Advaita Sadhana. I discorsi di Sri Chandrasekharendra Saraswati Swamigal. [2]

 Preparazione alla Sadhana: Karma e Bhakti
ShraddhA, la Fede, è necessaria
Qualifiche per l'Atma-Saadhanaa
Il culmine della Saadhanaa è solo per i Sannyaasi
Perché parlarne ad altri, se è possibile solo ai Sannyasi?
Due differenti cammini per due differenti aspiranti.

Preparazione alla Sadhana: Karma e Bhakti.

Abbiamo un’altra sequenza di tre fasi: Karma, Bhakti e Jnana. L’Advaita Sadhana insegnata dal nostro Acharya è Jnana [la Via della Conoscenza]. Ma colui che desideri avviarsi per questo cammino deve avere purificato la sua mente abbastanza da avere la capacità della concentrazione in un solo punto (“Ekagrata”); solo allora potrà percorrere la via dell’Jnana. Se la mente è zeppa di residui, non si può svolgere il cammino dell’Jnana-sadhana. Per questo yoga la mente deve essere concentrata in un solo punto; una mente che vibra e vacilla non può stabilizzarsi su alcunché.


Per svolgere i due compiti gemelli, la purificazione della mente e la concentrazione in un solo punto, l’Acharya ha indicato Karma [azione] e Bhakti [devozione] come passaggi preliminari per l’Jnana Yoga. Prerequisiti per iniziare l’Jnana Yoga sono Karma Yoga e Bhakti Yoga.

Il terreno arido della mente deve essere dissodato con l’aratro del Karma Yoga e poi irrigato di Bhakti Yoga. Senza arare e irrigare, nulla potrà crescere nel terreno arido della mente.

Quando si svolge il proprio svadharma [dovere], meticolosamente e in accordo con le Scritture, le impurità della mente lentamente scompaiono.

Quando la mente diventa concentrata in un solo punto mediante la devozione al Signore, questo esercizio di concentrazione su una sola forma conduce a indagare con concentrazione sull’Atman senza forma.

Perciò quando la mente è purificata dal Karma Yoga ed è abituata alla concentrazione profonda dal Bhakti Yoga, può facilmente ascendere le fasi dell’Jnana Yoga.

Ma niente di questo si può realizzare se non si conosce cos’è il giusto karma [giusta azione] e la vera Bhakti [vera devozione].

Shraddha, la fede è necessaria.

Perciò lasciate che vi metta in guardia. Tutto questo di verifica attraverso un processo lento. E’ necessario molto tempo per vedere un progresso. Che nessuno si disperi. Si potrà avvertire la sensazione che ‘nulla sta accadendo’. ‘Forse non sono capace di ottenere nulla sul piano spirituale’ – è un pensiero che può affiorare di frequente. Non disperate e non lasciate.

Dove c’è volontà c’è anche una strada. Gli sforzi non andranno perduti. Proseguite con tutto l’impegno, costantemente. Non preoccupatevi di quanto tempo occorre. Al momento dovuto, vedrete i segni del progresso e raggiungerete la destinazione. La fede è un requisito fondamentale. ‘Il Signore non ci dimentica. Il cammino indicato dai Sastra e dal Guru non sarà improduttivo’ Questa convinzione profonda è quello che definiamo Shraddha, fede.

Quando diciamo che qualcuno ha fatto qualcosa con Shraddha, significa che ha agito col cuore, con la massima sincerità. Infatti la sincerità proviene dalla fede, Shraddha.

Quando ne osserviamo una prova diretta, non si sollevano dubbi sulla ‘fede’. Ma molte cose descritte nei libri religiosi non riportano questa ‘prova diretta’. Invece alcuni di essi possono indugiare sull’esatto opposto. […]

Nel parlare ordinario parliamo di credenti e di non credenti (aastikas e naastikas). Aaastika non significa semplicemente riconoscere che Dio esiste. Non si va molto lontano semplicemente con l’accettare l’esistenza di un potere superiore che è origine di tutto. ‘Credere’ è molto di più di questo. Il Potere Supremo osserva ogni pensiero e ogni azione e vi accorda un risultato appropriato; con la Sua compassione ci sta sempre dirigendo, per mezzo delle Scritture, per farci agire bene; in più, talvolta manda i suoi Messia o Acharya per mostrarci il giusto cammino; e perciò dobbiamo seguire quanto ci comunicano gli Acharya e gli Sastra; solo così potremo raggiungere l’Assoluto. La fede in tutto questo costituisce l’aastikam o il ‘credere’. Quindi Shradda farà di voi dei credenti. Nella Chandogya Upanisad (vii.19) è detto che solo colui che è dotato di sharaddha indagherà la natura dell’Atman; e il nostro Acharya, a commento di questo verso, ha detto: ‘Shraddha è aastikya buddhi’. In altre parole, Shraddha è la fede in tutto ciò che abbiamo detto poco fa.

Permettetemi di dire che gli occidentali sono andati un passo avanti a noi in questa materia. La parola per religione nella nostra lingua è ‘matam’. Significa ‘ciò che si ottiene con l’intelletto’. Quando l’intelletto raggiunge la massima elevatezza e si convince mediante un’elaborata indagine, raggiunge il ‘matam’. Anche quando non possiamo provare qualcosa, ma i grandi uomini e le Scritture hanno accettato la tal cosa, possiamo ritenerla giusta – anche questa fede è ‘matam’. Ma il vero significato di ‘matam’ è quella convinzione che sorge dall’intelletto, persuaso dalla ragione – non dalle parole di altri. L’ultimo significato di questo convincimento è il significato di Shraddha. Gli occidentali chiamano la religione ‘fede’. Diedero alla fede il primato in materia di religione. In epoche più recenti, ovviamente, hanno iniziato a dare importanza alla ‘ragione’ anche in materia di religione. Ma nei tempi antichi pensarono che la fede nelle scritture è, di fatto, la religione, ‘matam’ e adottarono perciò la parola ‘fede’ per ‘religione’.

Shraddha è la cosa più importante. Torneremo su questo argomento in seguito. Durante le fasi più elevate della Sadhana Advaita, viene un momento in cui si deve parlare di Shraddha più dettagliatamente. Quello di cui parliamo ora è solo un germoglio di ciò che dovrà crescere in un grande albero con radici molto profonde, quando arriveremo a quella fase culmine della discussione. Ma ricordate, è proprio questa pianta che deve diventare un grande albero.

Quando impariamo a tuffarci nell’oceano, inizialmente stiamo vicino alla riva e cominciamo a trattenere il respiro per un breve intervallo. Ma al momento dovuto impariamo a tuffarci nelle acque più profonde e anche a raccogliere gemme dal fondo del mare. La Shraddha di cui parliamo ora è come imparare a nuotare nell’acqua bassa vicino alla riva. La Shraddha che impareremo in seguito è come tuffarsi in profondità per raccogliere perle e gemme. […]

Come la raccolta delle perle è un obiettivo, l’obiettivo della Mukti ha in Shraddha un fondamentale prerequisito per gli ultimi passaggio dell’ascesa alla liberazione. Ma Shraddha di cui parliamo ora è quanto richiesto all’inizio dell’ascesa.

Dunque iniziamo l’ascesa con Shraddha. I Veda e le Upanisad lo raccomandano; Krishna lo conferma nella Gita e il nostro Acharya ne ha elaborato il percorso, fornendo tutti gli strumenti. Seguendo tutto ciò certamente giungeremo a realizzare Brahma-anubhava, l’essere-in-brahman.

Si deve iniziare con Karma e Bhakti; solo successivamente Jnana. La nostra mente è come uno specchio coperto da molta polvere e allo stesso tempo non è ferma, ma vibra. In questo tipo di mente non si riflette alcun valore spirituale. La polvere deve essere rimossa con l’osservanza ripetuta delle giuste azioni [Karma]. La vibrazione va fermata con la continua pratica della Bhakti [devozione]. Quando la mente sarà stabile e pura, le cose spirituali si rifletteranno in essa. [Aggiunge sorridendo:] Poi dovremo anche prepararci a ‘riflettere’ su di esse.

Qualifiche per l’Atma-Sadhana

Non dimentichiamoci di una cosa. La disciplina dell’Atma-sadhana si deve intraprendere dopo che i residui della mente e le sue vacillazioni sono stati eliminati. Questo è quanto prescritto dal nostro Acharya. Allo scopo di sradicare lo sporco e l’instabilità della mente sono prescritti Karma e Bhakti Yoga. Egli afferma chiaramente che il Saadhana-chatushTayam è solo per colui che ha superato la barriera della mente impura e vacillante.

*sva-varNAshrama-dharmeNa tapasA hari-toshhaNAt /
sAdhanaM prabhavet pumsAM vairAgyAdi chatushhTayaM //*
(Aproksha-anubhUti: 3)

‘Sva-varNAshrama-dharmaM’ - il Dharma relativo al proprio varna [vocazione/classe sociale] e Ashrama [stadio della vita] – è il Karma Yoga destinato a ciascun individuo. ‘Hari-toshhaNaM’ è la soddisfazione di Hari, il Signore. Infatto tutte le azioni che ci competono [Karma] devono essere compiute per soddisfare Hari (“Ishvara-prItyarthaM”). Non è necessario compiere atti di adorazione particolari [puja]. Secondo la Gita, dedicare a Dio il proprio svadharma-karma [azioni doverose e disinteressate] è di per sé Bhakti [devozione]. Nel `Sopana-panchakam' (o Upadesha-panchakam) l’Acharya dice “Svolgi bene il tuo svadharma-karma e consideralo come Puja per Ishvara”. Eppure, fare in questo modo, cioè rendere tutte le nostre azioni altrettante offerte a Dio, non è facile; perciò la Bhakti è prescritta anche come un atto d’amore separato da offrire ad Ishvara. Karma è per la purificazione della mente e Bhakti per concentrare la mente in un solo punto, verso Dio. La Bhakti si chiama perciò ‘hari-toshhaNaM’ in questo caso. ‘Hari’ non si riferisce soltanto a Vishnu. Ogni volta che diciamo ‘HariH OM’, ‘Hari’ indica il Saguna-brahman che denota tutte le possibili divinità.

La parola ‘toshhaNaM’ significa ‘dare soddisfazione’ o ‘generare contentezza’. Quindi, ‘Hari-toshhaNaM’ significa bhakti-yoga. La citazione che abbiamo riportato sopra aggiunge la parola ‘tapas’ [austerità] a svadharma e Hari-toshhaNaM. Tapas non è il terzo, ma ogni azione relativa al dharma e alla devozione deve essere svolta in spirito di austerità, con tutto il cuore, senza preoccuparsi del disagio fisico. Solo per coloro che riescono ad applicarsi in questo modo è accettabile e possibile la Sadhana-chatushhTayaM.

 Questo non significa che non ci si possa avvicinare all’Atma-vidya prima di avere completamente purificato la mente e stabilizzato la concentrazione in solo punto. Se si è raggiunto effettivamente un tale stato, non c’è alcun bisogno di proseguire in alcuna Atma-sadhana o disciplina di alcun genere. La mente sarebbe pronta a stabilirsi saldamente nell’insegnamento del Guru e la Realizzazione ne seguirebbe automaticamente. Ma l’Acharya non si è dato la pena di scrivere l’elaborata metodologia della Sadhana per aspiranti già talmente elevati. Se lo intendiamo correttamente, si tratta solo di questo: una mente pura e la capacità di concentrazione stabile in un solo punto sono gli elementi di base; con questi requisiti, si devono leggere i Sastra ed entrare nella via regale della sadhana. Solo allora si potrà avere reale progresso. Altrimenti si potrà appena toccarne i margini e riceverne la falsa sensazione di avere conosciuto tutto.

 Ci sono persone che affermano: “Tutti sono idonei a percorrere l’Advaita-Sadhana. Non è necessario alcun prerequisito. Dopo tutto si tratta di imparare la verità su se stessi e da se stessi. Perché dovrebbero essere necessarie delle qualificazioni per essere se stessi? E’ sufficiente possedere l’anelito alla conoscenza di sé. Per effetto naturale di questo desiderio, una volta si sia dimenticata la mente, tutto quello che resta è pervenire alla Realizzazione. Le Realizzazione del Sé è un diritto naturale di tutti. Non è necessario prescrivere alcuna qualificazione”. Forse alcuni di coloro che affermano queste idee sono davvero Jnani in saldo possesso della conoscenza. E forse alcuni dei loro seguaci, sebbene siano giovani, abbiano famiglia e conducano attività commerciali, avranno compiuto l’ Atma Vichara con autentico fervore e piena concentrazione mentale e perciò potrebbero avere ottenuto una chiara conoscenza. Anche tra coloro che parlano in questo modo c’è la possibilità che l’uno o il due per cento abbia conseguito la Realizzazione. Hanno affrontato molte letture sul Vedanta, sono intelligenti, e hanno riflettuto a lungo sull’Atman e sull’insegnamento del Vedanta; e possono costruire bellissime argomentazioni, pubblicare articoli, e così via. A vederli si rimane sorpresi e si può credere che siano veramente degli illuminati Jnani. Ma in realtà, tra questi parolai ce ne sarà uno su mille che ha veramente visto quello che afferma di avere visto. Coloro che hanno avuto l’opportunità di vedere direttamente solitamente non ne parlano, come Dakshinamurti. A beneficio del mondo il Signore Ishvara ha dato a un ristretto numero di Maestri, come il nostro Acharya, il compito di parlare e di scrivere sull’Atma Vidya.
Certamente possono esserci rari individui che hanno ottenuto direttamente la Realizzazione, senza osservare la rinuncia nei modi prescritti, lo svadharma e la Bhakti, e che si sono immediatamente avventurati nel profondo dello studio dell’Atma-Vidya. Ma non potrebbero dire che anche altri possono fare quello che loro hanno fatto. Quello che questi hanno ottenuto è avvenuto grazie ai samskara [semi] accumulati, che li hanno forniti delle necessarie qualificazioni in vite precedenti, così che in questa vita hanno potuto assaporare pienamente la Grazia di Dio. Tali persone non appartengono alla vita ordinaria. L’Acharya stesso gli avrebbe riservato un trattamento speciale per agevolarne il compimento spirituale. Ma quando l’Acharya scrive o predica all’umanità intera, per il bene generale, scrive solo tenendo a mente la vita della gente ordinaria e perciò parla di Karma Yoga e Bhakti Yoga quali prerequisiti all’Atma Sadhana.

Con questo orizzonte ha fondato la disciplina dei quattro gradi, o Sadhana-chatushhTayaM. Primo, con la mente purificata e concentrata si studino le Scritture, si riconosca cosa è eterno e cosa è effimero, si usi la discrezione nell’accettare e nel rifiutare, e vi vada avanti finché il ‘mumushukta’ [anelito alla Liberazione] è diventato come il respiro. Nemmeno questo costituisce la fine. La fine di questo studio per gradi è raggiunta quando la qualifica di Mumushukta conduce effettivamente alla Realizzazione.


Il culmine della Sadhana è solo per i Sannyasi

MumukshhutvaM – l’anelito alla Moksha – rappresenta la fine della seconda fase del cammino. La prima è la purificazione della mente e il controllo delle sue oscillazioni, attraverso Karma e Bhakti. Sadhana-chatushhTayaM è la seconda fase. La Sadhana rimuove la maggior parte delle Vasana [residui] e delle perturbazioni da cui la mente è affetta. Se ne rimangono, saranno al massimo il cinque o il dieci percento.

E’ in questa condizione che il ricercatore della liberazione (mumukshu) sente che rimane una sola cosa da fare, conseguire la Realizzazione. Così rinuncerà alla sua casa e ai suoi averi, prenderà il Sannyasa (voti di rinuncia solenne) ed entrerà nel terzo stadio. In altre parole, la conclusione dell’Acharya è che solo il Sannyasi possiede le giuste qualificazioni per entrare nel terzo stadio, l’Atma-Sadhana. Rinunciando a tutti gli attaccamenti, ai legami e agli obblighi mondani, l’Atma-Vichara (ricerca dell’Atman) diventa il suo lavoro a tempo pieno. Solo a questo genere di ricercatori è accordata la Realizzazione del Brahman. Questo è quanto afferma l’Acharya e questo è quanto confermano le Upanisad.

Dunque, nel terzo stadio, l’aspirante prenderà il Sannyasa sotto la direzione del suo Guru, e riceverà l’Upadesha (sostegno) del Mantra, adatto a insegnargli l’identità del Jiva con il Brahman, lo ripeterà costantemente nella mente e al momento dovuto anche questo processo mentale avrà fine e raggiungerà il suo scopo, la Grande Esperienza del Brahma-anubhava. Ciò è prescritto dall’Acharya.

Si chiederà: “L’Acharya ha detto che l’insegnamento dei Mahavakya [gradi detti], che affermano l’identità di Jiva e Brahman, è destinato solo ai Sannyasin. Come è possibile allora che nel Sama Veda il giovane Brahmanchari Svetaketu abbia ricevuto il mahavakya da suo padre?”

I Veda, in ciascuna sezione (ShAkhA), riportano un’Upanisad in cui si trova un Mahavakya che afferma l’identità di Jiva e Brahman. Di 1008 sezioni originarie, abbiamo oggi solo sette sezioni ancora esistenti, che risplendono come piccole torce. Sebbene ogni Shaka contenga un Mahavakya, oggi ne consideriamo quattro, corrispondenti ai quattro Veda, al fine di dare l’iniziazione ai nuovi Sannyasi.

Secondo il RgVeda non si conosce chi trasmise a chi il Mahavakya che si trova nella Aiatreya Upanisad. Ma si trova citato alla fine dell’Upanisad, rivelato da un Rishi chiamato Mahidasa Aitareya. Secondo quello che ci narrano i versi precedenti, cioè che Rishi Vamadeva ancora nel grembo materno aveva conseguito la conoscenza del Brahman (Brahman-Jnana), possiamo dedurre che questo Mahavakya sia balzato nell’intuizione di Vamadeva, per Grazia Divina. In altre parole che fu istruito nella Brahamn-Jnana da Ishvara stesso. Di conseguenza ci pare ragionevole concludere che debba essere insegnato solo ad un Sannyasi, ovvero a chi si trovi nel quarto Ashrama [quarta fase della vita, la rinuncia].

Il Mahavakya contenuto nello Yajurveda si trova nel primo capitolo della Brhadaranyaka Upanisad, in quello che è chiamato Purusha-vidha-brAhmaNaM. E detto: “Chi tra gli Dei pervenne allo stesso riconoscimento divenne il Brahman stesso; così fu per i Rishi, così avvenne per gli uomini” e viene dato un nome, precisamente, Vamadeva. Di conseguenza si può di nuovo concludere che questo mahavakya sia affiorato nell’intuizione di Vamadeva, che era uno Jnani, e che perciò gli unici qualificati a riceverlo siano i Sannyasin.

Il mahavakya dell’Atharva Veda si trova nella Mandukya Upanisad. Nell’Upanisad detta Muktikopanishad, Shri Rama dica ad Hanuman che la Mandukya è tutto quello che serve ad un ricercatore per ottenere la Liberazione (Moksha). Dunque anche questo Mahavakya è destinato solo ai Sannyasi.

La domanda si pone soltanto per il Mahavakya contenuto nel Sama Veda. Le obiezioni si possono sollevare solo su questo. Dei quattro mahavakya è il solo che viene tramandato da un guru ad un discepolo. E il discepolo è un giovane, un Brahmachari. Non un Sannyasi. Quindi l’obiezione sarà “come mai è stato insegnato ad un Brahmachari di 24 anni, sebbene esclusivo dei soli Sannyasi?”

Il punto non è ‘giovane’ o ‘vecchio’. Il punto è la maturità spirituale. Generalmente a questa maturità si perviene dopo avere conosciuto gli alti e bassi della vita, e dopo avere osservato senza cedimenti il percorso del Karma Yoga. Questo è il motivo per cui l’Acharya dettò, come regola generale, che i Mahavakya fossero insegnati solo agli iniziati al Sannyasi. Nel mondo ordinario, vi è un’età minima per iscriversi alle scuole superiori, ma vi possono essere ‘prodigi’ che dimostrino precocemente le doti che i più svilupperanno nell’età successiva. Questo non significa che la regola generale sia sbagliata. Ogni regola ha delle eccezioni. La regola che prescrive che solo i Sannyasi sono qualificati per il Brahma-Vidya ammise un’eccezione per il ragazzo del Sama Veda, Shvetaketu. All’inizio studiò sotto la guida del padre, poi per dodici anni fu mandato a completare la sua istruzione presso un guru e quindi fece ritorno a casa pieno di orgoglio. Quando individui tanto orgogliosi vengono scossi nel loro orgoglio finiscono per portarsi all’estremo opposto, alla totale umiltà, pronti a compiere il completo Saranagati [abbandono alla volontà divina]. Nessuna circostanza è più favorevole di quella in cui un uomo buono e studioso raggiunge il fallimento, in cui realizza che tutta la sua intelligenza e la sua erudizione non hanno alcun valore di fronte all’esperienza reale. E’ allora che dedicherà completamente se stesso. Questo avvenne al ragazzo del Sama Veda, il cui padre distrusse ogni pretesa di valore della sua erudizione e lo elevò all’intuizione spirituale. Allora gli fu impartito l’upadesha del Mahavakya. Questo non deve essere usato come precedente per pretendere che tale insegnamento è adatto a chiunque.

Il Brahmasutra (III - 4 - 17) pone delle regole per lo studio dell’Atma-Vidya. Sono qualificati solo gli ‘Urdva-retasi’. Chi sono? Sono coloro che non hanno sprecato le loro energie in esperienza sensuali, ma le hanno conservate intatte per l’elevazione spirituale. Solo coloro che hanno distrutto il desiderio diventeranno Sannyasi. Fin da giovane l’aspirante deve essere puro come il fuoco, tanto che nemmeno in seguito sorga in lui il pensiero del desiderio dei sensi; a tale persona può essere dato il Sannyasa-Diksha [iniziazione al Sannyasa] e si può certamente insegnare formalmente la conoscenza della non differenziazione tra Jiva e Brahman. Il nostro Acharya apparteneva a questa categoria. E la tradizione di iniziare al Sannyasa ragazzi in giovane età è stata continuata da lui e proseguita nei suoi monasteri [math].

Nella città di Shribali, un padre portò ad Adi Shankaracharya il proprio figlio, che si mostrava totalmente inerte nei confronti di qualsiasi cosa e lo pregò di guarirlo dalla sua ‘malattia’. Ma l’Acharya comprese immediatamente la maturità dietro quel silenzio inerte. Diede il Sannyasa al ragazzo e lo tenne con sé. Questi era il famoso Hastamalaka, uno dei primi quattro discepoli.
Poi, ancora più giovane e intelligente del nostro ragazzo del Sama Veda, era un bambino di sette anni che osò sfidare l’Acharya nella dissertazione filosofica. Come si poteva vincere il nostro Acharya nell’argomentazione? Ma il punto non è vincere o perdere. Dopo la discussione il ragazzo fu talmente sopraffatto dalla modestia che si arrese completamente all’Acharya. Questi lo accettò ben volentieri come discepolo, lo iniziò al Sannyasa e gli diede il nome di SarvajnAtman. Sto raccontando queste vicende al fine di chiarire che l’Acharya, che era estremamente rigoroso nell’applicazione delle regole, abbandonò tali regole quando si trovò di fronte ad individui straordinari. Il ragazzo del Sama Veda di cui stiamo parlando, sebbene fosse giovane e appena ventiquattrenne, aveva la maturità necessaria per meritare l’insegnamento del Mahavakya, e perciò il Rishi gli accordò l’Upadesha.

Citare queste eccezioni per chiedere che si eludano le regole in ogni caso non è corretto. Vidhura, nel Mahabharata, sebbene non fosse qualificato per ricevere l’ jnAnopadesha, fu uno jnani. Dharma-vyAdha gestiva un negozio di macelleria, eppure fu uno jnani. Lo stesso Acharya cita questi casi nel Sutra-Bashya (I - 3 - 38) spiegandoli come eventi che accadono in virtù dei Samskara [semi] di vite precedenti. Nella vita precedente questi individui hanno conseguito una sufficiente maturità spirituale, ma sono rinati a causa di qualche minima macchia; comunque la maturità spirituale si rivela rapidamente e questi raggiungono gli stadi successivi del cammino conoscitivo. Persone di questo tipo sono molto rare. Non possono essere prese a modello per la regola generale.

In generale la via da seguire per coloro i cui Samsakara non sono chiari è solo il Karma Yoga. Questa è la regola. Essi troveranno difficile anche svolgere propriamente il Karma yoga. Non è utile chiedergli un’impossibile controllo dei sensi e della mente necessari per l’Jnana Yoga.

Ecco perché il terzo stadio [Nota: Saadhana-chatushhTayaM è il secondo stadio] dell’Advaita Sadhana è prescritto solo per coloro che si trovano nel quarto Ashrama (sannyasa), che hanno già abbandonato tutti gli obblighi dell’azione e hanno dedicato se stessi alla ricerca dell’Jnana. Solo se si è gettato via ogni onere che costringeva a seguire le vicende della famiglia, la responsabilità di mantenere se stessi e i famigliari, i legami di parentela, di denaro e di posizione e si dedica tutto il tempo come un Sannyasi per realizzare l’Atma-Vichara – solo allora può essere recisa l’oppressione interiore del pensiero e quindi lavare via le antiche sedimentazioni della mente. Entro un certo intervallo di tempo, la somma di giuste azioni, svadharma e doveri aiuta a purificare la mente; ma dopo un certo livello essi stessi diventano potenziali contenuti nocivi della mente. Si impongono alla mente e impediscono di liberarsi di essa. Quando laviamo delle stoviglie sporche non applichiamo forse del detergente, lasciandolo agire per un pò? ma anche il detergente andrà poi rimosso e solo allora avremo le stoviglie pulite. Ugualmente, il Karma [le azioni] che aiutano la purificazione devono essere dimesse completamente perché l’organo interno [antahkaraNaM, la mente] diventi puro e cristallino. Questo è l’esatto significato di Sannyasa. Quando si diventa Sannyasi anche le attività interiori devono smettere e liberarci. Attività significa irrequietezza. La pace totale è un oceano di beatitudine; ci si deve dissolvere in esso ed essere Brahman. Quella è la pace immutabile. Se è possibile conseguire quello stato a partire dalla nostra condizione presente di perturbazione e di irrequietezza, non è forse nostro dovere compiere il massimo sforzo in questo senso? Se non lo facciamo siamo solo degli sciocchi, qualsiasi posizione o status abbiamo raggiunto in un altro campo qualsiasi.


Perché parlarne ad altri, se è possibile solo ai Sannyasi?

Potrei avervi chiamati sciocchi, perciò potreste sollevare una domanda: “E’ corretto chiamarci sciocchi senza conoscere la realtà? E’ giusto parlare senza nessuna preoccupazione per il mondo attuale?” Qualcuno potrebbe pensare, poi: “La pace eterna è certamente molto attraente. Ma, se è richiesto di indossare la tonaca color ocra del Sannyasi, non è attuabile. Non siamo pronti, non abbiamo la maturità per farlo. Per ottenere la Pace è richiesto di abbandonare tutte le relazioni, la famiglia e la professione. Ma resta sempre la paura latente di ciò che potrebbe accadere abbandonando tutto questo; questa paura allontanerebbe la pace che si sta cercando. Nel contesto dei nostri legami di desiderio e attaccamento, come possiamo adempiere all’Ashrama del Sannyasi? Non finirebbe in un disastro? E vivendo quell’Ashrama, una caduta sarebbe un sacrilegio. Prendere il Sannyasa in questo momento, cercando di vivere con quelle modalità, sarebbe ingannarsi da soli. E lo Swami non può essere così sciocco da pensare che possiamo vivere la vita da Sannyasi e dedicare tutto il nostro tempo all’atma-Vichara. Quindi perché insiste a tenerci seduti qui ad ascoltare le sue lezioni?” In altre parole, voi vi state chiedendo perché spiego a chiunque quello che è attuabile solo dai Sannyasi e da quelli abbastanza maturi per il Sannyasa e perché voglio andare avanti.

 
Due differenti cammini per due differenti aspiranti.

La vostra domanda è legittima. Si può divulgare l’insegnamento dell’Jnana in abbondanza, si possono organizzare grandi conferenze sull’Advaita, si possono pubblicare libri a basso costo sull’argomento e anche di gratuiti – tutti questi accessori possono radunare un vasto pubblico certamente, e il libri essere molto richiesti, ma infine coloro che veramente metteranno in pratica gli insegnamenti saranno pochi e distanti tra loro. “Uno su mille ci prova; e tra questi raramente uno persiste e raggiunge il suo obiettivo” dice Bhagavan. Questo è il suo gioco di Maya! Ad eccezione di quei pochi i cui buoni semi dalle vite precedenti sono davvero forti, tutti gli altri sono incapaci di pensare seriamente a sfuggire alle attività mondane e dal tira e molla della mente.

Perciò il Signore distingue due categorie di persone nella Gita e dichiara gli uni qualificati solo per la via dell’azione [karma], e gli altri idonei a seguire il cammino della Conoscenza [Jnana]. Non solo. Dice chiaramente di non essere lui a creare questa distinzione, ma che esiste fin dalle origini, come indica l’espressione "purA proktA". La parola ‘pura’ la ritroviamo nella derivazione ‘purana’. I Veda fanno questa distinzione. ‘Porkta’ significa ‘detto chiaramente’. Ishvara ha lasciato questo messaggio attraverso Veda e perciò Krishna dice “Questo è stato insegnato da me nei tempi antichi”. E quali sono i due cammini? "jnAna yogena sAnkhyAnAM karma-yogena yoginAM". Sono Jnana Yoga e Karma Yoga.

L’Jnana Yoga è l’argomento dell’Advaita-sadhana. E’ per coloro che possiedono samskara molto elevati. Essi vengono chiamati Sankhya dal Signore. A questa parola vengono dati solitamente molti significati. Ma io sono propenso per uno in particolare. ‘Sankhya’ significa contare. La popolazione si chiama ‘jana-sankhyA’. Perciò possiamo ritenere che quel ‘Sankhya” significhi coloro che si possono contare facilmente. E’ per loro e solo per loro che è disposto l’Jnana Yoga o Advaita-sadhana. Per tutti gli altri è dato il Karma Yoga.

Karma è spiegato come pravritti (coinvolgimento nel mondo) e Jnana è detto nivritti (rinuncia al mondo). I due sono stati distinti da Manu “pravRRittaM nivRRittaM ca dvi-vidhaM karma vaidikaM” (Manu-dharma-shAstra XII - 88).
Due differenti tipi di persone hanno differenti mentalità, maturità e samskara, perciò sono stati offerti due modelli di cammino. La stessa cosa è dichiarata nel Brahma-sutra III - 4 - 11. Così come si possono dividere cento rupie in due, dandone cinquanta ciascuno, i cammini verso l’Atman sono stati divisi in Karma e Jnana e sono stati dati a persone differenti per qualifica. Questo esempio ricorre tre o quattro volte nel testo del Brahma-sutra. Ma subito all’inizio, lo stesso concetto è espresso nel primo verso “athAto brahma-jijnAsA”, che dice: “Quindi, dopo di ciò, si considera la conoscenza di Brahman”. ‘Dopo’ di cosa è spiegato nel commento dell’Acharya. Dopo avere completato alla perfezione il primo stadio e tutte le sadhana richieste nel secondo (che vedremo) – dopo tutto ciò, ricevuti dal guru il Sannyasa e l’Upadesha (istruzione formale) dei Mahavakya, allora l’aspirante è pronto e qualificato a dedicare tutto il suo tempo in maniera esclusiva alla conoscenza del Brahman: questo dice l’Acharya nella spiegazione del primo Sutra.
Tra quelli che sono radunati qui oggi, forse ci saranno una o due eccezioni; ma tutti gli altri sono qualificati solo per il Karma Yoga. Certamente non possono evitare il proprio karma. “Fai il tuo Karma, costantemente. Ma non ricercarne i frutti, non desiderarli; compi il tuo karma perché è il tuo Svadharma, il tuo dovere. Lascia i frutti alla responsabilità del dispensatore dei frutti”. Questo insegnamento è il Karma yoga.

Solo dopo che la mente si è purificata con l’azione disinteressata, si diventa qualificati per l’ Jnana Yoga. Nel Gita bashya l’Acharya ha reso questo concetto chiaramente. Sebbene in epoca moderna alcune persone – Tilak, Gandhi e altri – dicano che la Gita insegna il Karma yoga come via diretta alla salvezza, l’Acharya ha dimostrato il contrario. Non siamo veramente toccati da questo argomento, ora, ma l’ho sollevato inavvertitamente; quindi lasciate che chiarisca alcuni punti critici.

”svakarmaNA tam-abhyarchya siddhiM vindati mAnavaH” – Colui che compie il suo svadharma dedicandolo a Dio, raggiunge la meta – così recita la Gita nell’ultimo capitolo. Coloro che dichiarano che il Karma yoga sia una via diretta alla Moksha, interpretano la parola ‘siddhi’ come ‘moksha’. Ma l’Acharya spiega: “La siddhi di cui si parla qui è solo la qualifica per l’Jnana Yoga; lo scopo finale (siddhi) del Karma yoga è il passaggio dallo stato della rinuncia ai frutti dell’azione alla rinuncia all’azione stessa, così che si entri nel percorso dell’Jnana Yoga e ci si concentri sulla conoscenza dell’Atman a tempo pieno”. Sebbene la Gita esalti ed elevi al rango celeste la pratica del Karma Yoga, essa deve intendersi come ‘artha-vada’, dice l’Acharya. Arta-vada significa incoraggiare e sostenere l’aspirante lungo un certo cammino. E’ come dire ad un bambino che sta imparando l’alfabeto ‘così diventerai un re!”. Questo supporto non è altro che l’artha vada. In altre parole è un’esagerazione per incitare l’allevo nel suo interesse. Quando vaghiamo disperati: “Solo l’Jnana è la via alla Moksha; ma io non sono capace di percorrerla; non mi resta che sudare con il Karma” il Signore, per sostenerci nel cammino adatto a noi, dice: “Non sottovalutare il Karma Yoga; il Karma Yoga può fare così e così e ti restituirà questo e questo merito”. Ma parlando dello Jnani, ‘Lo Jnani non è altri che me’ (“jnAnIt-vAtmaiva
me matam”), ‘Jinani sono coloro che hanno raggiunto il mio stato di comunione’ (“mad-bhAvam-AgatAH”) – così si esprime definitivamente.

Il Signore ha perciò definito l’Jnana Yoga per i Sankhya e il Karma Yoga per gli Yogi.

Bhagavan usa la parola ‘yogi’ per indicare quelli qualificati per il Karma Yoga. Noi pensiamo che lo yogi sia un uomo eccelso che controlla il respiro e la mente. Perché si dice qui che questi non possiede la maturità per l’Jnana, ma che è solo nella giusta direzione per affrontare il karma yoga? ‘Yoga’ implica unire. ‘Unione’ è il suo significato diretto. Un’unione richiede due entità, come minimo, o tre, quattro, o di più. Solo allora possiamo parlare di unione e di yoga. Dove vi sia una cosa sola, non c’è questione di ‘unione’. Ciò che è rimane se stesso. Non vi è nulla di esterno con cui pervenire all’unità. Se osserviamo da questo punto di vista , uno ‘yogi’ è un dualista, che si ‘relaziona’ a qualcos’altro, in altre parole si sta ancora muovendo nel piano di Maya. Non è uno che può restarsene solo come un advaitin. [Lo Swami aggiunge sorridendo]: sto dicendo questo con leggerezza. Che studiosi e pandit non mi fraintendano!

Molti di noi sono attaccati al proprio Karma (karma-sangis). Il massimo che possiamo fare è svolgere il Karma senza attaccamento ai risultati. E’ già abbastanza difficile. Tutto il nostro lavoro è rivolto a qualche risultato. Quando è così, svolgere il Karma senza pensare ai frutti è certamente la cosa più difficile. E chiedere di salire un gradino più in alto – non uno, molti gradini – per rinunciare al karma stesso e dedicarsi interamente al Dhyana [meditazione] è impresa impossibile. E’ ai ‘karma-sangi’ che Bhagavan ha detto: “Non c’è nulla che dovete fare per quanto riguarda l’Atman. Semplicemente continuate a svolgere i vostro Karma come yoga. Fate che la purificazione completi il suo corso. Dopo di che entrerete nel dominio dell’Jnana”. Lo stesso Bhagavan che ha detto: “Quella via è per i Sankhya, ma questa è per voi” separando i due percorsi. Stiamo andando per un certo cammino e lottiamo veramente solo per mantenerci dentro di esso; a che serve conoscerne un altro che si suppone inaccessibile per noi. [E lo Swami aggiunge sorridendo]: in breve, perché ci fai questo sermone da mal di testa?

Ve lo dirò subito.

[La ragione per parlarne a tutti]

Si suppone che ciò che stiamo perseguendo sia la rinuncia ai frutti del karma; o che ci stiamo provando. E’ una cosa formidabile. Cercare di continuare a svolgere i propri compiti [svadharma], senza pensare al frutto delle azioni, solo per esaurire i debiti karmici accumulati e quindi ottenere la purificazione della mente – è un traguardo altissimo. Solo per fare questo – non al fine di rendersi capaci di fare la nididhyasana dell’Jnana yoga; ma solo per ridurre l’attaccamento ai frutti nel Karma yoga stesso – dobbiamo chiarirci la mente imparando alcuni concetti astratti e significati e praticando un certo regime di esercizio. Ma di fatto, in ultima analisi, si tratta degli stessi passi prescritti nell’Advaita-sadhana. Prendere il Sannyasa e praticare shravana, manana e nididhyasana, sono i passaggi prescritti nella sadhana; e gli stessi passaggi sono necessari per progredire nello svolgimento corretto del Karma Yoga. Ma non è necessario per tutti nuotare in acque così profonde; è sufficiente tenersi nell’acqua bassa – solo questo è necessario.

Vi è un’altra ragione. Non tutti possono essere pronti da subito per la Sadhana Advaita. Ma questo non significa che si è tutti al livello più basso della scala spirituale. Si possono trovare diversi tipi di persone: quelli con una mente parzialmente purificata e un minimo grado di discriminazione e distacco; e quelli con un livello di purificazione ragionevolmente buono e dotati di discriminazione e di distacco. Fargli conoscere la disciplina della sadhana è provocare in loro interesse e desiderio: “Posso correggermi ancora, fare un piccolo sforzo, così da portarmi in quella direzione”. Solo per aver saputo che “esiste una via”, inizieranno a cercare di conoscere di cosa si tratta e quindi a compiere uno sforzo reale per dirigersi in quella direzione. Dunque tutto consiste nell’orientare i diversi tipi di persone nella direzione giusta. Un metodo basato sui mantra o sulla kundalini può essere disastroso se svolto in modo sbagliato e perciò deve essere custodito segretamente, perché non si diffonda erroneamente. L’Jnana yoga non è così. Rivelarlo a tutti non è sbagliato.

Si deve sottolineare una cosa. Sebbene l’Acharya abbia prescritto il Sannyasa-Ashrama per coloro che scelgono il Janan yoga come loro sadhana, ha dichiarato che coloro che non sono altrettanto qualificati (che quindi non possono utilizzarlo come esercizio di sadhana) debbano conoscere la dottrina dell’Atman ed essere orientati a pensare l’Atman.
L’Acharya scrisse un breve libro divulgativo dal titolo "Bala-bodha-sangrahaM". ‘Sangraham'’ significa sommario, il nome ‘bala-bodham’ indica che è adatto ai bambini. A quei tempi un bambino di otto anni riceveva il suo upanayanam [iniziazione del bambino]. E quando il ragazzo raggiungeva il gurukula-vasam [dimora del maestro, dove viveva per il periodo degli studi] per i primi anni era ancora un bambino. Il Bala-bodham era destinato a questi ragazzi. Pensato dall’Acharya per rispondere alle domande dei bambini. L’insegnamento che propone è una vera educazione all’Advaita Vedanta. Tutti I fondamenti dell’Advaita sono esposti in esso brevemente. Vi si menzionano anche i differenti angas (parti) dell’Advaita sadhana. E’ chiaro perciò che l’Acharya non ha mai inteso i contenuti dell’Advaita Vedanta come esclusivi di coloro che praticano l’Jnana Yoga e solo di quelli che abbiano raggiunto certi requisiti. Possiamo comprendere da tutto questo che egli riteneva che nessuno dovesse restare ignorante delle verità eterne dell’Advaita Vedanta. Un’esperienza diretta può accadere rare occasioni; ma il metodo di lavoro, il cammino della sadhana, deve essere conosciuto da tutti - questo è stato l’obiettivo dell’Acharya.

Solitamente pensiamo che parlando dell’Acharya, si parli solo di Advaita. La sua grandezza sta nel fatto che non insistette in quella direzione per tutti. Strutturò la filosofia dell’Advaita con forza e bellezza, ma non ritenne che fosse una disciplina per tutti. Comprese molto bene la natura umana. Perciò con grande compassione ed empatia predispose per alcune persone il solo cammino karmico e l’Advaita per gli altri.


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