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Le altre scuole filosofiche L'Advaita è differente Sembra facile, ma è davvero difficile La Moksha avviene per Grazia di Dio Serve tempo, ma occorre iniziare Saadhana chatushhTayam - Il Cammino fondato dal nostro Acharya [Con questo articolo inizia la traduzione di una serie di discorsi di Sri Chandrasekhara Saraswati Swamigal (1894 - 1994) sulla Sadhana (pratica spirituale) e l’Advaita Vedanta. Riconosciuto universalmente quale anima pienamente realizzata, il Dio-che-cammina, come era definito dai devoti, fu a capo del monastero di Kanchi, fondato da Sri Adi Shankara. Innumerevoli le sue lezioni dallo stile semplice e penetrante. La raccolta che ci apprestiamo a tradurre, originariamente in lingua tamil, può rappresentare un’opportunità sia per coloro che si avvicinano alla filosofia e alla pratica del Vedanta che per gli aspiranti più esperti che desiderano conoscere l’insegnamento di questo grande Advaitin.]
Le altre scuole filosofiche
“Vi è una Suprema entità come Causa di questo universo. La stessa causa è la nostra origine. Quello che ci ha creati. Siamo solo Jivatma [anime individuali] limitate. Ma quello è il Paramatma, l’infinito Supremo. Questo Jivatma deve tornare indietro fino a ricongiungersi al Paramatma. Solo allora questo Samsara, il ciclo ripetitivo della nascita e della morte, le sofferenze cui il karma ci sottopone e le turbolenze della mente finiranno e potremo raggiungere lo stato di eterna felicità. Questo è lo stato chiamato ‘Liberazione’ o ‘Moksha’. Quando si raggiunge non vi è più morte e si consegue la pace eterna”. Così dicono le religioni e ci mostrano la via per raggiungere il Paramatma. Ogni religione e scuola filosofica dà un nome a quel Paramatma. Una scuola dirà ‘Shiva’, un’altra ‘Vishnu’, un’altra ancora dirà ‘Shakti’. Fai questo e quello, e andrai al luogo [Kailasa] dove è Shiva, il mondo di Moksa, dice una scuola. Un’altra dirà che quel mondo è solo Vaikuntha, residenza di Vishnau. Così la scuola Shakta dirà che il mondo di Moksa è solo Amba, detto Shri-puram. Oppure, Moksa è l’Ananda- Bhuvana in cui vive Ganesha, diranno altri. No, è Skanda-giri,dove vive Subrahmanya; Krishna ha il suo mondo di beatitudine, chiamato Golokha – dunque le differenti scuole di pensiero si prodigano di parole. Ognuna offre un metodo di devozione e ricorda che lo scopo dell’Upasana è raggiungere il mondo dell’infinita beatitudine, a cui danno nomi differenti. Qual è la relazione tra Jivatma e Paramatma? Questa è una domanda importante che viene posta e risposta da ciascuna scuola alla sua maniera particolare. Una scuola dirà che il Jivatma è sempre distinto dal Paramatma; e che nello stato di Moksa il Jivatma gode l’infinita beatitudine nell’adorazione del Paramatma, o Bhakti – questa è la conclusione Dvaita [dualismo]. Un’altra dirà: sebbene il Jivatma si trovi separato offrendo la sua devozione [Bhakti] al Paramatma, avrà la percezione del Paramatma immanente in sé, come sua anima; questo è il Vishishtadvaita [non dualismo qualificato]. Ancora un’altra dice: quando il sole sorge le stelle non smettono di esistere; soltanto scompaiono dalla vista, a causa della luminosità del sole; così nella Moksa, il Jivatma sebbene non perda la sua esistenza, avrà la sua piccola coscienza sommersa nella Coscienza Assoluta del Paramatma – questa è la dottrina Shaiva-siddhanta. E vi sono ancora altre scuole di pensiero. L’Advaita è differente La scuola filosofica iniziata da Adi Shankara Bhagavat-pada è chiamata Advaita. Esprime un pensiero totalmente differente da tutti quelli descritti. Rifiuta tutte le chiacchiere sul Jivatma che sfugge al mondo e al samara, che va e raggiunge il Paramatma e tutte le conseguenti considerazioni su questo mondo e sul cosiddetto mondo-di-moksha e sulla relazione tra i due. Non vi è nulla che sia ‘questo mondo’; è solo Maya. Moksha non è un luogo o un mondo. Quando l’Atma è liberato dalla schiavitù della mente, quello è Moksha, la liberazione. Potrebbe essere qui e ora. Si può conseguire la ‘liberazione’ mentre si è ancora in vita, non necessariamente dopo la morte. Colui che chiamiamo Jnani [Conoscitore, liberato] può apparentemente vivere in ‘questo mondo’ ma realmente essere in Moksha. Non c’è unione del Jivatma e del Paramatma. Un’unione si verifica quando si è in più di uno. Solo quando si è in due si solleva la questione della relazione. In verità Jivatma e Paramatma non sono due entità distinte. L’Atma è uno e uno soltanto. E’ sempre solo con se stesso; oltre ad esso non vi è nulla. Il Sé è il Sé. Questo è definito con il nome di ‘nirguna-brahman’. Eppure, il Brahman è il supporto e contemporaneamente l’occultamento del supporto, che fa apparire lo spettacolo di Maya, come lo spettacolo di un mago, nella forma di questo universo. Il film appare sul supporto dello schermo bianco. Non c’è spettacolo senza lo schermo. Ma la proiezione nasconde lo schermo che le fa da supporto. Lo schermo non ne è in nessun modo intaccato; è ancora lo schermo e rimane lo schermo. Nel caso del Brahman vi è un mistero ulteriore. Da una parte Brahman rimane Brahman; ma dall’altra, per mezzo della sua Maya Shakti [potere illusorio] diviene la molteplicità dei Jiva individuali, ciascuno con un distinto organo interno (antaH-karanam), la mente. Con una appropriata Sadhana possiamo orientare questo antaH-karanam, perché il Jiva realizzi di essere Brahman. In altre parole non vi è ‘unione’ di due oggetti chiamati Jivatma e Paramatma. L’uno conoscerà se stesso come l’altro. La stessa entità che non conosce la sua vera natura pensa se stessa come Jiva, conosce se stessa come Brahman quando realizza la sua vera natura. Non ci sono due entità. E’ Brahman ad essere chiamato Jiva quando c’è schiavitù della mente, ma quando la schiavitù è stata eliminata ciò che rimane è il sé in se stesso; dunque nessuno deve essere unito a qualcun altro. Non esiste questione di relazioni. Come può esserci questione di relazione tra noi stessi e noi stessi? La liberazione da questa schiavitù è chiamata Moksha; non vi è luogo da definire quale ‘mondo’ differente o ‘luogo’ della Moksha. Questa è la posizione di fondo dell’Advaita. Ci si può domandare: ‘Dismettendo l’attività della mente – siamo noi stessi il Brahman. Questo è Moksha.’ Questa affermazione dell’Advaita sembra renderci tutto facile. Invece, le altre scuole dicono che c’è qualcosa di più alto, oltre questo mondo, chiamato il mondo di Moksha; c’è un Paramatma sopra di noi, noi siamo solo Jivatma, lontani da Lui, e dobbiamo lottare per raggiungere il Suo mondo. Ma l’Advaita dice che non c’è alto né basso; che noi siamo quel Paramatma e che per raggiungere Moksha non dobbiamo ‘andare’ in nessun dove; lo possiamo avere qui. Si potrebbe pensare che sia tutto molto semplice.
Sembra facile, ma è realmente difficile. Perché c’è un grande ‘se…’! ‘Solo se dismettiamo l’attività della mente…’ conseguiamo l’advaita-siddhi [perfezione dell’advaita]. La difficoltà è esattamente qui – mettere la mente a tacere. Quando una maglia ci è larga la togliamo facilmente. Ma se la maglia è stretta, per toglierla dobbiamo impegnare un certo sforzo. E quando dovessimo toglierci la pelle, la difficoltà la possiamo immaginare. Come la pelle è attaccata al nostro corpo, così la mente aderisce a noi, ma ad un livello più profondo. Una veste sporca puzzolente e appiccicosa diventa pulita quando lo sporco, il cattivo odore e l’appiccicaticcio sono lavate via. Non è necessario cercare un altro abito. La stessa veste quando lo sporco e il resto sono stati eliminati diventa un abito pulito. Così per il Jiva, non dobbiamo cercare un’altra entità chiamata Brahman; se possiamo rimuovere lo sporco e l’odore dalla nostra mente, sarà sufficiente. La stessa persona emergerà come puro Brahman. Ma questo è un compito temibile – eliminare lo sporco e il lezzo che profondamente si sono attaccati alla nostra mente! La mente rifiuta di essere dismessa. Cos’è esattamente la mente? E’ lo strumento che crea i pensieri. Se la creazione dei pensieri si ferma, la mente non c’è più. Ma non siamo capaci di fermare la creazione dei pensieri. La mente continua a galoppare. Attraversiamo numerose esperienze e godimenti. E li vediamo; conosciamo quelli di questa vita, e ignoriamo i molti altri avvenuti in vite precedenti. Ciascuno ha lasciato un’impressione nella nostra mente. Essi continuano a percorrere la mente e a produrre altri pensieri. Come il fetore che persiste in una bottiglia che ha contenuto dell’asafoetida. Così anche quando abbiano oltrepassato certe esperienze e godimenti, il loro odore persiste nella nostra mente. Questo è quanto chiamiamo Vasana, o JanmAntara VasanA (Vasana che provengono da altre vite) o SamskAra VasanA. Come funziona? Inizia con l’emergere di vecchie sensazioni piacevoli e diventa la causa di pensieri successivi su come procurarci ancora le stesse esperienze. Questi pensieri sono una sorta di piani creati dalla mente. L’ ‘odore’ del passato deve cessare. Questo si chiama ‘VAsanA-kshhayam’ (morte delle Vasana). E questo è la dismissione delle attività della mente. ‘Dismissione’ implica ‘fine’. Quello che scorreva per tutto il tempo incontra la fine quando la sua corsa finisce. Quando un grande flusso d’acqua viene arginato, il flusso finisce. Allo stesso modo quando il flusso mentale viene fermato, si verifica la fine della mente. Quando dico che la mente è ferma o stabile, non intendo il soffermarsi o riposare su un oggetto. E’ qualcosa di diverso. Per ferma o stabile, intendo un’altra cosa. Quando la mente è fissa su un oggetto, significa che è completamente occupata da quell’oggetto. Nessun altro oggetto deve occupare la mente. Anche arrivare a mantenere la mente in questo tipo di stabilità è certamente un processo arduo. Si tratta del penultimo passo all’arresto dell’attività mentale. Quando un animale selvatico sfugge e salta ovunque, come catturarlo? E’ difficile. Ma quando si troverà fermo in un dato posto, lo prenderemo facilmente. Allo stesso modo la mente che corre in tutte le direzioni deve essere portata a fermarsi in un solo luogo, su un solo pensiero. Questo è il prerequisito per quello che chiamiamo ‘dismissione’ della mente. Dopo di ciò la mente è dissolta totalmente. Avviene quando si consegue la Realizzazione – la Realizzazione dell’Atman. In altre parole, l’essere Jiva va, e l’essere Brhaman emerge. Il processo di fermare la mente su un singolo pensiero e quindi eliminare perfino quel pensiero, al fine di sgomberare la mente insieme alle sue radici, è come la conquista dell’Himalaya. Le Scritture [vediche] spesso vi si riferiscono come "anAdyavidyA-vAsanayA", che significa “le vasana dell’ignoranza sono radicate in un tempo senza inizio”. Questa è la ragione per cui l’oscuramento della mente è talmente pesante e denso. La sua rimozione è certamente un compito difficile.
La Moksha avviene per Grazia di Dio. Comunque, se persistiamo nei nostri sforzi, per Grazia di Dio, se non in questa vita, forse in una successiva, vedremo il nostro nobile proposito di realizzare Brahman, cioè la realizzazione che noi stessi siamo Brahman e siamo in Brahman. Chi è questo Dio (Ishvara) che ci concede la Grazia? Jiva e universo sono solo uno spettacolo di Maya, ma anche in questo ‘spettacolo’ vi è molta regolarità. Non è uno spettacolo casuale e caotico; è una rappresentazione ben orchestrata. La mente, che è parte di questo ‘spettacolo’ può trovarsi aggrovigliata dalla sua stessa danza, ma l’universo del sole e delle stelle, fino alla più piccola vibrazione interna all’atomo, accadono con stupefacente regolarità. Anche questa mente è stata portata al silenzio dai grandi uomini che hanno tracciato il sentiero per noi, nei termini che chiamarono Dharma, perché possiamo seguire i loro passi e fermare la mente. Inoltre, migliaia di altre cose accadono seguendo la legge di causa effetto scoperta dai nostri avi e lasciataci in eredità. Gli eventi di questo universo accadono nonostante noi, seguendo alcuni percorsi ben precisi, creati appositamente, perché possiamo vivere in pace. Se osserviamo questo attentamente, forse dal punto di vista assoluto tutto è maya, ma nel linguaggio del mondo di ogni giorno, vi è un ordine meraviglioso che deve essere stato iniziato o predisposto da una forza enormemente potente, molto più potente di ogni potere da noi conosciuto. Quel potere è chiamato Ishvara (Dio). E’ Brahman che, associandosi a Maya – anche se la parola ‘associarsi’ è sbagliata, poiché Brahman non agisce e perciò non si ‘associa’ ad alcunché, dunque dovremmo dire ‘in apparenza associandosi con’ – è quell’Ishvara che controlla e organizza l’universo e gli Jiva. Sotto il suo controllo il mondo degli enti (Jiva) si manifesta. Per questo motivo, trascendere la cortina di Maya e superare perfino il suo orizzonte di controllo, al fine di realizzare Brahman, che è il Suo nucleo quanto il nostro, è impossibile senza il consenso di tale potere, Ishvara. In altre parole, solo per Grazia di Ishvara si può superare la nostra mente e realizzare il Brahman. Nel mondo di Maya, il dispensatore dei frutti delle nostre azioni è Ishvara. Quale frutto deve essere assegnato ad una data azione è deciso da Ishvara. Ogni singola azione ha una conseguenza e il dispensatore delle conseguenze è Ishvara. I cicli di azione e di effetto si verificano nel ripetersi delle rinascite. Solo quando il Karma si arresta potremmo sperare di diventare il Brahman senza karma. Quello che conduce il Jiva ad essere coinvolto nel karma è la mente. A causa delle predisposizioni e dei bisogni della mente siamo coinvolti nelle azioni. Dunque le azioni si esauriscono quando la mente si ferma. Ma la mente si rifiuta di fermarsi. Come può una cosa distruggere se stessa per mezzo di se stessa? Può un’arma spararsi? La mente può fare soltanto una cosa: prefigurandosi nell’agonia totale della morte, pensare sempre al Jiva-Brahma-Aikyam [identità del Jiva con Brahman] che segue la scomparsa della mente. Questo significa ‘nididhyasana’. Si deve svolgere con estrema continuità. L’essenza dell’advaita-sadhana è una sorta di pensiero persistente. Certamente si tratta anche di una ‘azione’. Il camminare è l’attività delle gambe. Mangiare è l’attività della bocca. Pensare è l’attività della mente. Si è appena detto che tutte le azioni sono osservate da Ishvara e che Lui dispensa il risultato delle azioni. Egli osserva anche questa ‘azione pensante’, il nididhyasana. Se ci impegniamo costantemente e sinceramente , Egli deciderà ad un certo punto se la data persona ha svolto il nididhyasana abbastanza da distruggere il suo debito karmico e accorderà la Sua Grazia, capace di distruggere la mente che sta lottando per stabilire la propria individualità di Jiva distinto da Brahman. Questo è il significato dell’affermazione che è per Grazia divina che si trova la Realizzazione del Brahman. Non significa comunque che Dio aspetta e calcola se abbiamo fatto abbastanza sadhana per esaurire il karma delle nostre vite passate. Se così fosse non si potrebbe definire ‘Grazia’. Un calcolo meccanico, come quello di un commerciante, per valutare i lati positivi e negativi del nostro operato non meriterebbe il nome di Grazia. Amore, simpatia, compassione, perdono e condiscendenza verso gli errori marginali – costituiscono quello che chiamiamo Grazia, o ‘anugraha’. La parola ‘anugraha'’ può essere interpretata anche diversamente. Il prefisso ‘anu’ sta per concordanza o conformità; anche per continuità. La parola ‘graha’ connota il raggiungere. Quando cerchiamo di raggiungere Dio seguendo o conformandoci alla Sua natura senza attributi, per il semplice principio della conformità Lui viene e ci raggiunge. Questo è l’ ‘anugraha’. La nostra mente, invece che restare salda nel suo compito di ‘raggiungere’ Dio, può invece allontanarsene. Anche in questo caso la Grazia di Dio ci segue e si lascia ‘raggiungere’. Questo è ‘anugraha’. Raggiungere Dio si intende sia l’Onnipotente associato a Maya, che il Brahman senza attributi, non associato a Maya alcuna. Noi potremmo essere soggetti agli scherzi e alle amenità di Maya, ma Lui ne detiene completamente il controllo. Dunque, anche se siamo orientati all’Onnipotente con Maya, Egli è sempre il Brahman privo di attività. Quindi anche se ricerchiamo la divinità associata a Maya, questa ci restituirà al Brahman senza alcuna traccia di Maya. Si tratta di una vera gara tra Ishvara e Jiva. Il Jiva cerca di raggiungere Ishvara. Ma Ishvara ritiene inopportuno accordare la realizzazione di Brahman a questo Jiva ‘che ha ancora tanto Karma da risolvere’. E il Jiva che ha mancato il suo scopo abbandona la ricerca e si lascia distrarre dal mondo. E’ allora che Ishvara lo segue, mosso da compassione, e rende possibile il ‘raggiungimento’. Ma questa facilitazione avviene in maniera sottile. Potrerà la mente a rivolgersi allo spirito; questo significa per Ishvara il ‘raggiungimento’. Avverrà comunque gradualmente, non prima del tempo. In questo intervallo Ishvara sembra ‘scivolare’ via. Questo farà cadere il Jiva a capofitto nel baratro più nero, e la presa di Ishvara diventerà più potente. Questo stringere e lasciare prosegue finché il Jiva avrà la mente completamente concentrata in Ishvara e in niente altro. E questo sarà il tempo di godere dell’ ‘anugraha’. Il Signore è chiamato ‘karma-phala-dAtA’ – il dispensatore dei frutti dell’azione. Come un giudice ha pieno diritto di essere severo nel dispensare giustizia. E quando lo fa, non abbiamo diritto di accusarlo della sua severità. Ma non agirà in questo modo. Più spesso perdona i nostri errori con la sua suprema compassione. Non è mai troppo severo o troppo permissivo nel dispensare giustizia. Poiché ci concede lo stato di realizzazione suprema, è naturale che si preoccupi di riconoscere i nostri meriti. La giustizia deve essere temperata con la clemenza, ma non deve arrivare a negare la giustizia. In tutto ciò, non smette mai di restituire la giusta sanzione per il karma. Questa infatti è complementare al processo di distruzione del karma accumulato, di fine di liberare la mente e realizzare Brahman. In base a questa prospettiva, non ci si deve aspettare che il perdono di Ishvara sia oltre misura.
Serve tempo, ma occorre iniziare. Esistono due categorie: ‘JnAnavAn’ e ‘JnAni’. Entrambi si trovano oltre il livello dell’uomo ordinario. Un Jnavan, grazie allo studio e all’ascolto, ha convinto se stesso che l’Atman che chiamiamo Jivatma non è altro che lo stesso Brahman, e sta cercando di portare tale conoscenza nella sua esperienza diretta. Un Jnani ha raggiunto la vetta della realizzazione di tale conoscenza con la sua esperienza diretta. Il Jnavan che sta compiendo ogni sforzo per conseguire la realizzazione di Brahman ‘Mi raggiunge’, dice il Signore, ‘solo al termine di molte vite’ (“bahUnAM janmanAm ante jnAnavAn mAM prapadyate” Bhagavad Gita VII – 19). Per ‘raggiungere’ si intende qui conseguire la consumazione della realizzazione che l’Atman è Brahmn. In un altro verso (VI-45) dice: “aneka-janma-samsiddhis-tato yAti parAm gatiM” - che significa: lentamente raggiunge per gradi la perfezione, nel corso di varie nascite. Anche la realizzazione dopo svariate nascite è possibile solo mezzo della Sua Mano di Grazia che ci solleva. La ragione è: l’obbiettivo è immenso, ‘Diventare Brahman’. Ma quelli che davvero vogliono raggiungere questo obiettivo sono pochissimi. Naturalmente richiede molte vite. Solo per conquistare un regno uguale al suo, un re dovrà prepararsi duramente. Se è così, per un piccolo uomo conquistare il regno della realizzazione del Brahman è uno sforzo enorme. E’ il regno dell’Atman che il Jiva si prepara a conquistare! Da un certo punto di vista tutto questo appare semplice. Non stiamo cercando di raggiungere il regno di Vaikuntha o Kailasa che sono lontani da noi. Quello che desideriamo è conoscere noi stessi, conoscere quello che è in noi. Essere ciò che siamo. Non dovrebbero esserci difficoltà; poiché ci è chiesto di essere ciò che siamo e niente altro. Dunque si dice che sia semplice. Ma quando ci proviamo ci troviamo a riconoscere che niente è più difficile della Sadhana. E’ come camminare sul filo del rasoio, dice la Katha Upanishad. Ma non smarrite il coraggio, aggiunge l’Upanisad. Ci sono eccellenti maestri che possono guidarvi. Anche se si trattasse del filo di un rasoio potreste camminare su di esso e riuscire con successo. Dunque l’Upanisad descrive le difficoltà del cammino, ma mostra anche il cammino. Il Guru del Guru [Gaudapada] del nostro Acharya [Sankara] espresse questi concetti in termini straordinari: “L’Advaita è l’unico stato senza paura. Anche i più grandi Yogi hanno timore di questo cammino. E necessario uno sforzo incessante, come per svuotare l’oceano usando una foglia d’erba. Solo con questo sforzo incessante la mente potrà svuotarsi da tutti i pensieri e riconoscersi nell’Atman”. [Mandukya Karika: III-39, 41] Così comprendiamo che essere il vero Sé, invece che il falso Sé, è cosa difficile. Il falso Sé è la mente, creazione di Maya. Il vero sé è la Verità, Brahman. Può richiedere molte vite; può rivelarsi lungo e difficile. Ma occorre iniziare subito. Più rimandiamo, più il ciclo delle vite si estende. Supponiamo di non iniziare subito l’ascesi spirituale. Cosa pensiamo che accadrà? Continueremo a incorrere in azioni errate e ad accumulare sempre più contenuti e oscurità nella mente. Si dovrà impiegare quindi ancora più tempo. Perciò dico che si deve iniziare subito, al fine di sfuggire a questo ciclo. Ho detto ‘sfuggire a questo ciclo’; ho detto anche che ‘si deve compiere uno sforzo’. Questi due elementi costituiscono la definizione di Sadhana. Per non agire in modo azzardato e seguendo la tendenza o l’occasione del momento, i nostri grandi antenati, che raggiunsero il loro obiettivo in vita, ci hanno lasciato un metodo specifico. Percorrere quel cammino è detto Sadhana.
`Saadhana-chatushhTayaM' – Il Cammino fondato dal nostro Acharya Con grande compassione il nostro Acharya Shankara Bhagavat-pAda ha tracciato il Saadhanaa-kramaM (il metodo della Sadhana) per raggiungere lo scopo dell’Advaita. Tutto ciò che ha fatto è in accordo con la Sruti (i Veda). Il corpo dei Veda ha una testa, le Upanisad. Esse sono chiamate ‘shruti-shiras’, che significa ‘la testa della Sruti’. L’alto edificio della Sadhana costruito per noi dall’Acharya è fondato sulle Upanisad. Egli ha tracciato un programma chiamato ‘Saadhana-chatushhTayaM’ (la Sadhana in quattro fasi). Nel suo monumentale commento al Brahma Sutra fin dall’inizio dice: `nitya-anitya-vastu-vivekaH' (si deve discriminare tra ciò che è reale e cioè che non è reale) e nomina la quattro fasi del cammino. Come il Sutra-Bashya è il culmine dei commenti scritturali, il Viveva-Chudamani è la massima espressione delle opere dette prakarana. In questo testo è data una perfetta definizione delle quattro fasi del Saadhana-chatushhTayaM.
sAAdhanAny-atra chatvAri kathitAni manIshhibhiH / yeshhu satsveva sannishhTA yad-abhAve na siddhyati // (Verso 18) Questo è l’inizio. ‘Stabilirsi saldamente della Realtà assoluta è impossibile senza questi quattro strumenti’- afferma con enfasi. Solo quando i quattro presupposti sono soddisfatti si è stabili nella Realtà assoluta (yeshhu satsu eva sannishhTA). Se si osservano i quattro fondamenti, si ha successo; altrimenti no. Essi sono stati enunciati dai manIshi. Chi sono i manIshi? Nella vita ordinaria siamo tutti manushya, persone. Tra di noi, quelli istruiti nei Sastra, che possono distinguere tra il bene e il male e che osservano le regole morali, etiche e religiose sono i manIshi. Il "Saadhana-chatushhTayaM" è quello che essi hanno costruito per noi. Così l’Acharya introduce i temi del Viveva-Chudamani. Un altro prakarana dell’Acharya è chiamato "aparokshAnubhUti". ‘Aparoksha’ significa ‘diretto’. Invece di qualcuno che ci spieghi che il Sé è Brahman, o invece che apprenderlo dai libri, è un fatto dato dalla propria esperienza, ‘aparokshAnubhUti’. Anche questo libro prakarana espone i quattro passaggi. E vi è un altro libro elementare chiamato `Bala-bodha-sangrahaM'. Anche in esso si parla del Saadhana-chatushhTayaM. […] La parola `chatushhTayaM' indica una formazione integrata in quattro fasi. Delle quattro fasi, la terza è chimata`samAdhi-shhatka-sampatti' e consta di sei parti; poiché questa parte è detta ‘la testa’ vi sono esposti diversi argomenti chiamati orecchi, occhi, naso, bocca, ecc. Dunque nelle quattro fasi della formazione ne è inclusa una che ne contiene sei, perciò abbiamo realmente nove fasi da compiere nel nostro cammino spirituale, o Sadhana. Vi ho esposto tutto questo per parlare dei nove passi. Fate attenzione. Questi nove gradini non sono posti su di una scala in cui andare dal 1 al 2 e dal 2 al 3 e così via. Non si deve vederli con questa analogia. E’ come lo studio della matematica, della fisica o della chimica nelle prime classi e poi nelle classi superiori, in cui tutte le materie vengono riprese, ma in maniera più approfondita e intensiva. E quando arriviamo al college, ci concentriamo su una di esse come ‘principale’ materia e studiamo le altre come complementari. Nella Sadhana ugualmente apprendiamo le basi di ognuna di esse al principio e poi, al momento dovuto, ci concentriamo su quella che intendiamo proseguire. Un’altra analogia è con il lavoro di chi cucina. Se si stanno cucinando varie pietanze, si farà un lavoro preparatorio per quasi tutte e simultaneamente si dovrà poi dedicare attenzione ad ogni singola preparazione. Anche mangiando o bevendo qualcosa, si mastica, si ingerisce, e qualcosa accosteremo a qualcos’altro, e ciascuno avrà un ordine differente con cui consuma differenti generi di cibo. Altrettanto avviene nel cammino della Sadhana, ciò che è uno strumento secondario per un periodo, diventa lo strumento principale in un’altra occasione e per un altro obiettivo. Perciò le diverse fasi della Sadhana accadono sovente mescolate e in altri momenti avvengono singolarmente. Infine, devo aggiungere che di fatto si ha una sequenza generale anche tra cammini differenti. Il fondamento iniziale è l’istruzione sull’Atma-vidya. Anche questo deve essere appreso in modo appropriato da un Guru. E’ la grazia e la benedizione di un guru che permettono di avviarsi sul giusto sentiero. Poi, l’insegnamento del guru deve restare stabilmente nella mente dell’aspirante. Infine, quello che si è appreso con la mente deve essere portato nella propria natura ed esperienza.
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