-AtmanaH
“Allo yati che ha conquistato il controllo della propria mente, nulla altro che il vairagya può riservare della felicità”
Similmente, dopo il vairagya arriva la conoscenza e dopo la conoscenza l’uparati - ed il completo conseguimento dell’uparati è descritto negli sloka 419/420.
Ma quando la mente è giunta all’uparati, è terminata l’ascesa, in maniera secca? No. Può apparire così. Ma la grazia di Dio non ci lascerà così. Questo ricercatore, che abbia il solo obiettivo di ricercare la verità del Brahman Assoluto, che ha controllato tutti i suoi desideri e placato la sua mente con grande fatica, non sarà lasciato da Dio in questo modo. Né gli sarà accordata immediatamente la realizzazione di Brahman. Il suo Karma deve essersi esaurito,prima. Prima che arrivi il suo tempo, Dio darà lui la possibilità di raggiungere lo stadio del Samadhana, che gli permetterà di ricevere l’upadesha del Mahavakya. Ecco come funziona.
Ma tra uparati e samadhana si trovano altri due elementi: titiksha e shradda.
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