Vairaagya (Distacco)
VAIRAAGYA (Distacco)
[Si è detto che] si deve distinguere tra nitya (il permanente) e anitya (l’impermanente). […] Ne consegue che quando si sia fatta un’analisi di ciò che è favorevole all’evoluzione spirituale e ciò che è dannoso, dobbiamo innanzitutto evitare ciò che è dannoso. Dunque iniziamo col distinguere il bene e il male. Una vera distinzione ci insegnerà molto su come evitare il male e cogliere il bene. E nel corso del tempo questa scelta diventerà automatica, continuando a praticarla per un lungo periodo di tempo. Dobbiamo cominciare perciò concentrandoci sul rifiuto delle cose indesiderabili.
Ci affacciamo sulla seconda parte delle quattro fasi che compongono la Saadhana-ChatushhTayaM. Si chiama VairaagyaM (distacco, rinuncia, non-attaccamento), oppure virakti. ‘Ragam’ e ‘rakti’ significano entrambi desiderio o piacere. Il rifiuto consapevole del desiderio o del piacere è ‘vairaagyaM’ o ‘virakti’.
I piaceri sensuali sono il più grande ostacolo alla saggezza spirituale. Parliamo del piacere dei sensi. Quando rincorriamo un piacere significa che proviamo desiderio di sperimentare quel piacere. Se invece non provassimo quel desiderio, lo inseguiremmo ugualmente? Dunque quello che intendiamo con il superamento di questi ostacoli alla crescita spirituale è vincere tutti i desideri – dal semplice desiderio di uno spuntino al più complesso desiderio di conquistare un premio prestigioso. Questa assenza di desiderio è esattamente il significato di VairaagyaM.
Tirumoolar, il mistico Tamil, descrisse il Vairaagya parAkAshhT (apice del distacco) come segue:
”Elimina i tuoi desideri, elimina i tuoi desideri! Elimina anche il desiderio di Dio! Come inizi a desiderare arriva la miseria Elimina i desideri – questa è la felicità, la Beatitudine!”
Quando i desideri sono stati totalmente eradicati, la moksha è proprio lì!
Il desiderio è sete. Quando arriva la sete, la lingua desidera acqua; così è anche la sete per il godimento dei piaceri sensuali. Solo quando se ne sarà andata potrete ottenere il Nirvana – questa fu la grande scoperta del Buddha, dicono i testi buddisti. Ogni religione tra i popoli civilizzati non manca di dare importanza allo sradicamento dei desideri.
Anche il nostro Acharya ha dato grande importanza al Vairaagya [distacco] che sradica tutti i desideri. Nell’opera ‘aparokshhAnubhUti’, a proposito della disciplina della Sadhana, parla di “vairaagyAdi chatushhTayaM” – le quattro parti consistenti in Vairaagyam ecc, accordando a Vairaagyam il primo posto.
Vediamo come l’Acharya definisce il Vairaagyam:
tad-vairaagyaM jugupsA yA darshana-shravaNAdibhiH / dehAdi-brahma-paryante hyanitye bhogya-vastuni //
La definizione nel Viveka-Chudamani (sloka 21) è indiscutibile: ‘Questo è VairaagyaM’ ‘Che cos’è?’ Repulsione per gli oggetti di godimento di questo corpo, di tutti i generi, dalle cose viste, alle cose udite, ecc nel mondo umano, fino agli oggetti di godimento situati nel Brahma-loka - questo è VairaagyaM.
"jugupsA" significa il disgusto che induce a rifiutare una certa cosa. Una lettura alternativa dice ‘jihAsA’, il significato è lo stesso.
Quando si è conseguito l’Jnana (la conoscenza suprema), si prova amore verso ogni cosa. Non c’è più questione di rifiuto. Poiché nessun oggetto, sia cattivo o attraente, potrà più affliggere il Conoscitore. Ma negli stadi precedenti non è così. Tutti gli oggetti di godimento sensoriale che possono farci scivolare in basso devono essere evitati con disgusto – solo così ci si potrà salvare. Affinché in seguito emerga la personalità dell’Amore, si deve creare prima in se stessi questo sentimento di avversione!
L’avversione non è per le persone. Certamente no. L’avversione e il disgusto sono solo per la schiavitù che deriva dal nostro attaccamento ad esse; riguarda solo le cose piacevoli che possono offrire. Se qualcuno abbandonerà perciò la sua casa, non sarà a causa dell’avversione per la madre, la moglie, il figlio o la figlia; certamente no. La repulsione o disgusto è dovuto agli ostacoli alla spiritualità che si creano nella schiavitù dell’attaccamento ad essi. La madre indebolisce i nostri sforzi di purificazione dell’anima quando digiuniamo, tentandoci con cibi appetitosi; quando si ha la sposa al proprio fianco la mente si fa vibrante; il figlio dovrà essere ammesso alla migliore facoltà di ingegneria anche se costerà un mucchio di soldi; la figlia vorrà sposare un dottore e si dovrà trovarle una dote adeguata – e dunque ciascuno di essi vi legherà in qualche modo. La repulsione sarà verso questi obblighi. La repulsione è per la schiavitù per queste azioni e per i piaceri che ne derivano, non per le persone coinvolte. Non per il regno animale. Anche nello sloka che discutiamo, è detto "bhogya-vastuni jugupsA" – che significa, disgusto verso ‘gli oggetti di piacere’ e non verso gli Jiva. In altre parole se isoliamo noi stessi dagli jiva, non è per odio o disgusto per essi, ma perché mediante loro proviamo attaccamento al godimento delle esperienze.
Quindi, discriminando tra gli oggetti transitori e permanenti, apprendiamo che tutti gli oggetti che cadono sotto l’esperienza dei sensi sono transitori e di conseguenza sviluppiamo disgusto per essi “jugupsA... hyanitye bhogya-vastuni”
Solo se abbiamo sviluppato questo sentimento di avversione riusciremo a stare lontani dagli oggetti che inducono alla schiavitù di Maya. L’attitudine a “lasciar perdere, lasciare che sia” in questo caso non è sattvica [equilibrata, spirituale]. E’ solo stupidità. “Non avere paura di ciò deve fare paura è ignoranza” dice Tiruvalluvar. Nel suo Tirukkural ci insegna ad essere uomini coraggiosi, a non avere timore. Nonostante ciò, prima di conseguire quel coraggio, non dobbiamo sbagliare per stupidità; perciò dice “In questo mondo si devono certamente evitare le cose di cui abbiamo giustamente paura; altrimenti siamo solo degli sciocchi”. Ignoranza e stupidità non sono due cose separate. Il nostro Acharya che ci ha insegnato ad amare ogni cosa – lo stesso Acharya ci insegna a sviluppare, nelle fasi iniziali dell’ascesa spirituale, il disgusto per quelle cose che rappresentano un ostacolo alla crescita dello spirito.
Egli espresse un’eloquente analogia, che potrebbe disturbarci. E’ un esempio che può a sua volta essere disgustoso. Lo stesso esempio è riportato dall’Acharya in tre libri ‘Bala-bodha-sangrahaM’, ‘aparokshAnubhUti’ e ‘sarva-vedanta-siddhanta-sara-sangrahaM’. Nei primi due, dice “yathaiva kAkavishhTAyAM” e nel terzo “kAkasya vishhTAvat asahya-buddhiH”. L’analogia è con gli escrementi di una cornacchia. Così come siamo spontaneamente disgustati dagli escrementi di una cornacchia, così dovremmo essere disgustati dalle esperienze sensuali – questo è il senso dell’analogia. Supponiamo di fare un picnic sotto l’ombra di un albero e improvvisamente dai rami cadano gli escrementi di una cornacchia sul nostro piatto colmo di ottimo cibo. Ci allontaneremo immediatamente dal cibo disgustati, giusto? E anche se la cornacchia se ne sarà volata via, anche di fronte ad un nuovo piatto di cibo, il nostro appetito sarebbe rovinato e non riusciremmo più a mangiare. Questo tipo di disgusto è quanto si deve sviluppare verso gli oggetti di godimento sensuale - questo è vairaagyaM, dice l’Acharya. Quando questo disgusto sarà diventato molto intenso, anche un picnic apparirà disgustoso quanto gli escrementi della cornacchia. Si comincerà a pensare che non c’è bisogno di un picnic quando, come ha detto l’Acharya, per calmare la fame è sufficiente mangiare di ciò che si riceve dal Biksha (elemosina rituale).
Non si tratta dei soli piaceri che si esperiscono in questo mondo per mezzo del corpo umano. Il nostro disgusto deve riguardare persino quei godimenti che ci si augura di conquistare nel mondo di Brahma [“in cielo”]. Il jugupsA [disgusto] deve arrivare fino lì, “dehAdi brahma-paryante”
La Verità Assoluta, che è senza forma e senza attributi, chiamata Brahman – è la sola cosa da desiderare. La felicità che può provenire dal Signore la cui forma è il Creatore BrahmA, in questo mondo, deve essere scartata come cosa senza valore. […]
Tiruvalluvar disse: “Quelli che non hanno Denaro perdono questo mondo; quelli che non hanno la Grazia perdono l’altro mondo” […]. Le esperienze godute nel Brahma-loka non sono perciò esperienze della spiritualità; né è la beatitudine del Brahma-loka la beatitudine dell’Atman. I piaceri del Brahma-loka svaniscono anch’essi al termine del kalpa [ciclo cosmico]. Non è la beatitudine permanente dell’Atman. Inoltre, tale felicità relativa è connotata dalla distinzione tra Jivatma [anima individuale] e Paramatma [Essere Supremo] e perciò non è nemmeno un briciolo della grande Beatitudine dell’identificazione dei due. Dunque Viraga [distacco] è Vairaagya [rinuncia] dall’esperienza [bhoga] degli oggetti di questo o dell’altro mondo. Perciò è detto ‘ihAmutrArtha-bhoga-virAgaM’. Quando parliamo, invece, di rinuncia [vairaagya] ai frutti di questo o dell’altro mondo, diciamo ‘ihAmutra-phala-bhoga-virAgaM’: artha è l’oggetto, phala e ciò che riceviamo da quell’oggetto.
Coloro che possiedono Vairaagya sono chiamati ‘vIta-rAga’. Nella Mundakopanishad (III-2- 5), si descrivono i Rishi come soddisfatti della loro Illuminazione, stabilizzati nell’Atman e vIta-rAga (liberi da attaccamenti) e infine sono descritti come ‘prashanta’ – pienamente realizzati.
Il disgusto che proviene dal Vairaagya è chiamato ‘nirvedam’. Stranamente, è questo il sentimento alla radice del ‘shanta rasa’ [desiderio di pace]- dice l’Alankara Shastra. Vairaagyam e Nirvedam sono parole simili. L’Acharya le commenta così: il prefisso ‘ni’ aggiunto alla radice ‘vid’ compone la parola ‘nirvedam’, il cui significato è ‘vairaagyam’.
Due cose sono tenute in alta considerazione nel cammino del Karma, conosciute con il nome comune di “Ishta-purtam”, precisamente i sacrifici rituali e il servizio sociale. Ma si tratta soltanto di preliminari (pUrvAngas) cui rinunciare quando ci avranno condotto sul sentiero dell’Jnana-yoga. Se invece di prenderli come parte del Karma-yoga, qualcuno li stima capaci di condurci direttamente all’obiettivo finale, è una grossa sciocchezza - pramUDha, dicono le Upanisad, non si tratta di sciocchi qualsiasi, ma di sciocchi totalmente illusi. “Un bramino intelligente può comprendere con l’analisi che persino i cieli conquistati con il karma più eccelso sono solo ‘anitya’ [impermanenti]; può riconoscere pienamente che il Brahman che è privo di azione non può essere ottenuto mediante le azioni; e perciò pervenire al ‘nirvedam’, quindi, di fatto al vairaagyam [distacco]. Dopo di che cercherà un Guru che sia brahma-nishhTa [conoscitore del Brahman], prenderà da lui l’upadesha e otterrà egli stesso il brahma-jnAna [conoscenza del Brahman].
All’inizio abbiamo visto che il Karma yoga è il primo stadio; ricevere l’istruzione formale per il brahma-jnAna dopo essere diventati Sannyasin è il terzo stadio; quello che avviene nel frattempo come secondo stadio è la sAdhana-chatushhTayaM; e la seconda fase della Sadhana di quattro fasi è il VairAgyaM. Qui abbiamo parlato di Karma come primo stadio, poi abbiamo citato solo VairaagyaM e quindi subito l’istruzione al Brahma-jnAna, che rappresenta effettivamente il terzo stadio. Da questo deve essere chiaro che il solo VairaagyaM è sufficiente e se lo si possiede saldamente, tutte le quattro fasi della sAdhana-chatushhTayaM sono acquisite automaticamente.
Quando l’Acharya scrisse il Bashyam [commento] a questa Upanishad [BrihadAranyaka Upanishad], nei mantra dove si tratta dell’apara-vidya [conoscenza imperfetta] mondana e dalla para-vidya [conoscenza suprema] spirituale, affermò: “Tutti possono studiare il Brahma-vidya, nel senso di ricevere una conoscenza formale del Brahma-jnAna e diventare molto eruditi; ma se qualcuno vuole ottenere la conoscenza vissuta del Brahman deve recarsi, con VairaagyaM, da un Guru e ricevere l’upadesha – “gurvabhigamanAdi-lakshhaNaM vairAgyaM”. Dunque qui si parla solo di vairaagyam.
Abbiamo visto che l’Acharya ha definito VairaagyaM come “darshana-shravaN- AdibhiH jugupsA”, cioè “il disgusto per tutto ciò che è veduto e udito”. Parla perciò di due generi di cose: ‘vedute’ e ‘udite’. Ricordate che anche il Signore Krishna parla di due elementi (in BG II - 52) “shrotavyasya shrutasya ca” – ciò che si potrebbe udire e ciò che si è udito. Tutte le cose senza senso che abbiamo udito e conservato nella memoria costituiscono le cose ‘udite’. Inoltre tutte quelle di cui siamo curiosi e che cerchiamo di sapere – ‘dovrei imparare questo e poi quest’altro’ – sono le cose che ‘si potrebbe udire’. Da entrambe dovremmo prendere ‘nirvedam’ – così dice il Signore. Quando l’Acharya commentò questi versi, interpretò ‘nirvedam’ come ‘vairaagyam’. Il Signore dice che quando l’intelletto, che si è completamente oscurato per essersi immerso nei bassifondi dell’illusione, si solleva dalla bassezza, allora si manifesta il VairaagyaM nei confronti di tutto ciò che si è ascoltato o si ascolterà. Il concetto di oscuramento a causa dell' illusione è indicato esplicitamente dall’Acharya come “la confusione dell’intelletto nel discriminare tra Atman e anAtman”. Questo è elencato come primo punto nel chatushhTayaM. Il successivo è Varaagyam. Anche il Signore li enuncia nello stesso ordine.
Vairaagyam è assenza di ‘raga’, di desiderio. Colui che possiede vairaagyam è un VairAgi, oppure BairAgi. I rinuncianti senza fissa dimora che vagano nel nord dell’India sono così chiamati perché VairAgi. In altre parole abbiamo equiparato il Sannyasa con il Vairagyam. Chi ha rinunciato al raga è un VairAgi. Chi è soggetto al rAga è un rAgi. Chi possiede rAga è un rAgi. Tali individui portati al desiderio sono chiamati ‘kAmayamAnaH’ nella Brhadaranyaka Upanishad (Br.U. IV-4-6). […] Solitamente interpretiamo ‘kama’ e ‘raga’ entrambi come desiderio. Ma c’è una sottile differenza tra I due. In un verso della Gita (VII-11) Bhagavan dice ‘kAma-rAga-vivarjitaM’ per intendere ‘privo di kAma e di rAga’. Significa che si tratta di due cose diverse. Qual è la differenza? Sono questioni sottili su cui l’Acharya ci viene in aiuto. “Kama è la sete o ‘trishhNA’ per oggetti non ancora ottenuti; ‘rAga’è l’attaccamento ad oggetti già ottenuti” – così l’Acharya distingue i due. Noi non abbiamo bisogno di questa sottile distinzione, qui. Possiamo considerare entrambi, kAma e rAga per identificare la stessa cosa, il desiderio.
L’Upanishad dice: Colui che non possiede Vairaagya è kAmayamAnaH [distrutto dai desideri] e colui che possiede Vairaagyam è akAmayamAnaH [privo di desideri]. L’ Upanishad parla ulteriormente di essi. Il kAmayamAnaH ritiene che il Karma [l’azione] sia tutto e continua a svolgere i suoi Karma, quindi ne raccoglie i frutti nell’altro mondo; quando i frutti sono esauriti ritorna a nascere in questo mondo e a vivere le stesse condizioni karmiche. Dall’altra parte, l’akAmayamana, quello che possiede Vairaagyam, è , prosegue l’Upanishad, akama, nishkAma, e AptakAma. Quando ha abbandonato i suoi desideri è ‘akama’. Se invece di fare sforzi per dominare i suoi desideri, sono essi ad abbandonarlo, è ‘nishkAma’ (privato dei desideri). Quindi diventa un ‘AptakAma’ – colui che ha realizzato i suoi desideri! A queste parole, si potrebbe domandare: ‘Come può un ‘akAmayamAna’ (uno non più soggetto ai desideri) avere ancora dei desideri? Cosa desidera ottenere?’ Questo è spiegato dal successivo epiteto della serie: ‘akAma', ‘nishkAma’, ‘AptakAma’ e ‘AtmakAma’. AtmakAma è colui che desidera solo l’Atman. Quando lo realizza diventa AptakAma – colui che ha realizzato il suo desiderio. Dunque chi posieda VairaagyaM diventa akAma, nishkAma, AptakAma e AtmakAma; quando muore, il jiva non va ad abitare altri mondi. L’Upanishad dice che egli è Brahman da vivo e che lasciando il corpo resterà immerso nel Brahman (Br. U. IV - 4 - 6). E’ lo stato dell’assenza di desiderio, detto VairaagyaM che rappresenta la qualificazione definitiva per l’esperienza del Brahman.
Se qualcuno è solo uno ‘shrotriya’ – uno studioso con profonda conoscenza del Veda – ma è anche un ‘akAmahata’ , cioè uno che non è distrutto dai desideri, è colui che passo dopo passo si solleva verso la beatitudine, ad iniziare da quella del vincitore di questo mondo fino alla beatitudine ultima del Brahman, dice la Taittiriyopanishad (II -8) ed anche (sebbene in modo leggermente diverso) Br.U. IV- 3 - 33. Ecco che anche qui la distruzione del desiderio, cioè VairaagyaM, è la qualificazione principale.
Nella Gita anche Bhagavan esprime con enfasi l’importanza di due sole cose: “Pratica e distacco” : abhyAsaM e vairAgyaM. Per fermare la mente riluttante su un punto fisso si deve effettuare uno sforzo costante. Pratica significa sforzo costante. E per raggiungere questa stabilità il requisito importante è il Distacco (VairAgyaM).
In apertura della Gitopadesha [Bhagavad Gita] quando descrive la caratteristiche del ‘sthita-prajna’ [ente realizzato], nomina una prima caratteristica: “prajahAti yadA kAmAn sarvAn pArtha manogatAn”, niente altro che VairAgyaM. Nell’ultimo capitolo, parlando di cosa deve essere fatto nell’Jnana yoga, dopo aver svolto con successo il cammino del karma [dell’azione disinteressata], dice: nityaM vairAgyaM samupAshritaH (XVIII - 52) - “Il Distacco deve essere praticato ininterrottamente”.
VairaagyaM è il disgusto per tutto ciò che è visto o udito, afferma l’Acharya nel Vivekachudamani. Di questi, oltre alle cose ‘viste’, dice il Signore nella Gita, come vi ho detto in precedenza, le cose udite sono “ciò che si è udito e ciò che si potrebbe udire”. Nella stessa Gita nel commento al verso ‘nityaM vairAgyaM samupAshritaH’, l’Acharya scrive: “L’assenza di desiderio per le cose viste e per le cose non viste”. Cosa significa desiderare cose non viste? E’ il desiderio per l’esperienza del paradiso, del regno di Indra e simili. Se qualcuno si sottopone alla disciplina delle azioni prescritte dai Veda, come se esse rappresentassero un fine di per sé, ottiene tali benefici nel mondo ultraterreno. Ma essi non sono visibili alla nostra percezione attuale, perciò sono detti adRRishhTaM, non veduti.
Vediamo perciò il VairaagyaM da tre differenti angolazioni. Uno: l’abbandono del desiderio per tutto ciò che è visto o udito; due: l’abbandono del desiderio per ciò che è stato udito o si potrebbe udire; tre: l’abbandono del desiderio per le cose viste e per quelle non viste.
Mettendo tutto insieme, comprendiamo che qualsiasi desiderio che possa occupare la mente deve diventare tabù; questo è VairaagyaM. E’ un aspetto fondamentale della Sadhana.
BhartRhari era un grande uomo. Compose un shatakaM, un poema di cento versi, di grande sensibilità e solennità, sul Sannyasa e i Sannyasin. Avrebbe potuto intitolarlo "Sannyasa shatakaM", invece lo chiamò "VairAgya shatakaM”. Se è presente il VairagyaM, il Sannyasa non sarà lontano – sembra avere pensato.
Cosa altro è il ‘San-nyAsaM'’? Non è forse la totale rinuncia? Senza che si rinunci al cosiddetto desiderio, come si può rinunciare a tutto il resto? Dunque non sorprende che il Saanyasa, come la Rinuncia, siamo entrambi sinonimi di Vairaaagyam.
Il grande Tiruvalluvar ci ha parlato del Dharma. Nel capitolo sulla Rinuncia, dice che la rinuncia avviene quando ci attacchiamo soltanto a Dio, che è privo di attaccamenti, rinunciando perciò a tutti gli attaccamenti. Viceversa, quando siamo associati a qualcosa, cioè proviamo attaccamento verso qualcosa, ecco che sorge in noi il desiderio per tale cosa. Dunque desiderio e attaccamento sono reciprocamente causa ed effetto l’uno dell’altro.
Perciò quando Tiruvalluvar parla di abbandono degli attaccamenti, si riferisce propriamente all’insorgere del VairaagyaM. Chiama questo evento rinuncia.
VairaagyaM è lasciare ogni ricchezza. VairaagyaM è in sé una grande ricchezza, nulla gli è pari a questo mondo, perché nulla gli è pari nemmeno nel mondo divino – scrisse.
Quasi lo stesso pensiero (su Rinuncia e VairaagyaM) è stato espresso da Sadashiva Brahmendra. Nel suo Atma-vidyA-vilAsaM ritrae il Sannyasi come un re (del regno spirituale) e come colui che si è appropriato dei tesori del VairaagyaM. Egli stesso era così. Uomini come BhartRhari, Tiruvalluvar e Sadashiva Brahmendra possedevano un profondo distacco, VairaagyaM. Il loro pensiero tocca i nostri cuori – almeno per un istante. Dalle loro parole apprendiamo come, sebbene acquisire quale tipo di VairaagyaM sia molto difficile, una volta ottenuto avremo conquistato realmente la beatitudine dell’Atman – il tesoro che svilisce come spazzatura tutte le ricchezze che avevamo ritenuto grandi. Il nostro Acharya non se ne andò forse da casa all’età di otto anni, forte del più alto Vairaagya, via dalla città natale, dalla madre che lo amava come la sua stessa anima? Infatti scrisse un panchakaM (un poema di cinque sloka) in cui ogni sloka termina ripetendo: kaupInavantaH khalu bhAgyavantaH (beati coloro che non possiedono che un panno intorno ai fianchi). Nel BhajagovindaM chiede: kasya sukhaM na karoti virAgaH – Chi non troverà Eterna Beatitudine dal VairaagyaM?
Pensando al VairaagyaM non si può non ricordare il grande PattinattAr. Era nato come incarnazione di Kubera (dio della ricchezza) e lavorava nel commercio marittimo. Ma un giorno venne un ragazzo, un emissario di Shiva, che gli lasciò un messaggio scritto: “nemmeno un inutile spillo verrà con te nel tuo ultimo viaggio” e scomparve. Appena lo lesse, PattinattAr rinunciò alle sue enormi ricchezze commerciali e lasciò casa, coperto solo di un panno sui fianchi, portando con sé solo la ciotola per le elemosine. Nel corso del tempo gettò via anche la ciotola delle elemosine poiché riteneva che quella ‘proprietà’ fosse inadatta ad un rinunciante. E cantò:“La città natale non è permanente, non lo sono i parenti, non il nome che ti hanno dato…”
Quando ascoltiamo le tante canzoni che compose, sorge in noi VairaagyaM, sebbene temporaneamente, come dopo la nascita di un figlio (si chiama prasava-vairAgyam) o dopo aver visitato un campo di cremazione (smashAna-vairAgyam).
Vi ho parlato di BhartRhari. Una storia dice che fosse discepolo di PattinatAr. BhartRhari è conosciuto anche col nome di Bhadragiri. Questo Bhadragiri era il re di Ujjain; ma rinunciò alla regalità e venne a Tiruvidaimaruthur, dove sedette come un rinunciante chiedendo l’elemosina per mangiare con una ciotola tra le mani. Era solito racimolare il BikSha (cibo caritatevole) per sé e per Guru PattanathAr. E’ sorprendente notare che uno che era incarnazione di Kubera e uno che possedeva un regno entrambi divennero rinuncianti e con tanto disinteresse. Eppure Pattinathar ritenne che Bhadragiri non avesse abbastanza VairaagyaM, poiché possedeva una ciotola per le elemosine. Un uomo povero andò da Pattinathar e gli chiese l’elemosina. Si dice che fosse lo stesso Signore del tempio (Mahalinga Swami) in incognito. E Patttinathar gli disse: “io non ho nulla, perché chiedi a me? Chiedi a quell’ ‘uomo di famiglia’ che siede al portone occidentale del tempio. E digli che sono io che ti mando!” Quando Bhadragiri udì queste parole sul proprio conto, comprese la forza delle parole ‘uomo di famiglia’ [grhashta, indica in generale il laico che possiede famiglia e beni, colui che non ha fatto alcun voto di rinuncia] e in quel preciso istante gettò via la sua ciotola per le elemosine.
Ci sono altre cose interessanti in questa storia; ma non continuerò a raccontarla, oppure non mi resterà tempo per dirvi le cose che vorrei sulla Sadhana. Quando parliamo di VairaagyaM, i modelli di rinuncia offerti da questi grandi uomini ci aiutano a capire più a fondo i loro ideali.
Dunque quello che cantava “abbiamo la ciotola delle elemosine” alla fine giunse alla conclusione che persino chi possiede la ciotola è in realtà un ‘uomo di famiglia’.
Esiste una storia simile su Sadashiva Brahmendra. Cantava nel suo Atma Vidya Vilasam: “Con le mani come cuscino, il cielo come coperta, la nuda terra come letto e la rinuncia come moglie - così dorme un rinunciante nello stato beato del Samadhi”. Una volta che egli stesso si trovava a dormire in un campo, in questa posizione beata, una ragazza di campagna che passava di lì, commentò rivolta a una sua amica: “Ma che Sanniyasi! Ha bisogno di un guanciale per la testa; che genere di rinuncia è questa?” La frase fece riflettere Sadashiva Brahmendra: “Come posso pensare, come un uomo ordinario, che la testa debba poggiare ad un altro livello rispetto al resto del corpo per dormire? Se non vincerò questo attaccamento corporeo il mio Sannyasa non sarà valso un bel niente. E’ stata la Madre Divina, nella forma di quell’umile ragazza, a darmi questa istruzione.” E così pensando, tolse la mano che usava come guanciale e rimase steso al suolo senza alcun sostegno.
Ma la stessa donna che era passata prima, tornò ancora, vide il cambiamento di posizione del Sannyasi e di nuovo rise sarcastica ed espresse un commento altrettanto pungente: “Un Sannyasin dovrebbe conoscere da sé le cose che gli servono. Reagire ai commenti dei passanti non depone a suo favore”
Quello fu il giorno che Sadashiva divenne un ente completamente non reattivo, non agente, inerte: Sadashiva Brahman!
Dunque anche la gente comune sembra sapere che genere di VairaagyaM un Sannyasin debba possedere. In questa terra abbiamo moderni Sannyasin che affermano di non poter rimanere senza caffè o ovomaltina! E se glielo domandate, vi diranno: “Noi siamo ati-varNAshramis, superiori al livello dei Sannyasin; come disse la donna del racconto, sappiamo da noi cosa fare e cosa non fare”.
Invece che vantarsi così, se si vuole veramente realizzare l’Atma-jnAna, la sola cosa veramente veramente necessaria è il VairaagyaM. E’ detto (ad esempio nella Jabala Upanishad IV e altre Sannyasa Upanishads) che quando si è acquisto il VairaagyaM, quel giorno stesso si può lasciare la propria casa come dei Sannyasin.
Ma non si deve lasciare la propria casa o il karma per disgusto della vita attuale senza felicità permanente. Una tale decisione non avrebbe alcun effetto. Il disgusto per la vita impermanente deve essere accompagnato dal pensiero della beatitudine eterna dell’Atman. Solo allora si tratterà di una vera Sadhana e porterà all’eterna beatitudine. Quando si è raggiunta la Realizzazione, anche il disgusto svanirà e tutto sarà ricolmo di Amore. In altre parole, si deve praticare il VairaagyaM insieme al discernimento (vivekam) del permanente e dell’impermanente. Né VairaagyaM senza Vivekam, né Vivekam senza Vairaagyam saranno sufficienti. Devono combinarsi insieme.
Il motivo per cui ci è chiesto di analizzare la distinzione tra permanente e impermanente è di eliminare l’impermanente attraverso la rinuncia. Possedere quel distacco è il primo passo dell’ascesa spirituale. Ecco perché l’ AparokshAnubhUti dà tanta importanza al VairaagyaM e lo classifica come primo passo. Anche nel Vivecachudamani è detto “mokshhasya prathamo hetuH” – un’estremo distacco dalle cose permanenti è la prima causa della Moksha. Si combinino insieme i due precetti. Essi costituiscono le prime due fasi della Sadhana-chatushhTayaM.
Andiamo ora alla terza. Viveka e VairAgyaM sono conosciute da tutti almeno in termini generali. Ma le fasi della Sadhana che ci apprestiamo a descrivere d’ora in poi potrebbero non essere così note, se non per nome.
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| Libri per approfondire: L'appello dell'Acarya. I discorsi di Madras Chandrasekharendra Sarasvati, Asram Vidya La liberazione in vita (Jivanmuktiviveka) Vidyaranya, Adelphi Upanisad antiche e medie a cura di P. Filippani Ronconi Bollati Boringhieri  Svetasvatara Upanisad Asram Vidya Brhadaranyaka Upanisad con il commento di Sankara Asram Vidya Prasna Upanisad Asram Vidya Mândûkya Upanishad. Con le Kârikâ di Gaudapâda e il commento di Shamkara. Asram Vidya Chandogya upanisad con il commento di Sankara Asram Vidya Taittiriya Upanisad Asram Vidya Lo Yoga. Immortalità e Libertà Eliade Mircea, BUR Tecniche dello yoga Eliade Mircea, Bollati Boringhieri | Bhagavadgita Adelphi - Bhagavadgita Feltrinelli L'istruzione in un migliaio di versi - Upadesasahasri Shamkara, Asram Vidya Aparokshânubhûti. Autorealizzazione. Con testo sanscrito Shamkara, Asram Vidya Vivekacudamani. Il gran gioiello della discriminazione. Con testo sanscrito. Shamkara, Asram Vidya Brahmasutra con il commento di Sankara Asram Vidya Opere minori. Vol. 3 - Vol. 2 - Vol. 1 Shamkara, Asram Vidya Jnana-yoga Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini Yoga pratici Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini Vita di Ramakrishna Rolland Romain, Vidyananda Ramakrishna e i suoi discepoli Isherwood Christopher, Guanda Il vangelo di Sri Ramakrishna Gupta Mahendranath, Vidyananda |
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