Che cos’è il Bhakti Yoga La conoscenza di base dell’Advaita è necessaria per tutti Nitya-anitya vastu viveka (Discriminazione tra il permanente e il transitorio)
Che cos’è il Bhakti Yoga
Ecco una questione importante. Perché l’Acharya, così come lo stesso Signore Krishna, definiscono solo due classi di individui: quelli qualificati per il Karma Yoga e quelli qualificati per l’Jnana Yoga? [B. G. III - 3] Perché non crearono un’ulteriore classificazione, precisamente quella dei qualificati per la Bhakti? Perché sia i Karma Yogi che gli Jnani Yogi devono avere Bhakti [devozione]. In entrambe le classi, la Bhakti è una parte importante che entrambi devono osservare. Ecco perché non venne separata in una classe indipendente. In momenti differenti l’esploratore del Karma e quello dell’Jnana devono dimostrare la propria devozione.
Vi ho già parlato di due livelli di Shraddha. Al livello inferiore, l’esploratore del Karma osserva la Bhakti al fine di riconoscere che esiste un Ishvara sopra di noi che ci osserva e ci dispensa compenso e punizione. Deve poi proseguire nella stessa direzione e continuare a praticare la Bhakti per focalizzare quindi la mente sull’Amore. Un ulteriore progresso – ancora allo stesso livello ‘inferiore’, non ancora ‘superiore’ – lo deve portare alla Bhakti nell’attitudine della rinuncia a tutti i frutti dell’azione. E ora, al livello più alto, l’esploratore dell’Jnana praticherà la Bhakti pensando: ‘Il Brahman o Atman per cui osservo la mia Sadhana è lo stesso Brahman che, come Saguna, è Ishvara; è questo Ishvara che mi ha donato la vocazione a questo cammino e solo per la Sua Grazia io posso conseguire la Siddhi [il successo]’.
Al di sopra di questo – sopra o sotto, più in alto o più in basso, ma niente di tutto questo è applicabile – è la Bhakti di quei ‘siddha’ che hanno raggiunto l’esperienza diretta (della realizzazione del Brahman). Non esiste una ragione per cui tali anime realizzate praticano la Bhakti, dice Sukacharya. (Shrimad Bhagavatam I - 7 - 10).
Dunque a tutti I livelli, vi è la Bhakti sia in Karma che in Jnana; ecco perché non viene menzionata separatamente.
La conoscenza di base dell’Advaita è necessaria per tutti
Allora l’intera società era preoccupata che l’Acharya avesse suddiviso due classi – aspiranti del Karma e aspiranti dell’Jnana – e tenuto l’Advaita Sadhana solo per i ricercatori dell’Jnana. Sebbene la pensasse in questo modo, sentì che la conoscenza generale delle Scritture doveva appartenere a tutti, inclusi i ricercatori sulla via del Karma.
Mi capita di portare il suo nome. Dunque ho il dovere di spiegare a tutti l’Advaita Siddhanta che egli divulgò meticolosamente. Ecco perché ho iniziato a parlare di questo argomento. Solitamente non lo faccio. Perché ci sono già troppe chiacchiere sull’Advaita, ovunque, e per lo più finiscono per parlare senza produrre alcuna pratica; mentre nel frattempo, costoro credono di essere divenuti degli Advaitin solo con le chiacchiere! E io non voglio aggiungere altro alle chiacchiere e alle illusioni della vita quotidiana della gente. Ma di recente [si riferisce al Shankara Jayanti celebrato a Tandiarpet, Chennai nel 1965. Questo discorso e una parte consistente degli altri, furono tenuti a un ristretto gruppo di devoti, pochi giorni dopo la celebrazione] c’è stata qui una celebrazione e poi un simposio di studiosi. Alcune persone sono venute da me e hanno chiesto: “Possiamo essere istruiti nell’Advaita?”. Così ho pensato, nel nome della posizione che ricopro come advaita-guru, devo almeno dire a queste persone quali sono i requisiti della Sadhana Advaita e quali sono le restrizioni. Quelli che me lo hanno chiesto sono presenti; quindi, senza ulteriore rinvio, mi appresto ad iniziare…
Ho parlato del trattato ‘Bala-bodham’, da cui possiamo concludere che l’Acharya ritenesse che tutti dovessero essere istruiti sull’Atman e sulle basi delle scritture.
Un altro dei suoi prakaranam destinati al pubblico generico si chiama "Prashnottara-ratna-mAlikA", anche questo scritto per i laici. E’ formulato in domande e risposte, ‘Parshna’ significa domande e ‘Uttara’ risposte.
‘Chi è già morto mentre è ancora vivo?’ è una delle domande. La risposta è: colui che evita il karma che gli spetta. Lo stesso Acharya che ha detto, nelle opere sull’Jnana come il Viveka Chudamani: “Solo colui che rinuncia a tutte le opere [karma], prende il Sannyasa e indaga sull’Atman rende giustizia alla nascita umana, tutti gli altri uccidono il proprio Atman; ovvero, essi sono morti sebbene vivano” – lo stesso Acharya ora afferma che si deve compiere soltanto il proprio karma, oppure si è ‘morti mentre si è ancora vivi’. Questo dimostra che questo testo è destinato a un pubblico medio, […] composto da padri di famiglia. Eppure anche in quest’opera l’Acharya affronta i temi dell’Atman. E lo fa con grande stile. Qualora si esprima intorno all’Jnani e al suo stato mentale, immediatamente avverte: “Questo non è per voi. Non avete alcun bisogno di percorrere questa strada. Questo si applica solo a coloro che hanno intrapreso pienamente l’Atma-Sadhana” sebbene descriva compiutamente le caratteristiche che appartengono pienamente all’Jnani. Quando invece descrive questioni generali, applicabili a tutti, espone il suo insegnamento senza delineare comportamenti caratteristici. Un esempio aiuterà a comprendere come. (esempio) All’inizio parla diffusamente del guru – sempre nello stile domanda-risposta. ‘Cosa deve fare da subito il conoscitore?’. La parola ‘conoscitore’ si riferisce ad uno studioso, uno che sa. La domanda sollevata è perciò: qual è il compito immediato di un conoscitore? Questa domanda non si riferisce all’uomo comune, solo a un ‘conoscitore’ di grado elevato. Cosa dovrebbe fare costui con la massima urgenza? Ed ecco la risposta: ‘Spezzare la catena del Samsara’. In altre parole, ottenere la liberazione dalla morte (e dalla nascita) ripetuta. Dunque il cammino per la liberazione [moksa] si deve rammentare fin dall’inizio anche all’uomo comune. Nondimeno l’urgenza di tale impegno non è dell’uomo comune, ma del ‘conoscitore’.
Successivamente si arriva alla domanda: ‘Cosa si dovrebbe temere?’[…], cioè, cosa merita di essere temuto? Ecco la risposta: è la foresta del Samsara che deve essere temuta. E aggiunge ‘sudhiyaH’, da coloro che possiedono la conoscenza. In altre parole, solo coloro che sono qualificati per la più alta conoscenza pensano il Samsara come ciò che deve esse temuto, al pari di una pericolosa foresta, tanto da abbandonarlo per prendere i voti di Sannyasa. L’uomo comune deve solo sapere che questa sarebbe la risposta di un uomo di elevata conoscenza, perciò così è risposto alla domanda.
Lo studioso ‘conoscitore’ dovrebbe abbandonare il Samsara; l’uomo dall’intelligenza elevata (sudhiH) dovrebbe temere la foresta del Samsara – mentre uomini medi come noi devono soltanto essere informati di questo. Non solo. L’Acharya disse ancora una cosa che tutti noi dovremmo osservare; e la disse in maniera interessante.
“Qual è l’essenza del Samsara?”
Risposta: “Continuare a pensarci ancora e ancora”
“A cosa?”
“Hai chiesto ‘Cos’è il Samsara?’ – questo è quanto devi continuare a chiedere e pensare sempre. L’obiettivo di questa vita è chiedersi ripetutamente se ci sia uno scopo in questa vita e continuare ad indagare su di esso. Questo significa ‘idam eva bahusho'pi vicintyamAnaM’”
Se si inizia a porsi questa domanda e la si analizza con il proprio intelletto, si perviene a comprendere che il Samsara non è l’essenza [sAra]. E nasce l’urgenza di conoscere l’Atman che è la vera essenza. Quando realizziamo che solo andando a fondo della domanda ‘qual è l’essenza del Samsara?’ senza desistere, giungiamo al desiderio della più nobile delle ricerche (l’Atman). Solo questa domanda può aprirci gli occhi, risvegliandoci dall’essere coinvolti nel Samsara e dal pensiero che ci sia solo questo nella vita. Dunque la domanda è se c’è qualcosa che valga nel Samsara; e senza esitare approfondirla sempre. In altre parole lo sloka indica che dovremmo essere sempre impegnati nel pensiero dell’Atman. Si deve notare che non sono aggiunte connotazioni di una qualche particolare qualifica per questo. Quindi questo insegnamento è rivolto a tutti. L’Acharya dice che anche l’uomo comune, descritto come ‘morto sebbene viva’ se lasciasse il suo karma, deve pensare sempre alla liberazione dal Samsara.
La domanda ‘Qual è il valore del Samsara?’, dice l’Acharya, deve essere ripetuta costantemente a se stessi. Un po’ più avanti, solleva un’altra domanda: “A cosa si deve pensare, durante il giorno e durante la notte?” A ciò risponde: “che il Samsara non ha alcun valore”.
L’acharya ci ha donato un’opera chiamata ‘SopAna-panchakaM’. Quando i suoi devoti appresero che egli era sul punto di abbandonare il suo viaggio mortale ed era pronto a raggiungere il Brahma-nirvANaM, gli dissero: “Ci stai lasciando. Ci hai dato volumi di consigli e di insegnamenti. Ma noi non siamo in grado di leggerli tutti. Dunque, prima che tu concluda questa incarnazione, puoi concederci di riassumere tutto per darci un upadesha [supporto]?”. In risposta a questa richiesta egli lasciò quello che è chiamato l’’upadesha-panchakaM’ anche conosciuto come ‘sopAna-panchakaM’. ‘SopAna-panchakaM’ significa scala. In questo lavoro è esposta una procedura passo-passo per noi persone ordinarie, partendo dal gradino più basso e procedendo fino all’altezza massima dell’illuminazione. L’inizio dice:
“vedo nityam adhIyatAm taduditaM karma svanushhTIyatAM”
“Pratica ogni giorno la recitazione dei Veda e osserva il Karma [le azioni] che sono prescritte in essi.” Perciò è ovvio che si riferisca a coloro che stanno procedendo sul cammino del Karma. Ma nello stesso insegnamento aggiunge: “Coltiva il desiderio dell’Atman! Esci dalla tua casa! Prendi l’upadesha mahavakya dal Guru!” ed infine “Stabilisciti nel Brahman Assoluto”. Naturalmente l’Acharya vuol dire che anche coloro che sono qualificati solo per il Karma devono essere istruiti sui temi connessi all’Jnana-yoga.
Se proseguiamo la nostra ricerca, troveremo conferma che sebbene l’Acharya distingueva tra gli aspiranti qualificati per l’Jnana e quelli qualificati per il Karma, così come il Signore [Krishna, nella Bhagavad Gita] distinse chiaramente tra sankhya e yogi, egli riteneva altresì che la maggioranza dei qualificati per il Karma dovesse avere una conoscenza di base dell’Jnana. Bhagavan (Krishna) la pensava allo stesso modo. Classificò Arjuna adatto solo per il Karma. Tutti noi conosciamo bene l’insegnamento ‘karmany-eva adhikAras-te’ [hai diritto solo di compiere il tuo dovere…]. Riportò alla battaglia Arjuna che era pronto a sottrarsi al confronto, deciso a non combattere. Ma perfino nella Gita, che esprime totalmente questo insegnamento, egli non si fermò al Karma Yoga ma espose dettagliatamente la dottrina dell’Jnana yoga. Proprio all’inizio parte con la nuda espressione del sankhya yoga in tutta la sua astrattezza.
[E lo Swamigal aggiunge sorridendo:] tutto questo quindi ‘giustifica’ me e le mie parole!
NITYA-ANITYA VASTU VIVEKAM (Discriminazione tra il permanente e il transitorio)
Il primo passo, come il ‘do’ per la musica, nella Sadhana, o meglio nella Sadhana-chatushhTayaM, è NityAnitya-vastu-vivekaM
Compiere il proprio karma sinceramente e sistematicamente come indicato nei Shastra, dedicando tutto ad Ishvara, osservare la Bhakti verso Ishvara, per mezzo di tutto questo si raggiunge una certa purificazione della mente, e la capacità di mantenere la mente ferma su un solo oggetto – e tutto ciò costituisce il primo stadio. Il primo stadio, non dell’Jnana yoga, ma del percorso nella dimensione spirituale del Jiva. Tutto questo pertiene solo al Karma yoga. Il secondo stadio ha inizio dopo di questo ed è il primo passo nell’Jnana yoga. E in esso, il primo aspetto che viene indicato è ‘nityAnitya-vastu-vivekaM’. Ora assumiamo per ipotesi che tutti noi abbiamo raggiunto quella maturità spirituale che proviene dalla completa osservanza di Karma e Bhakti. [Aggiunge sorridendo:]Proviamo a fare dei castelli in aria o ad ingannare noi stessi e iniziamo a imparare il cammino dell’Jnana yoga. Di certo facciamo tanti castelli in aria e ci inganniamo spesso; facciamolo una volta per un buon motivo!
Se qualcuno vuole addentrarsi nella ricerca dell’Atman, cosa dovrebbe avere come base? La conoscenza che l’Atman è l’unica entità permanente e tutte le altre sono solo effimere. Se non si ha questa conoscenza, si rimane coinvolti nel Samsara e si continua a soffrire come al solito. La convinzione basilare che ‘tutto quello che ci procura piacere in questo mondo o che ci procura onore è transitorio; nulla ci darà una felicità permanente; quello che può darci la felicità permanente è solo l’Atman, la sola entità permanente’ – questa convinzione è la cosa più importante. La mente potrà essere ancora distratta da molte altre cose. In questi casi si dovrà fare attenzione e riportare la mente alla stabilità. “Devo acconsentire a questa esperienza solo perché mi procurerà piacere? Si tratta di felicità pura? E se anche fosse pura felicità, durerà per sempre? Quando la mente avrà colto questa esperienza, il suo ricordo la spingerà a ricercarla ancora? Non diventerà una schiavitù? Se una cosa non aiuta la mente a diventare calma e pacifica, si deve fare comunque?” Questa analisi deve essere svolta con l’intelletto. Si devono soppesare i pro e i contro di ciò che è permanente e di che è impermanente. Solo così possiamo sperare di progredire sul cammino spirituale.
L’analisi svolta con l’intelletto è chiamata ‘vivekam’. L’analisi per soppesare il permanente e l’impermanente è chiamata ‘nitya-anitya-vastu-vivekaM’. Questo è il primo vero passo nell’Atma-Sadhana.
Certamente conosciamo bene le cose impermanenti. Infatti tutto quello che sappiamo di conoscere riguarda cose impermanenti. E’ da esse che apprendiamo le informazioni fondamentali sull’Atman eterno. Mantenendo il pensiero su Quello, che solo accorda la pace e la felicità permanenti, si diventa capaci di gettare via le cose transitorie che possono recare solo pace e felicità transitorie.
Non è necessario abbandonare queste cose allo stadio iniziale. Sebbene non siano l’entità permanente, l’Atman, vi sono alcune cose tra le altre transitorie che possono aiutarci ad andare verso l’eterno. Le scritture sull’Atman, l’insegnamento dei grandi uomini su di esso, i pellegrinaggi ai luoghi sacri che in cui la mente di purifica, i purana, gli stotra e molte cose simili, sono di queste. Ovviamente nessuna di esse è l’Atman. Solo quando perfino queste sono nullificate, la Realizzazione dell’Atman può avere luogo. L’esperienza della Permanenza è quella di essere l’Atman soltanto, senza alcun pensiero o azione. La sola esperienza della Realtà Assoluta è quella e nessun altra. Anche se Dio stesso fosse dinanzi a voi a offrirvi il suo darshan, o se fossimo sul grembo della Madre Divina e lei ci coccolasse – nemmeno questo sarebbe la Permanente Realtà dell’Atman. Comunque, tutto questo ci porterebbe molto vicini alla Verità. Dunque vi sono vari oggetti di felicità - di quello che crediamo essere le felicità- che vanno da quelli che ci portano vicini all’esperienza dell’Eterno a quelli che ce ne portano molto distanti. Allo stadio iniziale dobbiamo scegliere, usando il nostro discernimento, quelli validi ed utilizzarli per portarci nella giusta direzione. Ricordiamo quello che disse il Dio della Morte (Yama) a Nachiketas: ‘Per mezzo di entità transitorie si può raggiungere l’eterno’ (Kathopanishad: I -ii - 10). Il vero Sadhaka che percorre la via dell’Jnana dovrebbe avere già abbandonato i piaceri dei sensi che sono solo ostacoli alla crescita spirituale e gli altri che sono lontani dall’Atman, come il piacere del chiacchierare e di starsene senza fare nulla. Ma le persone ordinarie come noi che si trovano appena all’inizio, devono usare tutto il loro discernimento (vivekam) per distinguere tra il Permanente e l’impermanente. Film, ghiottonerie, caffè e commenti sportivi, letture di intrattenimento, discussioni politiche - tutto ciò ci attrae fortemente. Dobbiamo ricordare costantemente: ‘Contribuiranno queste cose a farmi avanzare di un solo briciolo nella mia ricerca spirituale? Meritano di avere importanza?’ Cosa ci guiderà alla Realtà Permanente e cosa non lo farà? – una impietosa ferma analisi degli equilibri è il significato di nityA-nitya-vastu-vivekaM. Ho detto ‘impietosa e ferma’ poiché la nostra mente cercherà sempre di razionalizzare per poter fare quello che vuole fare; scoprirà ogni genere di giustificazioni. Usate il potere della discriminazione e giudicate le vostre analisi rigorosamente, al fine di valutare voi stessi. Vedete che esso non lascerà ‘passare’ quello che deve essere ‘bocciato’.
Quello che ho appena detto è diretto alla maggior parte di noi, alla media. Coloro che hanno svolto invece esclusivamente l’Atma-Sadhana e hanno conseguito una certa maturità, probabilmente hanno già distolto se stessi dall’attrazione per il caffè, lo sport, ecc. Ma perfino costoro potrebbero avere alcune debolezza connesse alla soddisfazione dei sensi. Tali esperienze potrebbero perfino esserci utili, al nostro livello, per salire la scala spirituale, ma non sono necessarie a loro. Perciò essi dovranno ricercarle attentamente e liberarsene. La Realizzazione dell’Atman è l’unica cosa che si deve perseguire; in assenza di essa ci si sentirebbe come pesci fuori dall’acqua. Con questo tipo di angoscia uno si troverebbe a fare i conti anche in situazioni come il servizio sociale, adatto ai Karma yogi, o il pellegrinaggio ai luoghi santi e perfino con l’esercizio della devozione. Ricordatevi cosa vi dissi del trovarsi addirittura tra le braccia della Madre Divina – perfino questo! Tutto questo è impermanente; un tale aspirante deve avere il discernimento di evitare tutto ciò e appoggiarsi solo a ciò che lo può condurre al fondo dell’Atman. “L’Atman è l’unica cosa desiderata; tutto il resto è anAtma e deve essere rifiutato” – questa dovrebbe essere la sua ferma convinzione. NityAnitya-vastu-vivekaM è AtmAnAtma-vastu vivechanaM. La sola discriminazione raccomandata dagli advaita sastra è la capacità di distinguere cosa è Atma e cosa è anAtma. Il libro VivekaChudamani è chiamato anche "AtmAnAtma-viveka-chUDAmaNi". Immediatamente dopo il verso di benedizione che apre il testo, il libro inizia a descrivere la Sadhana. Si parla delle osservanze quotidiane secondo il viadika dharma [legge vedica], quindi dell’istruzione vedica – temi comuni a tutti i cammini – e quindi esprime un concetto, precisamente "AtmAnAtma-vivechanaM" che è la via del ricercatore dell’Jnana per parlare poi di svAnubhUti (esperienza personale) e di Mukti (Moksha, Liberazione). Di seguito nel libro l’acharya definisce, a livelli più alti, il concetto di ‘viveka’ (discriminazione) che stabilisce la differenza tra il permanente e l’impermanente.
”brahma satyaM jagan-mithyety-evaM rUpo vinishcayaH / so'yaM nityAnitya-vastu-vivekaH samudAhRRitaH //”
Il verso dice: Brahman è l’unica Realtà. L’universo è Mithya [illusorio], sebbene possa apparire reale, esso diventerà irreale; tale ferma convinzione è quanto viene dichiarato come nitya-anitya-vastu vivekaM. Chi ha stabilito questa affermazione? I Veda. L’autorità per affermare questa verità sono soltanto i Veda. L’Acharya segue questa tradizione e perciò sa che anche se non dirà “nei Veda… “ sa che la gente intenderà in questo modo.
Le Upanishad costituiscono l’ ‘anta’ , la fine dei Veda. Perciò in essi troviamo abbondantemente queste affermazioni. Non è forse lo scopo dei Veda trasportare noi jiva, intrappolati nell’impermanenza del mondo, fino al Permanente? A cominciare dal giovanissimo Nachiketas, su fino allo stesso Indra, molti sono coloro che hanno riconosciuto l’impermanenza dell’impermanente e compreso il Principio del Nitya[eterno] – queste storie sono pervenute a noi nella Kathopanishad, Chandogyopanishad, etc. Lo stesso Dio della Morte offrì vari doni preziosi al piccolo Nachiketas, ma questi li rifiutò dicendo: “Tutte queste cose sono effimere; non torneranno tutte a te un giorno o l’altro?” Ed insistette per ricevere il tattva-upadesha [istruzione sulla Realtà Suprema] dal Dio della Morte finché non lo ebbe! Tra tutte le cose impermanenti, solo una è eterna – disse Yama-dharma-raja “nityo'nityAnAM”. Chi la trova, avrà la pace eterna; e nessun altro. Tutto ciò che chiamiamo ricchezza è ‘anitya’[transitorio]; nulla di ciò che appartiene all’anitya ci condurrà mai al nitya-vastu [Realtà Eterna], l’Atman. Nella storia della Chandogya Upanishad, Virochana re degli Asura, e Indra re degli Dei si posero la domanda: “Cos’è l’Atman?”. L’ Asura [demone] pervenne alla conclusione che il corpo è l’Atman. Dall’altra parte, Indra iniziò ad analizzare le esperienze dello stato di veglia, di sogno e di sonno profondo, eliminandole una ad una come irreali e infine giunse alla Realtà dell’Atman. Questo tipo di procedimento per esclusione non è altro che ‘nityA-nitya-vastu vivechanam’ – la discriminazione tra anitya e nitya. Nella Taittiriya Upanishad, Brighu Maharishi inizia la sua analisi dall’anna-maya kosha [corpo fatto di cibo] e prosegue per tutti gli altri kosha [corpi], presupponendoli inizialmente come uguali al Brahman e poi escludendoli mediante l’analisi, fino ad arrivare a riconoscere il Brahman come ciò che resta a substrato persino dell’Ananda-maya-kosha [corpo di beatitudine]. Un altro modo di spiegare questo procedimento è dire che mediante un’appropriata discriminazione eliminò i cinque kosha come impermanenti e infine pervenne a riconoscere che solo l’Atman è l’unica Realtà Permanente.
“Neti neti” – “Brahman non è questo, non è quello; non è nulla che si possa circoscrivere mediante altro; non è relazionabile a nulla altro; non è limitato da niente altro; non è quello che soffre; non è quello che può essere distrutto” così dice la Brihadaranyaka Upanishad. Qualsiasi cosa si dica qui sul Brahman non è il Brahman, ma una faccenda mondana. In altre parole, quanto si può circoscrivere, mettere in relazione, ciò che è limitato, distruttibile, tutto questo è materia. Quindi l’analisi condotta con il “neti neti” si fa prendendo in esame gli oggetti impermanenti del mondo, rifiutandoli come tali, e proseguendo fino alla Realtà Permanente, l’Atman; "anyat ArtaM" – “tutte le altre cose hanno una fine”. Cioè, ad eccezione dell’Atman, tutto il resto, senza esclusione, è destinato a finire. L’idea che ricorre nei versi della BrihadAranyaka Upanishad è quella di distinguere il Nitya-vastu (Realtà Permanente) dall’anitya (l’impermanente).
|
| Libri per approfondire: L'appello dell'Acarya. I discorsi di Madras Chandrasekharendra Sarasvati, Asram Vidya La liberazione in vita (Jivanmuktiviveka) Vidyaranya, Adelphi Upanisad antiche e medie a cura di P. Filippani Ronconi Bollati Boringhieri  Svetasvatara Upanisad Asram Vidya Brhadaranyaka Upanisad con il commento di Sankara Asram Vidya Prasna Upanisad Asram Vidya Mândûkya Upanishad. Con le Kârikâ di Gaudapâda e il commento di Shamkara. Asram Vidya Chandogya upanisad con il commento di Sankara Asram Vidya Taittiriya Upanisad Asram Vidya Lo Yoga. Immortalità e Libertà Eliade Mircea, BUR Tecniche dello yoga Eliade Mircea, Bollati Boringhieri | Bhagavadgita Adelphi - Bhagavadgita Feltrinelli L'istruzione in un migliaio di versi - Upadesasahasri Shamkara, Asram Vidya Aparokshânubhûti. Autorealizzazione. Con testo sanscrito Shamkara, Asram Vidya Vivekacudamani. Il gran gioiello della discriminazione. Con testo sanscrito. Shamkara, Asram Vidya Brahmasutra con il commento di Sankara Asram Vidya Opere minori. Vol. 3 - Vol. 2 - Vol. 1 Shamkara, Asram Vidya Jnana-yoga Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini Yoga pratici Vivekânanda Swami, Astrolabio Ubaldini Vita di Ramakrishna Rolland Romain, Vidyananda Ramakrishna e i suoi discepoli Isherwood Christopher, Guanda Il vangelo di Sri Ramakrishna Gupta Mahendranath, Vidyananda |
"Sage of Kanchi" film-documentario sulla vita di Sri Chandrasekharendra
You must have Flash Player installed in order to see this player.
I video di questa sezione sono tratti da YouTube [ vedi canale]
|